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Cronaca di una morte annunciata…

di Paola Maria Farina

11 gennaio 2016. Sembra un lunedì qualunque, di quelli post feste in cui vorresti stare rintanato sotto le coperte mentre fuori la grigiastra bruma lombarda spegne ogni colore.

Mi alzo lenta, a fatica, arrivo in cucina, preparo la colazione e con noncuranza accendo la tv: “Ci saranno i solti programmi di cucina o i talk show da cui non cavi mai un ragno dal buco”, penso. E invece…

Tra una frase e l’altra mi pare di capire che parlino di David Bowie: certo pochi giorni fa ha pubblicato il nuovo album Blackstar, una rete musicale non può non parlarne. Ma qualcosa attira la mia attenzione, un “non c’è più” che mi risveglia dall’intorpidimento prima del caffè e la prima cosa che mi viene in mente è che forse ho capito male, ho travisato. E invece…

Un vero pugno nello stomaco, doloroso e sconcertante, che lascia senza fiato. Riconosco che la mia conoscenza musicale di David Bowie è limitata, legata più al suo essere già figura leggendaria da decenni a questa parte e a quei brani imprescindibili che un adolescente di oggi non può non aver ascoltato (magari come cover nei bistrattati talent tv).

Allora, come fai a non apprezzare un artista che ha fatto del genio, del camaleontismo, della capacità di sorprendere (e far parlare) una carta da giocare ogni volta con il talento di un fuoriclasse?

In technicolor o black&white, Bowie popola l’immaginario di almeno un paio, se non di più, generazioni, incarnando un profeta musicale sempre con lo sguardo e il cuore più avanti dei suoi contemporanei.

Tra gioco e sentimenti, personaggi e anime, il Duca lascia una traccia incisiva nell’arte mondiale, un segno che solo gli eroi sanno tracciare. E lo ha fatto già ben prima di lasciarci.


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