Ieri Studio Aperto (ma non è stato il solo) ha mandato in onda un servizio nel quale un’anziana, sotto le macerie, parlava con un soccorritore. Gli diceva che respirava poco, lui la rassicurava che presto l’avrebbero tirata fuori, di avere pazienza. “Io devo andare in bagno però“, diceva la signora sotto shock, e il soccorritore la invitava a fare la pipì lì, comunque, di farsela addosso, che non c’era niente di male.
Ecco, oggi, domani, dopodomani, saranno giornate di dolore, e non di polemica. Però io non posso fare a meno di chiedere con rabbia una cosa. Vorrei chiedere chi, chi si è preoccupato di tutelare la dignità di quella signora, del suo dolore. Come non poteva sentirsi in imbarazzo il cameraman che riprendeva. Come potrà la giornalista rispettarsi oggi come professionista dopo avere “rubato” quelle immagini di dolore e di intimità, pudore mi verrebbe da dire, a una donna, anziana, che sicuramente non poteva dire “no” in quel momento.
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Ho sempre pensato che uno dei limiti tra erotismo e pornografia non fosse tanto la quantità e la qualità di parti esposte, ma la vicinanza dell’inquadratura e del racconto del rapporto tra due persone; la morbosità di volerne rappresentare solo una parte e di renderla autosufficiente per dare soddisfazione a chi guarda. Ecco, io credo che, verso quella donna anziana, imperdonabilmente, qualcuno si è macchiato della colpa umana di rendere la sua tragedia “pornografica“, passatemi il termine. Pornografica, usandola in un momento in cui, sicuramente, lei non poteva decidere se raccontare oppure no la sua “pipì”, la sua paura, quella distruzione materiale ed emotiva che, suo malgrado, la vedeva protagonista.
Per quel che vale, contando che mai lo saprà forse, io le chiedo scusa per quello che le hanno fatto, oltre quello che ha già subito. Solo questo.
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