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Mamma vado all’RCA…

di Andrea Amati

Dove vai? E cosa vai a fare all’RCA, a pulire i cessi? Magari… Avrei fatto anche quello pur di entrare li. E si, oggi parlerò proprio della mitica casa discografica che ha fatto la storia della musica italiana: la RCA di via Tiburtina, a Roma. Anzi, più precisamente parlerò delle sensazioni provate da un giovane di quegli anni (io) cui capitò di frequentare, anche se per poco tempo, quel luogo incantato.

Probabilmente oggi qualche ragazzo l’avrà anche sentita nominare dai genitori; o magari da qualche nostalgico pazzo, considerato perlopiù alla stregua di un vecchio rincoglionito cui è bene non dare troppo peso. Nessuno però può neanche lontanamente immaginare il fermento e la magia che albergavano li dove sono nati artisti come Dalla, Battisti, Baglioni, Morandi, Zero e De Gregori, solo per citarne qualcuno.

L’RCA non era un talent. Non aveva nulla del “fintume” plastificato cui la TV ci ha abituati. Non c’erano poltrone spaziali che giravano o “banchi del giudizio universale”. Quel luogo era una vera e propria fabbrica della musica, con un suo odore preciso ed una sua precisa dimensione. Durante gli anni d’oro della discografia negli stabilimenti dell’RCA la musica si respirava ovunque, oserei dire anche nelle algide stanze amministrative, anche se chi ci lavorava immagino non la pensasse esattamente così.

La prima volta che entrai li ero in compagnia di un caro amico cantautore, anche lui agli esordi e fresco di primo contratto. Ricordo che dopo aver avuto il pass dai custodi ed aver valicato l’epico cancello, ci fece fermare la macchina per scendere e baciare quel suolo da noi tanto agognato. Mi sono trattenuto dal farlo anch’io unicamente per vergogna; proprio per non dare l’impressione di due primitivi con l’anello al naso che si ritrovano per la prima volta a scoprire le meraviglie del creato e osannano il loro Dio per tanta benevolenza.

Entrando nei bellissimi studi potevi sentire il profumo dei mixer e delle macchine analogiche, preziosi gioielli custoditi con amorevole cura dagli ingegneri del suono. Ne calpestavi i pavimenti, ascoltando l’acustica degli ambienti, inebriato anche solo dal silenzio rotto dai tuoi stessi passi, pensando che li avevano registrato i più grandi, quelli che avevi sempre visto in TV. Ma ora li c’eri tu! Si sistemavano i microfoni, si mettevano i pannelli divisori per la batteria e per gli altri strumenti e, con non poco timore, si cominciava a registrare. Ripresa uno, ripresa due e così via fino a che non veniva quella giusta. Niente computer.

Io da ragazzo ho avuto la fortuna di poter frequentare diverse volte quel luogo, anche se solo per pochissimo tempo prima che tutto finisse, ma comunque per un periodo tale da consentirmi di saggiarne l’incredibile aura che esso emanava. Quando registravi ti capitava di avere davanti a te i maestri della discografia italiana, quelli che avevano fatto i dischi che amavi. E con gli occhi e le orecchie cercavi di rubare le piccole cose che poi, tutte unite, fanno “il mestiere”. E ti ritrovavi fianco a fianco con l’ingegnere del suono dei dischi che erano primi in classifica in quel momento e tu, incuriosito, gli chiedevi con rispetto: “Scusi maestro, ma lei il basso lo comprime? E la chitarra? E come esattamente?”. E vista la disponibilità avresti continuato a chiedere di tutto. E lui ti rispondeva con quel fare meraviglioso che hanno tutti i grandi professionisti quando si trovano davanti un ragazzetto sveglio che ha bramosia d’imparare, ma che ancora non ha capito che le cose preziose vanno sudate. Quel modo che ti fa capire che ti sta dicendo tanto, ma non proprio tutto, perché “il resto, caro ragazzo,  lo devi scoprire da te. Te lo insegneranno la vita e le giornate che passerai a studiare e a fare pratica”.

Ci ho messo anni a rendermi conto che quelle “piccole cose”, in realtà, non erano poi così piccole. Erano tutti doni che venivano elargiti con sapienza. Non solo a me ovviamente, ma a qualsiasi ragazzo che, con umiltà e rispetto, avesse voluto apprendere quell’arte ormai quasi persa chiamata il “mestiere della musica”.

E che meraviglia quando nelle pause ti ritrovavi a prendere un caffè vicino a Morandi o a Renato Zero. Quante volte ho avuto la sensazione che non stesse capitando proprio a me di trovarmi li..!! In quel luogo ascoltavi aneddoti straordinari. Eri dentro una favola… La tua.

E se poi ti capitava di rimanere a pranzo potevi anche provare l’ebbrezza della mensa aziendale, con le fantozziane divisioni fra maestranze e dirigenza. Non la ricordo come un locale “in”, anzi… sapeva più di bettolaccia, con tanto di tovagliato di carta a fantasie discutibili. Ma quanto era affascinante stare li. E se poi capitava di scambiare anche solo una breve frase con un artista o un produttore tornavi a casa e ci costruivi sogni. Talvolta lavorando ti capitava di essere rimproverato per un comportamento ingenuo o poco professionale, spesso anche duramente; ma ti serviva a capire quanto eri stato sciocco e a non ricascarci più. Avevi sempre una seconda possibilità, non ti mandavano a casa dicendoti che eri finito, come troppo spesso invece accade oggi.  E poi trovavi lavoro. Magari nulla di eclatante, piccoli turni per nuovi cantanti o cantautori; ed io quando capitava ne ero sempre contento.

Tutto questo però oggi non c’è più, e quando vedo che fine ha fatto la musica mi dispiace enormemente. Ma non tanto per me quanto per le nuove generazioni, perché non sanno quale scuola di vita si sono persi. Oggi i ragazzi hanno i talent, ossia “spremitori” di fresca polpa umana sacrificabile senza pietà. La scatola televisiva che vende sogni, non lavoro. Questa TV che ti induce a pensare che la cosa più importante nella vita sia il diventare ricchi e famosi, mentre invece ciò che conta è la sola cosa che non ti fa mai perdere la dignità, ossia L-A-V-O-R-A-R-E.

Noi abbiamo avuto la fortuna di crescere a stretto contatto con i discografici e con tutta la filiera di professionisti della musica, ma oggi i ragazzi hanno a che fare con i “televisivi” e con una filiera che tutto è meno che quella della musica. Perché lo dice il termine stesso, i televisivi non fanno musica ma TV. Ed il vero guaio è che oggi neanche più i discografici fanno i discografici, tutti cercano solo la TV perché è li che c’è il denaro. Certo, le cose cambiano e tutto si trasforma e noi siamo qui, pronti a vedere come si evolverà la cosa.

Intanto, per oggi, l’unico dato certo è che quel nostalgico pazzo rincoglionito cui è bene non dare troppo peso, si, ricordate? Quello di cui parlavo all’inizio di questo scritto… Ecco, mi sa che quello oggi sono proprio io.

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