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Thailandia: chi non vuole le riforme?

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di Tiziana Pavone

Insomma. Di quella “Proposta” esternata dai I Giganti al Festival di Sanremo nel 1967 non è rimasta traccia politica. E così qualche gigante del nuovo millennio, forse gridando alla democrazia in pericolo, sbaglia istruzioni e al posto di mettere fiori nei cannoni, mette cannoni nei fiori dei militari. O meglio, bombe in vasi di fiori, ai Resort. Del resto siamo in estate. E’ logico colpire il turismo internazionale. Già. Ma può un Paese militarizzato colpire la sua fonte di ricchezza? A che pro? E siamo sicuri che il problema sia interno al Paese? E’ legittimo domandarselo, dal momento che le sommosse interne al Paese sono di casa, ma i media internazionali non ce lo hanno mai fatto notare. Di solito se si nomina la Thailandia, da noi è per geolocalizzare il turismo sessuale: mica la dittatura! A proposito. Oggi la sovrana compie gli anni ed è festa nazionale. Ha ricevuto un regalo strano, diciamocelo.

Nel caos mondiale di questa epoca è difficile capire di più. E’ difficile  fidarsi dei media. Come dichiarato dagli strateghi della politica più volte, la guerra degli equilibri geopolitici è anche mediatica! Noi, che non abbiamo di certo a disposizione gli archivi dei servizi segreti, ma siamo sicuramente potenziali bersagli, cosa possiamo fare se non tentare di ragionare sui motivi che generano questi attacchi? Sappiamo che dobbiamo sopportare, non  cambiare le nostre abitudini di vita. Questo vuol dire per esempio, che partendo io metto nella mia valigia  l’IPod per poter ascoltare la musica e i Giganti. Ma dall’Italia si parte tranquilli perché da noi non succede niente che si sappia. C’è uno stato di allerta nei porti, si vigila e si controllano i bagagli, ma il fatto è percepito in modo lieve dall’opinione pubblica. Strano. Sui biglietti c’è, oltre a una partenza, una destinazione. Una volta usciti in modo sicuro dall’Italia, possiamo entrare altrove altrettanto sicuri?

Il calo di affluenza è legge, laddove esista una bomba. Ci viene più paura di andare. Ma poi non è che rinunciamo a un viaggio. Semplicemente cambiamo meta! Portiamo soldi altrove. Spostiamo il PIL di un Paese! La paura è alla base della prevenzione. Ma se sei già partito, non puoi fare prevenzione. Sei capitato nel campo di guerra con un colpo di scena, come dentro a un video game. E allora non rimane che buttarsi per terra e fingersi morti. Oppure morire.

Lo Stato colpito, dal canto suo, ha molto da doversi difendere, di fronte al mondo. Scolpito da bombe e dipinto dai media internazionali, alla fine è lui,che diventa il nemico. Colui che ci ammazzerebbe se gli portassimo soldi. Si deduce facilmente, seguendo questo ragionamento, che con una bomba si colpiscono le casse di uno Stato. E la sua identità nel mondo. Tutto questo è un tipo di guerra che fatichiamo a capire. Perché di solito i panni sporchi si lavano in famiglia, non si mettono in mostra.

A sorpresa, in Thailandia, Paese famoso anche come meta ideale per rigenerare lo spirito (Buddhista al 90%) che vanta 30 milioni di turisti, il fatto di cronaca di queste ore e’ appurato: prima una bomba in un resort di Hua Hin provoca 1 morto e 10 feriti, ieri. E poi arrivano raffiche di attacchi in sei città diverse, apprese oggi, 12 agosto. Per un totale di 11 bombe, 22 feriti e 4 morti. Ricordiamo che due italiani sono stati feriti e uno, colpito proprio durante il suo compleanno e vivo per miracolo, ha visto morire chi gli stava vicino. E se gli organi istituzionali escludono l’ipotesi di terrorismo, allora d’accordo: non chiamiamolo terrorismo. Lo chiameremo “sabotaggio locale, politico, in zone limitate”. Ma allora perché in Thailandia viene presa di mira la popolazione civile, il turismo che porta ricchezza e, per prima, la città dei ricchi?

A questo punto mi serve un ospite. Lo cerco e per fortuna lo trovo vivo. Sul posto.

<<Della Thailandia si conosce poco oltre alle spiagge ed i go-go bar dove i maschi occidentali passano le loro serate. Viene dipinto dai media come un paese in crisi, pericoloso, socialmente squilibrato. Ma chi ci vive ha tutt’altro punto di vista. Con tutte le sue contraddizioni – meglio sarebbe chiamarle differenze culturali-  la Thailandia e’ un paese dove il popolo vive con serenità’ e senza le preoccupazioni per il futuro che noi europei conosciamo bene. Si accontentano di ciò’ che hanno e sono orgogliosi e nazionalisti; adorano il proprio Paese. E soprattutto non hanno interesse ad ammazzare turisti. Da italiano li invidio, godo della loro ospitalità’ e prego che nulla cambi.>>

A parlarmi così è  Diego S. un italiano residente da parecchi anni a Bangkok, in Thailandia, divenuto punto di riferimento della comunità italiana in quel Paese. In queste ore sono in contatto con lui.

Mi dice:
<<Stiamo tentando di analizzare a caldo, per quanto possibile, il fatto e le reazioni scaturite da questo incredibile attacco. Nel sud della Thailandia le bombe sono purtroppo all’ordine del giorno: si tratta di una zona calda, separatista ed a larga prevalenza mussulmana. Da decenni ci sono forti contrasti, e tre province sono considerate “off limits” per i turisti.

Hua Hin e’ geograficamente nel sud della Thailandia, ma non fa parte della zona “calda”. Anzi, vi ha sede una residenza del Re ed e’ uno dei cinque poli turistici in maggiore sviluppo. Altro fatto e’ che le “beghe” interne i Thailandesi se le sono sempre affrontate tra loro senza coinvolgere gli stranieri. Sia durante le sommosse precedenti il recente colpo di stato sia lo stesso golpe, non hanno toccato turisti ed expat, qui molto rispettati e considerati “amici” oltre che principale fonte di reddito del paese.

Ora, che una bomba colpisca una zona turistica, a pochi giorni da un referendum che ha sancito l’appoggio popolare ad un governo “imposto” ma che sta facendo un ottimo lavoro contrastando corruzione e scontri sociali, e nel giorno del compleanno della Regina che è festa nazionale, fa sorgere dei dubbi sulla matrice e sulle finalità’.

Generalmente un governo in difficoltà gode di grossi benefici mediatici in casi di attacchi terroristici. Ci si ricompatta, si cerca protezione. Ma di fatto il governo non pare essere in difficoltà: la giunta militare ha avuto carta bianca dal popolo per cambiare la costituzione, la consultazione si e’ svolta in modo assolutamente pacifico e regolare. Il NCPO (National Council for Peace and Order, la giunta militare  thailandese, ndr) ha quindi tutto da perdere da questo fatto di cronaca, del quale avrebbe volentieri fatto a meno.

I riflettori infatti erano già’ accesi da settimane sulla Thailandia, con continue accuse contro i divieti di fare propaganda politica e sondaggi prima del referendum, accuse sulla scarsa sicurezza, accuse di economia instabile: la stampa, soprattutto quella britannica, da mesi si occupa con particolare attenzione alle problematiche di questo Paese. A partire dal golpe che ha destituito per corruzione e abuso di potere la sorella di un premier (a sua volta già destituito per gli stessi motivi) sui tabloid inglesi escono notizie catastrofiche sul Paese, condite da attacchi alla famiglia reale, alla scarsa democrazia (di fatto il continente asiatico NON è democratico e non ci tiene ad esserlo) ed amenità che certo non incoraggiano il turista o l’investitore. Parrebbe una guerra mediatica, che ricorda quella vissuta dall’Italia ai tempi di Berlusconi.>>

E’ la prima volta di un simile attacco. Forse la Thailandia ha saputo di avere un nemico senza nome?

<<Dalla parte dei terroristi, che senso ha colpire la prima industria del Paese? Finché si fanno saltare tralicci elettrici od auto della polizia parcheggiate ci si espone relativamente. Passando sulle prime pagine dei media internazionali, si costringe lo Stato a dare una risposta forte: e qui “forte” significa “repressione”. Fatto che ovviamente si ritorcerà contro le stesse comunità non in linea con lo Stato. Come già detto, coinvolgere stranieri in sanguinosi fatti interni rappresenta una novità ed una assoluta contraddizione verso il modo di agire thailandese: i panni sporchi qui si lavano in famiglia. L’attentato dello scorso anno a Bangkok ne fu la prova: colpì la comunità Sino/Taiwanese, ma fu di matrice Uigura. Una vendetta etnica senza matrice politica, esterna al paese nonostante lo abbia colpito direttamente al cuore.

In un periodo storico molto incerto, dove purtroppo il problema della successione monarchica si concretizza ogni giorno di più, dove le elezioni politiche sono state fissate per il 2017, dove si sta cambiando il paese combattendo corruzione, malaffare, prostituzione e traffici illeciti, ogni fatto che destabilizzi la nazione crea tensione e frena il processo di “moralizzazione” che era sicuramente necessaria e che sta cercando di mutare l’immagine internazionale del Paese.>>

A chi può dunque giovare un attentato organizzato in questo periodo con queste modalità?

<<Come dimostrato a nessuno, internamente al paese. Parrebbe piuttosto arrivare al momento giusto, forse per rinforzare un ragionamento. Del tipo: Avete visto? Queste sono le conseguenze del referendum! Questo succede quando non c’è democrazia! Ancora una volta il popolo vota, ma probabilmente vota dalla parte “sbagliata” e viene redarguito dai media internazionali. Sembra strano? Può darsi. Ma c’è una logica che va per la maggiore, nel nuovo millennio, che ci porta a tale conclusione.

Nonostante alla popolazione thailandese la parola democrazia interessi più o meno al pari del colore dei tappetini delle loro auto, ci sono paesi esportatori di questo “prodotto” che conoscono bene le leve del marketing. Primo: crearne il bisogno. Secondo: Venderlo. Sarebbe una operazione encomiabile, se il prodotto fosse richiesto ed “esportato” secondo la regola della domanda e dell’offerta. Purtroppo spesso viene imposto, come è successo recentemente in molti altri Paesi.>>

Ti senti in pericolo?

<<No. Adesso vado a cenare e se vuoi un giorno parliamo di immigrazione: sarebbe una grossa lezione per noi italiani.>>

La nostra conversazione è diventata questo articolo che avete appena letto. Credo che lui oltre a essere un ottimo turista residente sarebbe un ottimo promoter. Si capisce da come parla della Thailandia, così buddista, e un poco anche musulmana. Ma prima di intraprendere la carriera dell’operatore culturale bisogna mettersi a rottamare i cannoni, a costruire ponti. Magari pieni di fiori. Abbiamo bisogno di ponti. Lo dice anche il Papa, che “Non c’è guerra di religione, c’è guerra di interessi, per i soldi, per le risorse…
Ricordiamocelo sempre perché è questa la matrice che governa il mondo.

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