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sabato, Agosto 8, 2020

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Incontro con Ginevra Di Marco – INTERVISTA

Voto Autore

di Athos Enrile

Non conosco personalmente Ginevra Di Marco, ma ho avuto l’opportunità di “dialogare” con lei incontrandola virtualmente. Non è stato semplice trovare il momento giusto, ma ho imparato a farmi un’idea definita di chi è dall’altra parte del… pc, dopo averlo fatto per anni, anche professionalmente, nel caso di incontri reali.

Comunichiamo in ogni istante, e la comunicazione non verbale esprime molto più di quella legata alla parole, spesso incongruenti rispetto ai pensieri. Anche i silenzi dicono molto di noi.

Pur non volendo esercitare ruoli che non mi competono – lo psicologo ad esempio -, provo sempre disegnare il ritratto del mio interlocutore, molte volte un’entità che non posso guardare negli occhi e di cui non conosco la voce.

Ho provato a chiedere… a chiedere, spaziando e cercando di fare opera di sintesi, nella speranza che i miei sassolini, lanciati a Ginevra, stimolassero le risposte più ampie possibili, per far sì che l’anima dell’artista emergesse – fatto non certo scontato quando ciò che regna è la tastiera.

Sono rimasto soddisfatto, e sono certo che se fossimo stati nella stessa stanza l’incontro sarebbe potuto durare un bel po’…

Un’artista di razza – molto più che una cantante -, rivolta alla qualità, all’impegno, alla famiglia, inserita idealmente in una nicchia musicale – senza la necessità della visibilità a ogni costo -, alternativa allo stereotipo imposto dai media, capace di colpire con la mera voce e, probabilmente, con il solo aspetto che, nel video a fine articolo, impone alla scena un senso aulico.

Per chi volesse ripercorrere nei dettagli la sua storia rimando al sito di riferimento, ma credo che lo scambio di battute a seguire possa di per sé stimolare una discreta curiosità…

 

Qui Ginevra Di Marco con Mara Maionchi e Alberto Salerno. Crediti Foto Alberto Salerno
Qui Ginevra Di Marco con Mara Maionchi e Alberto Salerno. Crediti Foto Alberto Salerno

L’INTERVISTA

La tua biografia è molto nutrita e ricca di avvenimenti musicali rilevanti: possibile estrapolare ciò che per te ha rappresentato il momento – o i momenti – più significativo, non necessariamente positivo?

Difficile preferire un momento rispetto a un altro, quando c’è stato un periodo significativo da un punto di vista musicale questo ha sempre corrisposto a un momento importante della mia vita personale. Forse quello che ricordo con più affetto è quando, incinta per la prima volta, ho sentito la mia voce cambiare, farsi più profonda e matura. Quando ho perso mio padre la voce l’ho perduta, non sono riuscita a fare concerti per un certo periodo ma è stato un momento importante anche quello per imparare a trovare un modo nuovo di esistere… Ogni esperienza è un passo, importante.

Il tuo “strumento”, la voce, è ciò su cui si basa la maggior parte dell’attuale circo mediatico musicale: che cosa significa per te potersi esprimere attraverso un mezzo così personale e caratterizzante?

È uno strumento meraviglioso, che svela tutta la sua potenza solo con il tempo. Non è plasmando la propria voce su un modello estetico e neanche arricchendola di virtuosismi che si svela. È lo specchio dell’anima, sei profondamente tu.. Più riusciamo a liberarci da un’estetica che ci viene propinata da modelli canori che non sono profondamente i nostri e più lei diventa comunicativa. La voce trasmette emozioni e sentimenti, non si può far finta. Il tempo, l’esperienza, l’umiltà e la verità del cuore credo siano gli ingredienti per trovare la propria voce, la propria unicità, la propria personalità.

Rimango sull’attuale, complicata, scena musicale… le tue proposte non godono di visibilità, come spesso accade con chi mette in scena la qualità non pensando ad aspetti commerciali: che cosa significa per te essere artista restando ai margini del circuito televisivo e radiofonico?

Sono venti anni che faccio musica, la mia scelta è quella di essere un’alternativa per tutti gli ascoltatori e fruitori di musica che non sono interessati al circuito televisivo e radiofonico. C’è un mondo immenso di gente che ha voglia di “altro” e io sono tra loro.

La canzone, la lirica, il contesto… trattasi solo di impegno sociale o si può anche creare in modo più “leggero”?

La creatività non ha limiti e non c’è una ricetta che abbia più valore di un’altra. Più difficile è comporre belle canzoni.

Ti dico tre nomi su cui puoi esprimerti a piacimento: Giovanni Lindo Ferretti, Francesco Magnelli e Max Gazzè.

Sono legata a Lindo da un trascorso denso, forte, formativo. Con lui ho trascorso dieci anni bellissimi che appartengono ormai a un passato neanche troppo vicino. Gli voglio e gli vorrò sempre bene.
Francesco è la mia esatta metà.
Max un fratello di musica e sensibilità.

Mi racconti la tua personale differenza di soddisfazione tra la realizzazione di un album e un tour live?

Per anni mi sono sentita un animale più da studio, ho sempre amato il tempo senza tempo che si crea in sala, la fase creativa, l’arrivo dell’idea, la condivisione con gli altri musicisti. Con l’andare degli anni e con l’acquisizione di esperienza ogni timore del palco è svaporato, lasciando spazio a una maggiore sicurezza e disinvoltura. Nella naturalezza ho trovato la mia forza.

Come definiresti l’evoluzione del cantautorato, dagli anni ’70 a oggi, e qual è il tuo modello ideale, l’artista che meglio ha espresso il ruolo?

Quella a cui assistiamo oggi è in un certo senso un’ involuzione. I cantautori degli anni ‘70 avevano gli occhi rivolti all’esterno, verso il mondo, scrivevano osservando la realtà, anche politica e sociale. Oggi noto un’inversione. Il cantautore racconta un proprio intimo universo, non sempre così interessante e troppo lontano da ciò che accade. Oggi come non mai la musica è un grande strumento di pace, è importante dare messaggi forti.

Quanto può incidere il luogo in cui si è nati e vissuti nella formazione di chi decide di raccontarsi, e raccontare, attraverso musica e parole?

Dipende dagli artisti. Ci sono autori che hanno cantato e cantano la propria terra (Modugno, Matteo Salvatore, Otello Profazio e tanti altri nel passato; penso a Brunori Sas nell’epoca odierna, strettamente legato alla sua terra, la Calabria).. Ci sono autori che sono partiti dalla propria terra per poi allargare il proprio colpo d’occhio alle altre culture, primo fra tutti De Andrè. Ci sono poi persone che partono da mondi lontani come il rock, il punk, l’underground per poi, a un certo punto sentire il richiamo delle proprie radici, della propria terra, della propria gente. Come è successo a me.

Il tuo ultimo album risale al 2011, “Canti, richiami d’amore”: a cosa è dovuta la lunga latitanza discografica?

Nel 2013 è uscito un live (“Stelle”) e un Dvd tratto dallo spettacolo “L’anima della Terra vista dalle stelle” con Margherita Hack, che abbiamo portato nei teatri d’Italia per quattro anni. Poi i tanti impegni (i nostri concerti, lo spettacolo Stazioni Lunari, lo spettacolo con Luis Sepulveda) non ci hanno ancora fatto tornare in studio.

Quali sono le news e i progetti a breve termine di Ginevra Di Marco?

La registrazione del disco dedicato a Mercedes Sosa, la più grande cantora argentina e i grandi poeti sudamericani.

 

 

 [youtube id=”Ij3m6vzZ2do”]

 

 

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