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Ho un fiore qui dentro il pugno – La storia di un eroe silenzioso, Peter Norman

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di Paola Pellai

Nel 1968 avevo 7 anni. Capivo poco di tutta la rivoluzione che mi stava ruotando intorno. Il movimento studentesco, il potere operaio, l’assassinio prima di Martin Luther King e poi di Bob Kennedy

Ero semplicemente una bambina che già sognava di fare la giornalista. La giornalista sportiva. Quell’ottobre a Città del Messico si disputavano le Olimpiadi. Ricordo ancora quei due guanti neri, uno per atleta, saliti sul podio dei 200 metri. Neri come le pantere. Ricordo anche quei piedi scalzi, la testa verso il basso e quei pugni protesi verso il cielo.

Intuivo qualcosa che andava oltre lo sport e le medaglie in quei gesti, ma ero troppo piccola per entrare nelle vicende dei grandi. Rammento, soltanto, di essermi chiesta perché sul secondo gradino quell’ometto bianco, tanto più basso rispetto a quei giganti di colore, il pugno non lo alzasse anche lui. E poi mi domandavo perché fossero tutti così seri su quel podio, non un sorriso, non un gesto di felicità… Erano le Olimpiadi, diamine. Non solo, il vincitore Tommie Smith centrò pure il primato del mondo e con il tempo di 19.82 diventò il primo atleta della storia ad abbattere il muro dei 20 secondi. E anche l’ometto bianco, l’australiano Peter Norman aveva di che gioire visto che la sua avventura olimpica, iniziata da outsider, si concluse con un argento e un tempo (20.06) che, a 48 anni di distanza, resta imbattuto nella sua terra. Forse il più arrabbiato, si fa per dire, doveva essere il bronzo John Carlos, “schiacciato” di un soffio dalla strepitosa rimonta australiana.

Una finale bellissima, la premiazione doveva essere festa ed allegria: a 7 anni mi aspettavo questo. Ma i bambini non possono capire tutto subito, devono diventare adulti per scoprire che in quella foto in “biancO e nerI” (è il caso di dirlo) c’era molto più di un’impresa sportiva.

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C’era un atto di ribellione forte contro la segregazione razziale “sollevato” agli occhi del mondo dai due atleti afroamericani (Smith il guanto destro, Carlos il sinistro) e c’era il valore assoluto della solidarietà e della condivisione, intesa come fratellanza universale esternata da Norman ai due colleghi poco prima della premiazione:
Io credo in quello in cui credete voi. Io sono uno come voi. Io salgo sul podio con la vostra stessa coccarda a sostegno del progetto olimpico per i diritti umani”.

photo-mytic-sport-3Gesto non da poco, visto che a quei tempi l’Australia aveva leggi di apartheid molto rigide e violente non solo verso i neri ma anche verso gli aborigeni.

Smith e Carlos furono cacciati dal villaggio olimpico, Norman non riuscì più ad avere una vita come atleta e gli riuscì difficile trovare lavoro. Era il più forte atleta australiano ma non venne mai riconvocato ai Giochi e quando, nel 2000, le Olimpiadi arrivarono a Sydney non ebbe l’onore di essere invitato. Gli era stato chiesto, in più occasioni, di rinnegare il sostegno dato ai due afroamericani, ma lui non cambiò mai idea. “Non potevo farlo – raccontò – Non vedevo il perché un uomo nero non potesse bere la stessa acqua da una fontana, prendere lo stesso pullman o andare alla stessa scuola di un uomo bianco. Era un’ingiustizia sociale che non accettavo”.

Norman non è mai sceso a patti. Non ha mai tradito la sua convinzione per riappropriarsi di una vita in discesa. Persino la sua famiglia lo aveva emarginato. Lui da quel podio di lotta per la giustizia non è mai sceso. E’ morto nel 2006 a Melbourne e le due Pantere Nere hanno voluto portare a spalla la sua bara. Per l’ultima volta tutti e tre insieme.

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Dopo averlo sepolto l’Australia gli ha dedicato un messaggio “pacifico”, per sciacquarsi nella retorica una coscienza marcia. Ci auguriamo che Norman sia corso più veloce delle loro false parole. E ci piace lasciarlo in compagnia di un verso di Roberto Vecchioni, tratto da “Figlia”: “Lontano mi porta il sogno… Ho un fiore qui dentro il pugno”.

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