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NICK CAVE, CON UN ALBUM E UN FILM, METTE IN SCENA IL DOLORE PER LA MORTE DEL FIGLIO – RECENSIONE

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di Victor Venturelli & Mela Giannini

Al Lido di Venezia, alla 73esima Mostra d’Arte Cinematografica, oltre ai film in gara e quelli fuori concorso, sono scivolate lentamente le note del  film-performance su “Skeleton Tree“, il nuovo album di una delle icone cantautoriali rock del pianeta, Nick Cave.

One More Time With Feeling, questo il titolo del film diretto da Andrew Dominik (Killing Them Softly), ed è stato proiettato nei cinema italiani il 27 e il 28 settembre.

La pellicola, realizzata a seguito della prematura morte del figlio Arthur – caduto da una scogliera nel Luglio del 2015 – a 15 anni, è un “documentario” attraverso i sentimenti di un uomo, teso ad esorcizzare quello che è uno dei più grandi dolori per un padre, la perdita del proprio figlio che si immerge (e a sua volta immerge lo spettatore) in una malinconica ricerca della propria pace e calma interiore.

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Un canto malinconico, sofferto quello che Nick Cave ha voluto trasmettere: espiare la colpa di non aver potuto fare qualcosa, e dire al figlio “non ti dimenticherò”.

Accompagnato dai fedeli Bad Seeds (senza Barry Adamson e con Warren Ellis e Jim Sclavunos) Cave  immerge l’ascoltatore nella cupa e spettrale musica di chi racconta un lutto, una perdita incolmabile… e l’artista lo fa con quel coraggio che solo la Musica è capace di dare.

Inutile dire che l’album è un vero e proprio capolavoro, l’ascoltatore non può che rimanere impotente di fronte alla forza distruttiva di questo amore sussurrato; un epitaffio musicale capace di entrarci nel cuore e lasciarci pervadere da una nostalgica voce intrisa di verità e sofferenza.

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Skeleton Tree – prodotto da Nick Cave e Warren Ellis, composto da otto canzoni incise presso il Retreat Recording Studios di Brighton ed il La Frette Studios di La Frette-sur-Seine, in Francia – è stato scritto prima della tragedia avvenuta nel luglio 2015, e visti i testi – incentrati sull’amore universale, sul concetto della morte, del dolore, addirittura della perdita e poi  su una caduta dal cielo e su domande rivolte a Dio che rimangono inevase –  sembra un album quasi premonitore, un disco nel cui interno si annidano canzoni con un carattere profetico inquietante.
Lo stesso Cave ha dichiarato che prima dell’incidente, testi che “sembravano spazzatura improvvisamente hanno cominciato a risplendere di verità e bellezza“.

Tracklist dell’album
1. Jesus Alone
2. Rings of Saturn
3. Girls in Amber
4. Magneto
5. Anthrocene
6. I Need You
7. Distant Sky
8. Skeleton Tree

One More Time With Feeling è stato presentato in 3D, in bianco e nero, in una strana miscela tra il moderno e il retrò, come ad evocare l’effetto dei vecchi proiettori stereopticon, una scelta che rende più suggestivo il film, le immagini, girate negli Air Studios di Londra, con Nick Cave al microfono accompagnato dai suoi Bad Seeds (ma la pellicola in se, a parte qualche parte dedicata a Jesus Alone, One More Time with Feeling non è la documentazione della registrazione dell’album, ma semmai la sua messa in scena).

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Quasi a mettere in condivisione parte della sua anima ferita, Nick Cave tramuta i sentimenti in note, il dolore in Musica e lo fa con una sensibilità unica e un’estetica del suono come nessuno mai prima di lui. E come fosse una catarsi evanescente, il poeta – perchè questo è Nick Cave – sembra cullato in un ricordo via via sempre più rado e sempre più lontano, che però è lì, pronto a comparire e sussurrare “non ti dimenticare di me“, anche se in un un vuoto incolmabile che fa del ricordo la sua unica vera medicina; un viaggio nell’oscurità della morte, a noi così sconosciuta eppure così vicina: questo è One More Time With Feeling.

La scena più forte del film è quella in cui compare nel film la moglie Susie Bick, mentre regge tra le mani un quadro che il figlio Arthur aveva dipinto quando aveva 5 anni e che raffigurava proprio la scogliera di Ovingdean, a Brighton, il luogo in cui lui, dieci anni dopo, in un maledetto giorno del Luglio 2015, sarebbe poi precipitato e morto.
Il dolore di una madre è straziante tanto da intrecciasi con pensieri intrisi di “superstizione”, quando la donna, in modo irrazionale come solo il dolore può, da a se stessa la colpa dell’accaduto per avere scelto, ai tempi, una cornice nera per quel dipinto.

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Le immagini sono strazianti, quelle di una persona distrutta da un dolore che penetra nella sua bellezza di donna e la trasfigura in qualcosa di fragilissimo, mentre la sua mano poggia sul tavolo il quadro cercando, con tutte le forze umanamente possibili, di trattenere le lacrime. Ancora più dolorose sono le immagini della mano del marito, di Nick, che sembra volere allungare per aiutarla, per confortarla…ma che poi ritrae, come una sorta di resa di fronte all’impotenza di certi momenti propri del dolore, in cui nessun gesto, nessuna parola può proteggere o lenire la devastazione dell’anima in atto.

Infatti, come lo stesso regista afferma, questo film, pur non avendo una vera e propria trama – perchè ha una sceneggiatura improvvisata giorno dopo giorno durante le riprese -, “cerca semplicemente di lanciare letteralmente dei sentimenti allo spettatore, come se fosse una poesia“.

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Nel film è evocata la “metafora dell’elastico”, un concetto per cui più si cerca di cacciare via il ricordo, il pensiero del dolore, del trauma dell’accaduto che ci ha destrutturati psicologicamente, con un altro “modo” in cui, e su cui, focalizzare i propri interessi e pensieri, e più si crea un circolo vizioso in cui il dolore stesso si alimenta inevitabilmente…perchè l’elastico, una volta teso, poi ritorna sempre indietro, colpendo e continuando a far provare dolore ogni volta.

Ed è così che nel Film l’artista sembra provare a distaccarsi dal dolore, ma quest’ultimo continua imperterrito a colpirlo…e alla fine la morale sembra essere che nulla si può per impedire e contrastare un sentimento, di gioia o di immenso dolore che sia. L’unica cosa che si può fare è “viverlo & provarlo”, anche nella sua forma più straziante, fino a metabolizzarlo con il tempo, attraversando tutte le sue fasi. Quello che rimane di noi, attraverso questo viaggio non è dato saperlo.

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Anche se verso la fine del film Nick ammette: “Non so che cosa sto facendo“, a lui sicuramente rimarrà l’essenza dell’esperienza di questo suo ultimo album e questo film, qualcosa che rappresenterà per lui – e per tutti noi che abbiamo condiviso con lui ascoltando e vedendo – la capacità di essere riuscito (forse) a sopravvivere a tanto dolore trasformando lo stesso in un’opera d’arte, prima con il disco (soprattutto la musica, perchè la maggior parte dei testi del nuovo album Skeleton Tree, come su già detto, erano stati già scritti prima della tragedia, anche se a rileggerle sembrano profezie tragiche) e poi con le immagini della pellicola. Una forma di uso della “creatività” come mezzo terapeutico che però, alla fine, non colma il vuoto di una “assenza” (cosa che si percepisce benissimo finito il film e accese le luci in sala)…nulla può farlo, nulla può colmarlo, ne la poesia, ne la musica, ne un’opera cinematografica. Quello che si può è “documentare” e immortalare dei sentimenti dando forma a dei ricordi, cercando di vivere la vita senza dare mai nulla per scontato.

E chiudiamo l’articolo con una citazione dello stesso Cave, che sintetizza perfettamente il tutto:”ci hanno raccontato che gli Dei sarebbero vissuti più a lungo di noi, ma mentivano“.

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