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Intervista e breve racconto di un incontro fantastico: Maurizio Fabrizio

Di Giacomo Gianfranco D'Amato - Tratto da "Mi ritornano in mente" - Prefazione di Mara Maionchi - Zona Editrice

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di Gianfranco Giacomo D’Amato

L’incontro più importante nella tua vita professionale ?

Direi che sono stati tre: Giancarlo Lucariello, Michele del Vecchio e David Zard.

Una persona che ha creduto in te ?

Mia moglie. E’ stata la persona che negli ultimi anni mi ha fatto capire la forza che avevo come artista. E ovviamente anche quelle che ti ho appena citato a proposito degli incontri professionali.

 Hai un amico vero nel mondo della musica ?

Si, Al Bano. Ho tanti amici e persone con cui mi trovo benissimo, ma se devo darti solo un nome ti dico Al Bano. E’ una persona straordinaria, un amico vero. Se devo pensare a qualcuno che posso chiamare alle 4 di notte nel caso di bisogno e che verrebbe, magari da Cellino, è lui. Quello che ho conosciuto nel 1971 è lo stesso di oggi: solido, leale, sincero. E poi è una roccia considerando come ha affrontato certe difficoltà nella sua vita. E’ un po’ come un ulivo della sua terra.

 La tua canzone più bella ?

Forse dovrei dirti qui I migliori anni della nostra vita o Almeno tu nell’universo, ma ti dico invece Destino che ha cantato Rossana Casale. Intimamente è quella di cui sono più innamorato, forse perchè l’ho scritta di notte, in un momento particolare.

 C’è stato un momento in cui hai pensato: ce l’ho fatta ?

Non l’ho ancora capito. In realtà non ce l’hai mai fatta, nel senso  che c’è sempre qualcosa che non riesci a fare, o qualcosa che ti sembra buono che però gli altri non valutano allo stesso modo. Diciamo che sono conscio di un certo lavoro che ho fatto nella canzone. Se vogliamo proprio trovare un momento in cui posso aver pensato: “Che bello !” è stato dopo I migliori anni della nostra vita. Una fase artistica di soddisfazione per della musica che mi è piaciuta molto riguarda il lavoro fatto con Rossana Casale per tre suoi album.

La canzone a cui sei più affezionato ?

La prima, con cui feci l’esordio a Venezia con mio fratello Popi: Come il vento. Ne abbiamo fatto una versione anche con Ornella Vanoni.

 Quella che ti hanno più invidiato ?

Forse Almeno tu nell’universo.

 Il capolavoro di altri che avresti voluto scrivere tu ?

Tra quelle straniere Maria, che si trova all’interno di West Side Story, di Leonard Bernstein. Per inciso Bernstein è il mio riferimento principale, il musicista che avrei voluto essere. E anche Yesterday. Tra quelle italiane, Minuetto.

La tua canzone che meritava più successo di quanto ne abbia avuto ?

Sempre di Lisa.

Un interprete per cui avresti voluto scrivere una canzone ?

Fiorella Mannoia.

Quante volte hai sentito “Ma anche questa è tua ?” Più soddisfazione o un po’ di rabbia ?

E’ successo parecchie volte, e sta succedendo spesso nello spettacolo che sto portando in vari teatri. Qualche volta me lo ha detto anche mia moglie ! (Confermo, ne abbiamo parlato proprio poco prima a proposito di Vai valentina). C’è una leggera soddisfazione. Capisco benissimo che la gente possa non sapere di chi sono le canzoni, gli autori non vengono menzionati quasi mai. Sere fa c’è stato in TV uno special su Renato Zero. (Nello special ci sono interviste a vari autori e musicisti che hanno scritto le canzoni di Renato e ognuno racconta un episodio o un aneddoto). Il giorno dopo varie persone mi hanno detto che l’avevano visto e mi chiedevano come mai non erano venuti anche da me… (Penso che avranno cercato Maurizio senza trovarlo, o almeno voglio convincermi che sia andata così, considerato quello che ha scritto per Renato Zero, e passo alla domanda successiva).

Le tue canzoni fanno parte del costume degli italiani ma la gente non ti riconosce per strada e la maggior parte non conosce il tuo nome. Che effetto fa ?

Nessuno. Anzi a volte, ascoltando la vita che fanno molti artisti, è un vantaggio. A me piace fare il compositore e stare dietro le quinte. Certo sono contento quando qualcuno che mi conosce mi fa dei complimenti, mi dice che gli piace la mia musica. E’ una grande soddisfazione quando vedo che la mia musica è suonata e interpretata bene e raggiunge la gente.

Un errore che non rifaresti ?

Perdere tempo. Ne ho perso parecchio a volte facendo delle scelte sbagliate. In qualche momento per necessità ad esempio ho lavorato a dischi che non mi piacevano. Ora sto pensando a trasferirmi con la mia famiglia a Londra, dove il contesto è più favorevole per esprimersi. Avrei potuto farlo benissimo venti anni fa. E’ vero che ogni cosa arriva in un determinato momento, però c’è la sensazione di aver perso tempo.

L’emozione più grande della tua carriera ?

Quando ho fatto il mio primo concerto nel Gennaio 2013 cantando le mie canzoni, vincendo un certa ritrosia che ho sempre avuto per l’esibizione. La gente applaudiva, è stata una grande emozione. E anche l’esordio al Festival di Venezia con mio fratello quando avevo 18 anni.

Se è possibile immaginarti in un’altra vita, non da musicista, cosa avresti fatto ?

Ci ho pensato spesso. Mi sarebbe piaciuto fare l’archeologo.

In una canzone la musica ha un’importanza maggiore rispetto al testo ?

Se parliamo dei grandi brani, no. La musica ha una sua magia ma il testo, anche se semplice, è fondamentale per creare un capolavoro. E’ la combinazione di musica e testo che in una canzone perfetta ti stravolge le viscere.

Quale importanza ha invece l’interprete ?

Nella musica pop l’interprete è fondamentale. E’ lui che dà il sapore al brano. Mi ricordo un mio pezzo che fu provato da Gianna Nannini e pur essendo un genere molto diverso dal suo, appena cominciò a cantarlo sembrava già un successo. Le stesse canzoni di Battisti cantate da altri sono tutta un’altra cosa. 

I grandi capolavori sono intuizioni di un momento o possono nascere a tavolino ?

Come diceva Toquinho le canzoni sono frutto per il 10% di ispirazione e per il 90% di “traspirazione”, intesa come sudore. Dietro la canzone perfetta, musica, testo, arrangiamento, interpretazione, c’è un lavoro enorme. Ma l’ispirazione è fondamentale. Possono passare giorni in cui non tocco gli strumenti poi all’improvviso c’è un momento in cui devo mettermi lì e viene tutto. E’ una cosa misteriosa ed è questa la bellezza della musica. 

Gli anni 70 e 80 sono stati irripetibili, in Italia e all’estero. Cosa c’era di diverso ?

C’era un grande lavoro di gruppo e di confronto, c’era fermento. Le case discografiche, che oggi sono sparite, erano dei poli di aggregazione in cui ci si trovava ad ascoltare musica straniera, c’era allegria. C’era la vita ! E poi c’erano i professionisti che partecipavano alla produzione, ognuno secondo le proprie competenze: il produttore, l’autore, l’arrangiatore, il cantante.  Oggi si fa tutto in solitudine, non si capisce nemmeno a chi far sentire i nuovi brani. 

Non c’era anche una generazione dal talento eccezionale ?

Si, può darsi. Ma il talento era supportato da tutto questo. Può darsi che ci sia anche oggi e che non venga fuori. E poi c’erano anche tanti modelli. Oggi è necessario trovare altre forme. 

Quali erano le doti necessarie per emergere come autore in quel periodo ?

Talento, determinazione e fortuna, in questo ordine. 

Cosa pensi di autori ed interpreti di oggi ? C’è qualcuno che ti piace ?

Mi sembra un po’ tutto uguale. Ma forse sono io che non colgo qualcosa che invece c’è. Non vorrei essere quello che dice: “Ai miei tempi…”. Poi magari è un momento un po’ difficile della musica che si risolverà con nuove espressioni che ora non immaginiamo.

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Tutti vogliono tutto / per poi accorgersi che è niente /
noi non faremo come l’altra gente / questi sono e resteranno per sempre /
i migliori anni della nostra vita / i migliori anni della nostra vita /
stringimi forte che nessuna notte è infinita / i migliori anni della nostra vita

Il merito per questo capolavoro di musica e poesia è di Maurizio e di Guido Morra.

Anche grazie all’interpretazione magistrale di Renato Zero, I migliori anni della nostra vita è diventata la canzone del ricordo, della nostra memoria collettiva. Un titolo entrato nel lessico comune.

Nel corso dell’incontro, a un certo punto Maurizio mi dice: “A volte penso al mestiere che faccio. Una volta mi è capitato mentre ero dal medico e pensavo che quello è un mestiere“. E’ un affermazione che mi fa saltare sulla sedia e sto per intervenire, ma non ce n’è bisogno perchè riprende: “Poi però capita che persone sconosciute che vengono al mio spettacolo in teatro mi raccontano delle emozioni provate con la mia musica, che con le mie canzoni si sono innamorati e che poi magari da lì si è creata una famiglia, e allora valuto le cose diversamente“. Tiro un sospiro di sollievo. Chi ha la capacità di emozionare gli altri, di fargli dimenticare i problemi, di farli innamorare, di fargli guardare al futuro con più ottimismo, fa un lavoro altissimo, di estrema importanza sociale. E certamente nel caso di Maurizio, per ogni persona che gli manifesta ammirazione e riconoscenza, ce ne sono diecimila che lo farebbero se solo potessero, se solo sapessero che è lui l’autore di questo o quel capolavoro.

Tra i tanti è stato uno degli incontri più belli ed emozionanti, perchè Maurizio Fabrizio è un artista dal talento sconfinato e allo stesso tempo un uomo semplice e modesto nonostante quello che ha realizzato nella sua vita. E’ una situazione incredibilmente inusuale nel paese dell’eccesso, in cui si va fieri di qualunque stupidaggine si possa includere nel proprio curriculum in qualsiasi campo, e in particolare in quello artistico. Mi piacerebbe che potessero incontrare Maurizio per una chiacchierata quelle schiere di ragazzotti che vestono i panni del divo appena superano il primo provino del Grande Fratello edizione numero 124 per passare alla selezione successiva in cui rimangono solo altri 20.000 concorrenti. Oppure i tanti personaggi arrogantelli e appariscenti che affollano lo show-business televisivo magari perchè segnalati da qualcuno. Così, giusto per far capire a tutti cos’è in realtà un artista. Ma sarebbe invece molto più utile che una persona come lui potesse passare del tempo ad incontrare i ragazzi nelle scuole, per raccontare con il suo tono pacato la sua storia personale fatta di talento, ed umiltà. E magari per far ascoltare ai ragazzi uno dei suoi capolavori.

Nell’ultima parte dell’intervista Maurizio mi ha detto che il capolavoro è quello in cui tutti gli ingredienti sono combinati alla perfezione in modo che il risultato sia capace di “stravolgere le viscere“.

E’ proprio quello che avviene alle mie, quando alla fine della chiacchierata ho il privilegio di ascoltare I migliori anni della nostra vita cantata e suonata al pianoforte dal suo autore. Un momento assolutamente indimenticabile.

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