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Mango, “Tutte le poesie” e quella voce tra cielo e terra

Voto Autore

di Paola Pellai

Doveva essere la presentazione del libro di poesie di Mango. E’ stata semplicemente una poesia. La poesia che se ne va, ma resta. Perché l’amore e la generosità di una vita non finiscono sotto terra.

E’ quello che è successo ieri a Milano al Mondadori Multicenter di via Marghera, alla presentazione di “Tutte le poesie”, il volume edito da Pendragon che racchiude le due precedenti raccolte di Mango (“Nel malamente mondo non mi trovo” del 2004 e “Di quanto stupore” del 2007) ormai introvabili, oltre a una terza inedita.

Ti accorgi subito che quella sala è troppo piccola per contenere tutto ciò che Mango è stato, è e continuerà ad essere. Lui è prematuramente scomparso, durante un concerto, l’8 dicembre 2014, ma le sue poesie ce lo restituiscono in una chiave speciale.
Ieri quell’anima poetica l’abbiamo toccata di nuovo, rabbrividendoci l’anima.

Laura Valente, moglie di Mango e mamma dei suoi due figli, si era messa d’accordo con la conduttrice radiofonica Paola Gallo per una presentazione sorridente. “Niente lacrime e se ci scappa la commozione, ci diamo una gomitata e spazziamo via tutto” si erano imposte. Non ce n’è stato bisogno. Una vita di poesia che si è annodata a una poesia di vita.

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Mara Maionchi, che nel 1983 scoprì per prima il suo talento, ricorda “quella  voce tra cielo e terra” e la testardaggine di un uomo che non ha mai voluto abbandonare le sue radici, intese proprio come terra e Lucania. Un uomo quasi timoroso delle sue potenzialità tanto che è toccato ad Alberto Salerno, autore di tanti suoi successi (Lei verrà e La rosa dell’inverno, per esempio), spingerlo ad osare nella scrittura dei testi.

Laura ricorda le notti insonni trasformate in poesie: “Al mattino mentre io e i ragazzi facevamo colazione e lui si preparava per andare a letto ce le leggeva. Noi non gli davamo molta retta”. Sorride. E aggiunge: “Aveva un concetto molto forte della famiglia allargata. Chi lavorava con lui era famiglia. Non ha mai mollato nessuno. Chi lo ha lasciato, lo ha fatto di sua volontà. Pino non ne sarebbe mai stato capace”.

Paola Gallo ricorda l’entusiasmo instancabile di Mango in dirette radiofoniche senza fine, in concerti e spettacoli zizagando per l’Italia.

Ora il pubblico alza le mani e rammenta le “sue” poesie. Qui la regola della gomitata non funziona. Chi racconta piange e si commuove. Come la signora che ricevette una telefonata da Mango mentre era ricoverata in ospedale: “Non la dimenticherò mai, mi ha aiutato ad essere qui oggi”. O la ragazza che rapita dall’inizio di un nuovo concerto al termine di quello vero: “Era notte fonde ad Ostia, ma Mango non riusciva a staccarsi da noi, dai nostri abbracci, da foto e dediche”. E ancora un ragazzo che rispolvera la meraviglia di un live a Varese con un pianoforte, una tenda di velluto e la canzone “Francesco” che gli entrò nella pelle e non lo ha più lasciato.

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E poi a raccontare il suo Mango compare, a sorpresa, anche Ivan Basso, due Giri d’Italia vinti, due volte sul podio del Tour de France, un tumore debellato lo scorso luglio con serenità ed ottimismo. “Con lui – racconta – avevo un rapporto speciale. Le sue canzoni hanno pedalato con me in ogni momento bello e anche in quelli di difficoltà. Mi allenavo con le sue canzoni, sopratutto in salita. Ricordo ancora la sua prima dedica: ‘Amico, sei entrato nel mio cuore’. E così lui. C’è sempre. Anche adesso.  Non lo vedo, ma lo sento. Nel mio cellulare c’è ancora il suo numero, i suoi messaggi. Ogni tanto provo a chiamarlo. Mi ha aiutato, ci siamo aiutati”.

Ecco l’Oro di Mango. Quel suo essere semplicemente speciale o essere speciale semplicemente. Gentile persino nei confronti della morte. Che se lo porta via in un attimo e lui riesce solo a dire “Scusate” al suo pubblico. Perché sa che la canzone finirà prima del previsto.

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