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Un “Italian Man” in New York – INTERVISTA a Roberto Mancinelli

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Crediti Foto ALEXO WANDAEL by ITALIANY - photographic study
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di Mariafrancesca Mary Troisi

La sorte a volte è decisamente benevola e decide di concederti delle grandi opportunità, facendoti interagire con persone che fino a poco tempo prima ammiravi solo da lontano.

E’ cosi che “incontro” Roberto Mancinelli, figura di spicco nel settore discografico italiano, a livello internazionale, Consultant Italian Portfolio per SonyAtv, che vive e lavora a New York da due anni, in questo periodo in Italia, per qualche giorno.

Lo “raggiungo telefonicamente”, in tarda mattinata, consapevole del prestigio della persona che sto per “incontrare”; consapevolezza mista a un po’ di “sana” incoscienza, visto che l’ansia iniziale cede facilmente il passo a un’intesa immediata, complice sicuramente la grande disponibilità di Roberto, e la sua chiacchiera coinvolgente.

Chiacchieriamo per un’oretta, nonostante le “bizze” della linea – che cade più volte (il mio cellulare era più “ansioso” di me, evidentemente), dandoci subito del “tu”, e inframezzando la chiacchiera con qualche “uscita dialettale” (siamo campani ambedue: provincia di Benevento lui, di Salerno io), creando così un clima in cui intervistato e intervistatore – separati da un oceano di professionalità – riescono a interloquire sulla stessa lunghezza d’onda.

L’intervista parte ovviamente dagli esordi di Roberto Mancinelli – con la radio – arrivando in breve al suo debutto nel mondo discografico, e il conseguente incontro con artisti di un certo livello e “giovani talenti”. Si parla anche delle sue considerazioni personali sui talent, sul panorama musicale attuale e il modo di fare e concepire il “mestiere musica” in Italia e all’estero.

Roberto, che ricordi hai degli anni in cui, appena 18enne, muovevi i primi passi, iniziando a lavorare a Radio Telesia (che è una radio locale campana, di Benevento e provincia per la precisione)? Avevi già capito che avresti dedicato alla musica gran parte della tua vita?

Non so se l’ho capito proprio allora, so che era una sorta di ossessione, come se non avessi avuto altra scelta.
Più piccolo di 3 fratelli, ricordo che mia sorella metteva i dischi nel mangiadischi, quando ero piccolo, e già ne ero affascinato.

 Sono del ’70, ero veramente giovanissimo – come dici – quando sono arrivato a Radio Telesia. Mi piaceva fare radio soprattutto perché potevo avere accesso ai dischi.
Ci andavo con l’autostop… alla radio … (anni in cui si poteva ancora fare autostop), perché era in un altro paesino, vicino al mio.

Sono andato lì la prima volta, mi sono presentato al direttore artistico (che in realtà aveva qualche anno più di me, ma in quel momento mi sembrava chissà cosa), e nonostante la mia inesperienza, sono stato preso subito, forse perché era evidente la passione che mi alimentava.

Ci sono rimasto in realtà poco, perché l’anno dopo ero già a Bologna, per frequentare il Dams.

Nel 1991 esordisci poi come direttore musicale di Radio Kiss Kiss (che è a Napoli)…

Sì, esatto. In realtà anche a Bologna facevo radio.
Punto Radio, a Zocca, la radio di Vasco Rossi – per intenderci.
Poi la radio fu comprata, diventando radio di partito dell’allora PDS (ora PD), trasformandosi quindi in una radio di news.

Iniziai così a mandare in giro una cassetta di 25 minuti circa d’interventi su come mi approcciavo al “mestiere” (quella che ora chiamiamo semplicemente demo).

Tra tante radio arrivò Kiss Kiss, dove sono rimasto per 3 anni.

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Crediti Foto Max Majola – Diego Steccanella

E Qui ci dilunghiamo sulla bellezza di Napoli, città che amiamo entrambi.

Amo Napoli, ma la sua caoticità e teatralità non mi appartengono.
Mi piace stare a Napoli, ma per un fine settimana, una settimana…
Viverci nel quotidiano… è un’altra cosa.

E tu che sei di Salerno… capisci sicuramente cosa intendo.

(Capisco e condivido, perché la “teatralità” è sintomatica anche dei salernitani, seppure in forma più lieve).

 Tornai così a Bologna, per laurearmi…

Ed ecco che finalmente arriviamo al tuo debutto nel mondo discografico, con la Flyng Records, nel 1995…
Da questo momento la tua carriera decolla, scalando una vetta dopo l’altra…

Sì, arrivai alla Flyng Records, trasferendomi così a Milano per circa vent’anni; dopo poco diventai direttore artistico della CDG, vero colosso della discografia (acquistata poi dalla Warner Music Group).

Mi ritrovai così a collaborare, giovanissimo (avevo ventotto anni), con grandissimi artisti, animato da una grande passione.
Quello che mi preme sempre sottolineare è che non ho fatto questo mestiere per il “glamour”.

 Tra lo stare nel backstage, presenziare a eventi e quant’altro, e curare la parte creativa, non ho alcun dubbio che preferisco di gran lunga la seconda.

Hai un aneddoto particolare legato a uno o più di uno degli artisti con cui ha lavorato?

Ho lavorato davvero con grandissimi…Vinicio Capossela, Paolo Conte (tra gli artisti che stimo maggiormente nella mia top5), Massimo Bubola, Franco Battiato, Laura Pausini…

Sceglierne uno solo è complicato.

Posso però sicuramente dire che Canzoni a manovella, l’album di Vinicio – che dopo quasi vent’anni è ancora così imponentemente considerato, conserva il “sudore” della mia partecipazione attiva, quotidiana.

L’abbiamo limato insieme giorno dopo giorno, e resta sicuramente uno dei ricordi migliori di quegli anni.

Con Laura (Pausini)… un direttore artistico ha poco da fare; lei ha dietro una grande macchina, perfettamente funzionante. E non perché non sia una persona semplice, tutt’altro, è estremamente alla mano, ma perché appunto ha un universo che le gravita intorno, dove ogni tassello è già al posto giusto.

Qual è l’artista, non necessariamente tra quelli con cui hai lavorato, che ha influenzato la tua vita?

 Prince… assolutamente. Io non sono mai stato fan – con tutte le “esagerazioni” proprie dei fan – di nessuno, ma lui è sempre stato come una sorta di “stella cometa”per me.

Quando è morto … mi è dispiaciuto tantissimo. Ed era – ed è – talmente evidente la mia passione per lui, che a un certo punto ho dovuto chiudere il mio profilo, perché mi arrivavano messaggi del tipo “ci dispiace tanto/ ti siamo vicino”, come se mi fosse morto un familiare o amico.

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Crediti Foto Niko Coniglio

 
Gli dico che lo capisco benissimo, perché lo stesso dispiacere l’ho “sperimentato personalmente”, quando è morto Pino Daniele.

Nel 2007 arrivi alla direzione artistica della Sony/Atv, e da questo contesto collabori non solo con grandi artisti, ma anche con giovani talenti: Virginio Simonelli, Karima, Giovanni Caccamo…
Se dovessi puntare, tra i nuovi talenti che si affacciano all’orizzonte, su chi punteresti, sicuro che non deluderà le tue aspettative?

Non è possibile fare un solo nome, trovo che ci siano tanti giovani artisti “interessanti”; ad esempio mi piacciono Palazzo, Motta…

Però se devo dirne uno in particolare… gioco in casa, definendola una scommessa in realtà già vinta, anche se per alcuni non sarà cosi, e dico Giovanni Caccamo. Giovanni è un talento evidente.

Personalmente alla parola talento associo sempre l’urgenza: l’urgenza di scrivere, di provarci comunque.

Non sono sicuro che farà mai il botto come cantante… tanti dopo i due Sanremo avranno pensato “eh vabbuò, e allora?” (nel senso che poi effettivamente non ha venduto granché); magari diventerà uno scrittore, un presentatore, chi può dirlo.

Ma lui ha qualcosa, ha quell’urgenza non addomesticabile, quella dei grandi, quella sorta di condanna – che conosco benissimo perché la vivo in prima persona – che t’impedisce di pensare di poter fare altro nella vita.

Per estremo pudore non gli ho confidato che “nel mio piccolo” capisco benissimo anch’io quello che dice – a proposito della “condanna”.

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Cosa pensi invece di Virginio, un altro artista in cui hai sempre creduto molto…

Con Virginio c’è una conoscenza ormai decennale. Lui è meno esplosivo di Giovanni, è più “quiet”, si espone poco. Ha fatto già grandi cose (ha scritto per la Pausini – tra l’altro); ha un nuovo progetto in ballo, e altre cose interessanti come autore.

Degli ultimi anni, a partire dal nuovo millenio, diciamo così, chi è, secondo te, l’artista italiano destinato a durare nel tempo? Le cui canzoni ricorderemo magari anche tra vent’anni.
Se c’è, se riesci a individuarlo.

 Tiziano, Tiziano Ferro. Oltre a conoscerlo personalmente… direi che lui ha proprio spostato l’asticella, ha individuato un modo nuovo e tutto suo di fare musica. Un altro nome che potrei fare è quello di Cesare Cremonini, che ho molto “corteggiato” professionalmente, in passato.

Li ammiro entrambi.

Guarda… tutti pensano che sia facile fare musica pop. Ma non è così. Rubo una citazione – se non erro proprio a Tiziano – pop è un termine bellissimo, sinonimo di popolare; ma non è semplice arrivare a tutti, al “popolo”.

Al contrario, chi fa musica indie può trovare la facile scusa di non essere capito.

Chi fa musica pop deve “arrivare”. La musica è intrattenimento prima di tutto. E arrivare alla casalinga che stira ascoltando le tue canzoni… quella sì che è un’impresa difficile, quella è la vera vittoria.

 

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Crediti Foto ALEXO WANDAEL by ITALIANY – photographic study

Le attuali case discografiche fanno ancore dello scouting come una volta, o sono cambiate le regole con i talent?
E a proposito di talent…
Quali sono gli artisti da talent – venuti fuori meglio – in Italia?

E infine… Secondo te l’era dei talent è vicina alla fine oppure no?

Le cose sono totalmente cambiate, è cambiato il modo di fare scouting, sicuramente; d’altronde è cambiata la società in cui viviamo.

Ma quella favola del direttore artistico che ti scopre sulla spiaggia, è sempre stata una favola, appunto, raccontata a mo’ di leggenda.
Il direttore artistico di una major ha invece il compito di valorizzare gli artisti; la major è una grande azienda, bisogna ragionare in quest’ottica.

In Italia, un artista da talent che è venuto fuori bene è sicuramente Marco Mengoni, anche se… anche lui… aveva avuto un “momento di tentennamento”.

I colleghi sono stati bravi a consigliarlo e raddrizzarne il percorso.
E’ questo il compito da assolvere.

Chiara – altra artista da talent – non ha, secondo me, espresso ancora al meglio il suo potenziale.

L’Italia è uno dei pochi Paesi in cui troviamo in classifica tanti artisti che vengono dal talent.

In America è chiaro che è solo uno spettacolo televisivo, e alcuni talent sono stati già chiusi; prevedo che quest’epoca tramonterà a breve anche in Italia, come la naturale fine di un’era, non da demonizzare però.

I talent sono un’occasione come un’altra, come lo era Castrocaro una volta.

Parlavano male anche di Castrocaro, e poi da lì sono venuti fuori Eros Ramazzotti e Giorgia, tanto per fare due nomi.

Guarda… in fondo è quasi uno sport nazionale – la critica di alcuni “mestieri” – da parte di chiunque.

Come il lunedì diventano tutti arbitri e allenatori – dopo aver visto le partite – così l’opinione di chi lavora da venticinque anni come direttore artistico di una major diventa equivalente a quella del ragazzo al bar che si prende il caffè.

E’ una questione di cultura…

Io sono innamorato dell’Italia, sia chiaro, ma è impossibile non affermare che ci sono lavori che non sono ancora riconosciuti come tali. Musicisti, giornalisti, e quant’altro ancora, lo sai bene.

 

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Aggiungo amaramente a tale discorso: i musicisti e i giornalisti non sono neanche pagati, a volte.

Lo so, e siamo davvero al paradosso. Ti basti pensare che a New York gli annunci per lavorare in una casa discografica li trovi anche su un giornale. Come qualsiasi altro lavoro.

Capisci la diversa percezione – del mestiere – quanto è evidente?

(Sospiro amaramente)

Che sentimento hai per il futuro, pessimista o ottimista… riguardo alla crisi discografica, a livello mondiale, e come si potrebbero trovare risorse alternative per fare musica ora che di dischi se ne vendono pochissimo?

Bhe pochissimo, Ferro e Vasco vendono eccome, ad esempio.
Poi che si vendano sempre meno cd… è vero.

Il fatto è che c’è meno affetto verso l’oggetto in sé, quindi si comprano sempre meno cd, a favore della cosiddetta musica “liquida”.

Io sono di un’altra generazione, ho casa tappezzata di dischi; la prima cosa che ho fatto, arrivando a Milano, sai qual è stata? Ho controllato se funzionava il vecchio giradischi! (sorrido immaginando la scena, ormai completamente coinvolta dal suo raccontarsi così spontaneo e naturale).

Ma i ragazzi di oggi… hanno spotify, youtube…

Io ho un sentimento più che positivo, in realtà, perché è cambiato semplicemente il sistema di proporla, la musica, incentivando il live, ad esempio.

Ci pensi che una come la Lopez, per i primi cinque dischi, non aveva fatto alcun live?
Pazzesco eh.

Chi si fiderebbe oggi a comprare un cd senza aver verificato come canti dal vivo?

Vivi a New York da due anni – ormai – muovendoti attivamente per diffondere e promuovere la musica italiana negli States –ricevendo tra l’altro un importante riconoscimento lo scorso anno, a tal proposito, il FIM AWARD 2015 – Premio Italia – Discografia Italiana Nel Mondo.

Il tuo intento immagino sia anche quello di tentare di amalgamare i due modi di fare musica – italiano e americano…

 Assolutamente, è la mission che mi sono prefissato.
In realtà non c’è grande possibilità di promuovere la musica italiana negli States…

Il mio compito si proietta sicuramente nel tentativo di far incontrare questi due modi “diversi” di fare musica, quello italiano, che conserva il “cuore e la poesia”, e quello americano, decisamente “più tecnico”.

Durante le session sono già venute fuori delle cose interessanti.

Visto che ti occupi di autori da una vita, ha mai pensato di scrivere una canzone?

No, assolutamente. Ho grande rispetto per il mestiere dell’autore. Non potrei improvvisarmi tale e diventare come l’improvvisato arbitro del lunedì mattina, di cui parlavamo prima. Posso aiutare nei concetti, consigliare una parola…ma non di più.

Alla mia domanda successiva, sul come si scrive una bella canzone, risponde semplicemente:

Ci vuole l’onestà di raccontarsi, l’urgenza di scrivere.
Non c’è una ricetta, e se ci fosse… diverrebbe tutto meccanico.
Invece il bello è proprio che non lo sia.

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Crediti Foto ALEXO WANDAEL by ITALIANY – photographic study

Per chiudere ti chiederei … cosa ami in particolare di New York, e cosa ti manca dell’Italia, invece (se c’è qualcosa che ti manca)?

New York è una città che non da mai niente per scontato, che premia e rispetta la differenza, considerandola una risorsa.

Prendi la metro e in attimo ti ritrovi a contatto con un miscuglio di culture che convivono perfettamente.

 Dell’Italia mi manca lo “stile”, quel modo tutto italiano di approcciarci agli altri, che fa in modo di essere riconosciuti “come italiani”, sin dalla prima occhiata.

Siamo pieni di difetti, ma siamo “stilosi”, niente da dire.
Il famoso “italian style”.

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Crediti Foto Max Majola – Diego Steccanella

 

Chiudendo l’intervista, mi azzardo a considerare – sicura di non fare torto a nessuno – che è stata l’intervista più bella, concessami finora.

Ho avuto modo di avvalorare personalmente l’impressione che avevo di Roberto Mancinelli, non sul piano professionale – che è evidente a tutti – ma sul piano empatico e umano.

L’ho sempre seguito molto sul social, trovandomi spesso d’accordo con le sue considerazioni, arrivando alla conclusione di “avere davanti” una persona che è rimasta semplice, nonostante la “grandezza” che potrebbe ostentare, a destra e a manca.

Quell’impressione è stata assolutamente confermata.

Spero di avere altre occasioni per poterlo “incontrare”, magari live (portandogli, perché no, le famose “freselle” – unica cosa che non trova a New York); per il momento non posso fare altro che ringraziarlo ancora, a nome mio e del sito su cui ho il piacere di scrivere.

N.B. Ringraziamo per le foto in Bianco e Nero ALEXO WANDAEL by ITALIANY – italiany.us -photographic study

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