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LUIGI MARIANO: il 25 maggio il nuovo album “Canzoni all’angolo” – INTERVISTA

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di  Athos Enrile

Sono passati diversi anni dall’uscita di un album che ha dato molte soddisfazioni al cantautore salentino Luigi Mariano, il cui titolo era “Asincrono”, uno stato di vita in cui pare impossibile non riconoscersi.

Il nuovo capitolo è in uscita, si chiamerà “Canzoni all’angolo” (Esordisco/Audioglobe) ed è una fortuna che sia lo stesso Mariano a raccontarci i dettagli, i particolari che non potrebbero mai emergere dal “semplice” ascolto del disco. Dalle sue parole si intravede una visione globale che resta intrappolata nelle sue composizioni, ed è interessante leggere l’iter realizzativo, entrare quasi nell’intimità creativa, afferrare un metodo di lavoro che non può mai prescindere da sentimenti ed esperienze.

Luigi Mariano si mette a nudo, quasi fosse una liberazione. Non usa metodo criptico come molti suoi colleghi – un esercizio di bravura che spesso richiedere rilevante opera di decodificazione – ma presenta il suo Io contornandosi di chi rappresenta un punto saldo e regala empatia a grappoli – Neri Marcorè, Simone Cristicchi, Mino De Santis… amici di lungo corso.

La ciliegina sulla torta si chiama “Quartetto d’Archi”, un sogno coltivato negli anni e che ora è diventato realtà, come lui stesso racconta.

Il disco ha una certa tendenza al rock, almeno in alcune tracce, anche se il piglio cantautorale delimita alcuni paletti precisi. Ma sono i momenti intimistici che segnano profondamente tutto il percorso, uno su tutti quello che descrive la fine dell’amore tra Stephen Hawking e la sua prima moglie Jane – “Come orbite che cambiano”, una storia che mi toccò molto quando la vidi rappresentata in un movie autobiografico.

Mariano è un poeta, Mariano è un acuto osservatore del mondo che lo circonda, Mariano è profondo detective dell’Io, Mariano è romanticismo e al contempo pragmatismo rovesciato su di un un tappeto musicale, e anche quando utilizza la musica di altri – “Il fantasma di Tom Joad”, di Springsteen, riadattata nella nostra lingua – il risultato non cambia.

Non ho dubbi che anche “Canzoni all’angolo” seguirà lo stesso fortunato percorso dell’album precedente, magari occorrerà una buona metabolizzazione, ma il risultato -inteso come gradimento di pubblico e critica – arriverà.

E poi, anche in questo caso, il concetto di “asincrono” calza davvero a pennello: siamo sempre un po’ fuori tempo rispetto ai nostri sogni, desideri e aspettative.

Ecco cosa mi ha raccontato.

 

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L’INTERVISTA

Sono passati sei anni dall’uscita di “Asincrono” e cinque da quando ti posi qualche domanda sull’album: che cosa è accaduto in tutto questo tempo? A cosa è dovuto il lungo periodo di allontanamento dalla scena musicale, almeno dal punto di vista discografico?
A volte la discografia e l’attività musicale non vanno di pari passo: possono essere “asincrone”. Da quel 30 aprile 2010 in cui uscì il mio primo disco a oggi ho vissuto, senza alcun dubbio, i sei anni musicalmente (e forse anche umanamente) più intensi della mia vita. Non ho mai suonato in giro così tanto: club, locali, teatri piazze, piazzette, atrii e chiostri. Per i primi tre anni, ossia fino al 2013, non ci ho proprio pensato a pubblicare un nuovo CD, non solo per quest’attività così intensa che mi impegnava senza respiro, ma anche perché mi sono accorto come il mio primo CD possedesse un’onda lunga non indifferente, finendo con l’essere apprezzato sempre da più persone che piano piano col tempo raggiungevo, da indipendente. Prova ne sia che il disco ha ricevuto gli ultimi premi e riconoscimenti proprio sul finire del 2013. A quel punto, voglioso di mettermi al lavoro su un nuovo CD mi sono di colpo arrivate, tra capo e collo, due tremende mazzate familiari. Ho cercato di affrontarle a viso aperto, in prima persona, annullando ogni mia creatività, per istinto protettivo verso i miei parenti (e non solo quelli direttamente malati). Lo rifarei cento volte.

Mi rifaccio al disco precedente: sei riuscito a trovare maggiore… sincronia nella tua vita e nella tua arte?

No. Ma anche quando faccio finta di soffrirne, di fatto è un bluff: ne sono contento, invece. E’ inutile prendersi in giro. Forse anche per questo avrei stentato a svolgere un lavoro più convenzionale. Se non fossi asincrono, se i miei orari e i miei tempi non fossero uno scombiccherato guazzabuglio beh, forse perderei qualcosa anche della mia essenza o dei miei punti di forza (oltre che di debolezza). Quindi, pur a fatica, mi sono arreso. E mi accetto così. Musicalmente però il nuovo disco è meno asincrono del primo.

L’album di imminente uscita si chiamerà “Canzoni all’angolo”: mi racconti che cosa contiene, tra messaggi e musica?

L’album ha un’impronta un po’ più rock del precedente. Volevo reagire con forza agli ultimi tre anni difficili della mia vita. Nelle ballad più malinconiche invece, come “Se ne vanno”, “Quello che non serve più” o “L’ora di andar via”, in cui amo sempre mettermi a nudo senza pietà, ho cercato al piano musiche più corali, con melodie più intense e aperte, ben precise, evocative. Ho ottenuto tutto questo smettendo definitivamente di scrivere prima i testi: compongo sempre prima tutta la musica, da cima a fondo, cantando in finto inglese, e la lascio sedimentare anche a lungo, suonandomela per settimane. Poi, quando la struttura musicale è stata limata e definita, solo allora mi lascio trasportare dalle suggestioni che mi suscita, scrivendo il testo su quei binari.
Tutte le canzoni del disco sono nate prima con la musica, nessuna esclusa.
Ho cercato poi di capire anch’io che album avessi scritto.
La scrittura nasce da un’urgenza istintiva. E non puoi sapere mai, in quel momento, dove stai andando. L’autoanalisi complessiva arriva sempre molto molto dopo. Ebbene, ho capito che, in parte, stavo proseguendo un certo discorso iniziato con “Edoardo”: il discorso sull’identità e sulle scelte (di ogni tipo) che, in ogni istante del nostro esistere, la plasmano e la determinano, facendoti cambiare pelle più volte. Nel disco tratteggio da un lato chi non vorrei mai essere (in “Scambio di persona”), ossia chi fa scelte d’opportunismo, di codardia o di estrema disonestà intellettuale, non assumendosi mai le proprie responsabilità. Un vizio molto italico. E dall’altro, in tutto il resto delle canzoni (soprattutto “Quello che non serve più”, “Se ne vanno”, “Canzoni all’angolo”, “L’ora di andar via”), descrivo le scelte che io voglio fare e sto facendo per arrivare a incontrare pienamente il me stesso cui ambisco. Ogni scelta, anche la più insignificante, implica un movimento e un viaggio, che esclude o lascia qualcosa (in quel punto) per dirigersi verso qualcos’altro. Questo spostamento ingenera dolore e distacco, da “qualcuno” o da “qualcosa”, come ogni trasformazione, ma è alla base del nostro vivere, della nostra curiosità, della nostra umanità più nuda. Serve coraggio, per plasmare ogni giorno la propria identità. Non c’è nulla di più magmatico dell’identità. E’ un magma che bisogna piano piano accompagnare, dopo l’esplosione della nascita, nella sua discesa ribelle, ma del tutto naturale, verso i punti di minore resistenza. Se ci azzardiamo a contrastare questa discesa, prima o poi ci carbonizziamo. O ingeneriamo nuove esplosioni, ergo nuovi cicli e rinascite. Le nostre scelte quotidiane, i viaggi e i distacchi “indirizzano” però, costantemente, questa colata lavica. Le danno una forma piuttosto che un’altra. In molti casi (non sempre) vanno alla ricerca di un qualche tipo di appartenenza. Ecco: alla fine del mio viaggio (anche musicale, nell’album) mi sono accorto di approdare, via via, in un territorio sia fisico che mentale ascrivibile al concetto di “angolo”, che credo mi appartenga. Le due pareti alle spalle mi proteggono l’anima come uno scudo. Il mio carattere riservatissimo, che ha bisogno dei suoi spazi in disparte, si trova spesso a disagio a centro piazza, in mezzo al clamore assordante del mercato. Per chi vive un bisogno e un’indole del genere c’è però il rovescio della medaglia: si rischia di essere schiacciati ed esclusi in modo netto da ogni cosa, anche da quelle che (con normale determinazione) si inseguono, si desiderano o interessano. Ecco perché mi piace associare il brano “Canzoni all’angolo” agli artisti relegati alla nicchia, ai quali basterebbe in fondo poco, e ai quali invece spesso non vien dato neanche quel poco. Si passa dal (piccolo) isolamento “cercato” a quello (grande) “subìto”. Con violenza.

Chi sono gli ospiti e i collaboratori che ti hanno seguito in questa nuova avventura?

Mi hanno regalato la loro geniale arte, in varie canzoni, cari amici come Neri Marcorè, Simone Cristicchi, il cantautore salentino Mino De Santis, la cantautrice Nina Monti e il versatile compositore Pericle Odierna (che ha suonato i fiati in ben 4 pezzi).
La band “fissa” che ha suonato in studio è composta da Alberto Lombardi alle chitarre, Marco Rovinelli alla batteria, Pierpaolo Ranieri al basso e Primiano Di Biase alla fisarmonica/hammond/rhodes. A questo zoccolo duro si sono aggiunti Alex Valle (pedal steel guitar, mandolino e dobro) e Mario Gentili (viola e violino)
L’album è stato arrangiato e missato in modo eccellente al “Belair Studio” di Albano Laziale da Alberto Lombardi, il produttore artistico, che aveva fatto un gran lavoro anche in “Asincrono”, ma che stavolta si è proprio superato, dando l’anima. Le edizioni e la produzione esecutiva sono di “Esordisco”, una nuova piccola realtà discografica che da qualche anno ha iniziato subito a distinguersi per scelte di qualità, abbracciando e coccolando i progetti di artisti come Bungaro, Pilar o Alessio Bonomo, ma soprattutto mettendoci quello che ormai si sta perdendo per strada: la cura, il cuore, la passione.

 “Canzoni all’angolo” è dedicato a tuo padre… in “Asincrono” ponevi l’accento sul rapporto tra un altro padre, Giovanni Agnelli, e suo figlio Edoardo: quanto hanno inciso sulla tua formazione artistica gli aspetti più intimi e familiari?

Molto. Siamo in fondo anche quello che abbiamo vissuto in famiglia.
Entrambi i miei genitori amavano la musica: questo ha inciso profondamente.
Soltanto che mia madre amava la musica leggera ed era sempre attentissima alle parole dei cantautori, avendo individuato in questa forma artistica qualcosa di associabile alla letteratura e alla poesia, oltre che alla musica: le devo molto.
Invece mio padre era amante dell’opera e operetta. Lui associava la musica leggera solo alla “canzonetta”, tutt’al più da fischiettare (spensierati) la domenica mattina e certo mai da legare al concetto di cultura. Sono nati anche da qui i nostri scontri. Avrei voluto spiegargli meglio che cercavo di fare qualcosa di ben più profondo di ciò che lui pensava.

In alcuni brani hai utilizzato un quartetto d’archi: me ne parli?

Era un piccolo sogno coltivato fin da quando ero ragazzino e, 18enne, scrivevo canzoni.
Il quartetto d’archi ha un suono particolare e affascinante, inconfondibile, vivo, che io (nella maggior parte dei casi) preferisco anche all’orchestra al gran completo.
La mia idea iniziale era di inserirlo solo nel brano conclusivo, molto nostalgico, “L’ora di andar via”, che esigeva proprio certe atmosfere create dagli archi. Io e il produttore esecutivo Pierre Ruiz ci siamo però accorti che anche altri brani (compresa la mia cover in italiano di “The ghost of Tom Joad” di Bruce Springsteen) sarebbero stati molto valorizzati dalla presenza degli archi E abbiamo deciso di inserirli anche in altri due.
Gli arrangiamenti del quartetto sono stati scritti da un vero fuoriclasse, il maestro Antonio Fresa, autore della colonna sonora del pluripremiato film d’animazione “L’Arte della felicità” di Alessandro Rak.

Hai previsto presentazioni e concerti nella nostra penisola?

Dopo il concertone romano di presentazione al “Monk”, del 25 maggio, tornerò in Salento per tutta l’estate, a suonare in giro nella mia terra. Poi, dall’autunno in poi, inizierò a percorrere la Penisola, portando le canzoni possibilmente in tutti gli “angoli” d’Italia. Ce ne sono di bellissimi. Speriamo di trovare nel viaggio sempre qualcuno dal cuore puro e un po’ bambino, che tenda l’orecchio al vento, per intercettare le mie note “all’angolo” e ascoltare il mio canto.

 

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CANZONI ALL’ANGOLO

Testi e musiche: Luigi Mariano

 TRACKLIST

  1. Mille bombe atomiche
  2. Fa bene fa male, con Simone Cristicchi
  3. Come orbite che cambiano – a Stephen Hawking e a sua moglie Jane
  4. Scambio di persona
  5. Quello che non serve più
  6. L’ottimista triste, con Mino De Santis
  7. Se ne vanno
  8. Alla fine del check
  9. Il fantasma di Tom Joad-cover di Bruce Springsteen
  10. Canzoni all’angolo, con Neri Marcorè
  11. L’ora di andar via

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