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lunedì, Agosto 2, 2021

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INTERVISTA AI SALENTINI NIDI D’ARAC – USCITO IL NUOVO ALBUM “IT/ALIENS”

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di Elena Nesti

Se l’interesse per il tarantismo e per la musica popolare salentina è un fenomeno degli ultimi anni, una delle band-pilastro di questo movimento di “riappropriazione” compie già vent’anni di carriera.

Dopo aver aperto il concertone della Notte della Taranta 2016, i Nidi d’Arac hanno festeggiato il ventennale il 19 Agosto scorso a Lecce. Per l’occasione, tutti i musicisti che negli anni hanno suonato in questa “formazione aperta”  – che proprio grazie ai nuovi apporti ha saputo rigenerarsi e innovare nel tempo – si sono ritrovati sul palco per regalare al pubblico una festa-concerto.

Ventennale segnato anche dall’uscita del loro ottavo album, IT/ALIENS, prodotto a Parigi e uscito con l’etichetta Goodfellas Records, con il sostegno di Puglia Sounds Record.

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Un disco incisivo che valorizza e attualizza i ritmi della pizzica attraverso dei binomi basso-batteria ispirati dalla dub, dal progressive, dall’afro beat, mentre l’ambiente sonoro elettronico sembra spingere il canto e la viola, portatori delle melodie popolari salentine, verso l’orecchio dell’ascoltatore.

Un’amara, nera ironia che si posa su rappresentazioni ormai desuete di noi italiani e su storie di nostri contemporanei sconnessi col nostro tempo : alla luce di tutto ciò, il titolo IT/ALIENS risuona anche come riferimento al contesto musicale odierno, ovvero all’assenza di veri e propri movimenti culturali o musicali. Una terra di nessuno di cui l’individuo-artista cerca di riappropriarsi tramite la rete, ma dove purtroppo manca il legame artistico, la sinergia, la cooperazione.

Una band, i Nidi D’Arac, che riferendosi musicalmente alla pizzica attira certamente il pubblico, con la promessa di cullarlo e confortarlo (tale è il compito della musica popolare in senso largo) ma poi lo schiaffeggia con il rock per svegliarlo dal torpore e dal rischio dell’alienazione.

E’ proprio dall’ “alienazione” che siamo partiti, ispirati dal titolo dell’ultimo disco IT/ALIENS, in questa chiacchIerata con Alessandro Coppola (voce, chitarra e tamburieddhu), leader del gruppo.

Crediti Foto Alessio Paratore
Crediti Foto Alessio Paratore


Parliamo di “alieni”. Chi sono gli alieni delle cui storie parlate nel nuovo album “IT/ALIENS” ?

“Alieni” sono le persone che non stanno bene in un dato mondo e hanno bisogno di andare altrove. Una parte di noi italiani è un po’ aliena, secondo il concetto di “alieno” che abbiamo sviluppato nell’album, ovvero a metà tra “alieno” e “alienato”. E’ un gioco di parole che rappresenta una condizione, uno stato d’animo degli italiani, di una generazione nata tra gli anni ’70 e ’80, che a un certo punto hanno bisogno di andare altrove e spesso emigrano, vanno all’estero e una volta che si confrontano con un altro paese devono scontrarsi con i luoghi comuni legati alle proprie origini. Così si scoprono “alieni”, delle persone che in realtà non conoscono. Noi ci conosciamo come italiani, ma probabilmente di italiani di un’altra epoca. Siamo “alieni” da questo punto di vista, e ci descriviamo come “alieni”.

Partire è una conseguenza, un modo per combattere l’alienazione. Un po’ quello che è successo a me e altre persone che si sono allontanate dal proprio paese e hanno visto la storia del proprio paese da lontano. Poi c’è un aspetto emotivo, amore e odio per il proprio paese.

Cos’è cambiato da vent’anni a questa parte, per cui la riproposizione della musica salentina ha un altro significato?

La prima fase dei Nidi D’Arac è stata quella di crearsi a Roma. Roma, soprattutto quando siamo nati noi negli anni ’90, era un villaggio globale, un insieme di tradizioni, di costumi e di idee. L’idea del Salento era un’idea nuova all’epoca, perché non si parlava di Notte della Taranta, non si parlava delle bellezze del Salento come luogo, non lo conosceva nessuno… Quindi noi andavamo a proporre una cultura che di per sé era sconosciuta. C’era anche tutta un’estetica legata al movimento cyper-punk. Si osava. C’era proprio la ricerca dello stato di trance attraverso la musica techno, attraverso le droghe sintetiche. Parlare di tarantismo in quel contesto era qualcosa di innovativo a mio avviso. Adesso è una moda, dopo vent’anni mi rendo conto che è semplice prendere un tamburello, fare delle basi, fare della musica “etnica” o elettronica… Per me non ha più senso, parlare di modernità sulla musica tradizionale oggi, ma lo aveva vent’anni fa.

Si parlava di alienazione ai vostri inizi, in riferimento alla musica elettronica, agli stati di trance che è detta indurre?

No, quello di “alienazione” mi sembra un concetto molto recente, uno stato d’animo attuale, della nostra generazione, una generazione che non vede futuro, che è veramente tornata a fare dei mestieri semplici, umili…che non sogna più, che è molto più concreta, che pensa a cose più terrene. Ma chi non sogna si aliena, si chiude in se stessa. Credo sia uno stato d’animo dovuto a una serie di delusioni, la più grande, è la delusione di una generazione cresciuta con un sogno americano che poi non si è più concretizzato.

 “Alienati” nel senso di  “outsiders” ma anche di “illusi”, dunque?

Sì, i significati sono molteplici. Uno dei brani è appunto emblematico : La meju gioventù, un brano in realtà antico, che parla di immigrazione nei primi del Novecento ed è la storia di una donna che aspetta il proprio uomo invano e quest’uomo non torna più dall’America. L’America non è più l’America, il “sogno americano”, ma è la rovina della casa. E noi che siamo cresciuti con il sogno americano ci rendiamo conto che il nostro sogno americano non è più quello vero, il nostro sogno non è più quello perché l’America non esiste, ci siamo illusi, siamo cresciuti con il capitalismo, la televisione americana, e il sogno alla fine non si è realizzato – e rimaniamo un po’ illusi. La fine di questa illusione si trasforma in una sorta di alienazione.

Crediti Foto Valentina Pascarella
Crediti Foto Valentina Pascarella


E voi Nidi D’Arac in quanto proposta musicale vi sentite “alieni”?

Adesso all’estero cominciano a conoscere gli aspetti magari più folkloristici della Puglia, ma non sanno a livello musicale qual’è stato il percorso di altre proposte come la nostra, penso al il primo Pino Daniele o Napoli Centrale. In questo disco citiamo della musica che all’estero non è per niente conosciuta, ma è di grandissima qualità – parliamo del progressive degli anni ’70, parliamo della PFM, di Enzo Avitabile, di De Andrè, Lucio Battisti, Almamegretta, i Sud Sound System, veramente un’Italia che all’estero nessuno conosce e che è storia della musica italiana, per questo ci sentiamo “alieni”.

Eppure all’estero c’è grande interesse invece per la pizzica e la cultura del Sud Italia…

All’estero c’è tanta curiosità, che c’è poco in Italia. C’è l’interesse per tutto quello che è cultura e che viene da fuori, c’è una grande passione per l’esotico. Questo affascina. Poi nel caso della pizzica pizzica, c’è la danza, dunque il divertimento, alla gente piace.

Dover partire per iniziare a scoprire la cultura della propria Terra?

Il paradosso è questo : io ho iniziato a fare musica tradizionale quando non stavo più in Salento. In Salento io suonavo punk, swing, rock’n’roll, psichedelia, new wave, tutto tranne la musica tradizionale, che ho scoperto da lontano, da Roma. Io ho fatto un percorso a ritroso e ho scoperto che nella mia famiglia c’era gente che aveva scritto grandi canzoni tradizionali. Questo l’ho scoperto a trent’anni, quando i primi concerti di musica punk li ho fatti a diciassette.

Fonte Pagina Ufficiale Facebook NIDI d'Arac
Fonte Pagina Ufficiale Facebook NIDI d’Arac


Come hai proceduto al momento di intraprendere la tua ricerca sulla musica tradizionale salentina?

C’era molto poco già registrato su cassetta. Tutto il materiale che ho recuperato l’ho registrato direttamente dalle fonti. E’ come qualcuno che legge un libro e immagina un film, però in quel libro ci sono delle pagine strappate.

Le nuove leve della musica si relazionano diversamente agli eventuali modelli, alla tradizione?

Io sono partito alla ricerca di stimoli artistici. Quando sono partito da Lecce per andare a Roma, lì ho incontrato veramente tante persone, tanti artisti anche più grandi di me, che mi hanno incoraggiato, mi hanno stimolato, ispirato : Almamegretta, Agricantus, tutta la scena napoletana che stava a Roma, Teresa de Sio, Enzo Avitabile. Loro mi hanno dato la possibilità di crescere con dei valori, dei modelli. Adesso i modelli sono direttamente le star – e neanche – perché c’è un grande egocentrismo. Penso che proprio l’egocentrismo sia diventato la malattia del nostro tempo. Manca la visione e il rispetto verso tutto ciò che è stato fatto prima, la metodologia, la cultura musicale. Chi fa musica lo fa per arrivare, non si fa musica e basta, e se si arriva, è bene, se non si arriva non fa niente.

Certo, bisogna fissarsi degli obiettivi, ma quelli fanno parte di un percorso professionale, che è diverso dal successo. La crescita deve essere metabolizzata, non si può arrivare al successo da un giorno all’altro. Quello porta dei disequilibri artistici, pericolosissimi per la salute mentale – quanti giovani arrivano alle vette delle classifiche dopo qualche talent show e dopo qualche mese non sono nulla, cadendo in stato di depressione?

Quello che ci aspettiamo noi, è che qualcuno reagisca. Io personalmente in un certo senso lo sto facendo, a Parigi, occupandomi di talenti  – io a questi giovani dico che l’unica cosa che si può fare è crescere professionalmente, in modo tale che se un giorno dovesse arrivare il successo, si è preparati.

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