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Le canzoni della mia generazione: “Call me”

1967
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di Gianfranco Giacomo D’Amato

A leggere che nel 2015 ha compiuto 70 anni non ci si crede. E’ difficile pensare che il tempo passi anche per uno dei più esplosivi sex symbol degli anni d’oro della musica internazionale.

L’impatto con la vita di Angela Tremble non fu dei migliori. Abbandonata dalla madre, viene adottata a soli tre mesi dai coniugi Harry, nel New Jersey che le cambiano nome. La piccola diventa così Deborah Ann Harry.

La sua palestra di vita è la New York effervescente degli anni 60.

Le sue caratteristiche, quelle che l’avrebbero portata ad essere conosciuta in tutto il nome come Debbie, emergono subito: la bellezza dirompente e la predisposizione per il palcoscenico.

Lo stile musicale, in anticipo sui tempi, è vagamente punk. Debbie si tuffa nel fermento dei mille locali della grande Mela in cui si suona dal vivo. Il toubillon alimenta velocemente la crescita artistica di Deborah.

Lei non passa certo inosservata e viene notata. Comincia a fare contemporaneamente la cantante e l’attrice.

E’ il 1974 quando con il compagno Chris Stein fonda i Blondie.

Cinque anni dopo la svolta.

Giorgio Moroder, papà di mille successi e personaggio chiave dello sviluppo planetario della disco music, ha il compito di comporre la colonna sonora del film American Gigolò, con Richard Gear.

Per uno dei pezzi Moroder ha per le mani solo una base. Servono melodia e testo e lui sta lavorando agli altri brani, non può fare tutto. Non può immaginare che sia il film che il brano che lo accompagna diventeranno dei veri e propri fenomeni cult degli anni 80.

Moroder passa la base a Stevie Nicks, front woman dei Fleetwood Mac, sperando nel suo aiuto, Ma lei non può per questioni contrattuali. Allora lui si rivolge a Debbie Harry. Lei accetta.

Su quella base, in poche ore, scrive testo e musica di “Call Me”.

E’ il film che traina la canzone o la canzone che traina il film ? Probabilmente nessuna delle due, come in tutti i casi di connubi perfetti.  Fatto sta che Call Me travolge immediatamente il pubblico con il suo ritmo. Basta un solo ascolto. La presenza scenica devastante di Debbie, la Marylin della musica mondiale che ama Anna Magnani, fa il resto.

Lei dice che per scriverla aveva immaginato un lungo viaggio in macchina su una high-way californiana. Chi ha visto il film si ritrova perfettamente in questa immagine. Chi non lo ha visto, farebbe bene a vederlo. Il film poi passa alla storia per un altro motivo: quello di essere il film “dei grandi rifiuti”. Insieme a quello “musicale” di Stevie Nicks a proposito del brano principale, vanno annoverati quelli “cinematografici” di Cristopher Reeve e di John Travolta che non accettano il ruolo maschile (Julian) e quello di Maryl Streep per quello femminile (Michelle), che viene poi interpretato dalla splendida Lauren Hutton. Probabilmente furono parecchi a pentirsi, a posteriori.

Nel 1980 andai al cinema con alcuni amici per vedere American Gigolò, vietato ai minori di 14 anni. Io ero in regola di pochi mesi, il mio amico Massimo, 12enne, assolutamente no. Passammo lo stesso le larghe maglie dei controlli e mettemmo nel cesto della nostra memoria uno dei ricordi “cult” della nostra adolescenza. Insieme a milioni di altri ragazzi quelle frasi dell’inciso di Call Me cantate da Debbie in italiano e francese (“Amore chiamami” – “Appelle moi mon cherie, appelle moi”) sono rimaste il suono di un luogo della fantasia fatto di America, di musica, di cinema e dello sguardo di una donna bellissima.

Pare che 2014, alla soglia dei 70 anni, Debbie abbia confermato le voci di alcune sue frequentazioni femminili.

Non ci interessa.

Alla ex coniglietta di Playboy, tra le mille cose anche musa ispiratrice di Andy Warhol, consentiamo tutto.

Per noi che eravamo ragazzini all’alba degli anni 80 Debbie Harry sarà sempre “IL” sex symbol di quel mondo scintillante e irraggiungibile.

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