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Il ricordo di Edith Piaf a cento anni dalla sua nascita

Voto Autore

di Athos Enrile

Se Edith Piaf fosse ancora viva compirebbe 100 anni!

Ma cosa scrivo…“il passerotto” è più vivo che mai, e non solo perché a lei ci si aggrappa nei momenti difficili, i più complicati in assoluto!

Un’ancora? Un punto di sicuro ristoro? Una certezza?

Ma sì… i tempi passano, e più aumenta il nostro “ammodernamento” è più si moltiplicano le guerre, che ora sono intelligenti, da microchirurgia, da scienziati della materia. E mentre diventano comuni concetti come “boots on the ground” ci accorgiamo di quanto vorremmo essere lontani da certi modi di pensare, di quanto ci piacerebbe ricorrere alla canzonetta – se amiamo la musica – per trovare momenti di socializzazione, quell’unione di intenti che sembra ormai una bestemmia per milioni di persone.

LEI è ancora viva, più presente che mai.

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Non ho mai comprato i suoi dischi, eppure la conosco da sempre. A dire il vero non credo di aver mai comprato un disco francese… rock o pop non fa differenza, eppure amo profondamente quella gente e quella cultura che ho conosciuto dall’interno per oltre vent’anni; il problema è che… l’unione dei suoni e dell’idioma francese mi provoca una grande tristezza immediata: provo ancora profondo malessere nell’ascoltare “La poupèe qui fait no”, di Michel Polnareff, la prima canzone che ho imparato a suonare alla chitarra: roba da psicanalisi!

Ma cosa c’entrano i miei accadimenti personali con Edith Piaf?

Esistono cantanti, artisti, musicisti, che ti entrano dentro senza che tu abbia intenzione di cercarli, e si inseriscono nella tua vita puntellando avvenimenti sul momento insignificanti, che scopri nel tempo come fondamentali alimentatori del ricordo.

Il mio amico e maestro Andrè Vetel, non più tra noi, nei momenti difficili, quelli carichi di tensione, riusciva a riportare la tranquillità facendo roteare il suo corpo ingombrante e fischiettando “La vie en rose”: che meraviglia!

Già, “La vie en rose” e la Piaf!

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Sono passati cento anni dalla sua nascita, ed Edith Piaf rimane agli occhi del mondo l’icona, il simbolo della Francia, come hanno dimostrato in questi giorni i numerosi tributi rivolti da ogni paese alla capitale dopo la strage del 13 novembre, omaggi forniti attraverso le canzoni del “passerotto”, appellativo attribuitole a causa della sua minuscola fisicità.

Nata il 19 dicembre del 1915 nel popolare quartiere di Belleville, si trasforma nel tempo in un punto di riferimento del suo paese, prendendo posto accanto alla bandiera tricolore, alla Tour Eiffel e alla “Marsigliese”.

In lacrime, Madonna ha interrotto il suo concerto di Stoccolma per cantare “La Vie en rose”. E’ con “L’Hymne à l’amour”, a Los Angeles, che Celine Dion ha scelto di rendere omaggio alle vittime durante gli American Music Awards (AMA).

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In Messico, la società di calcio Tigres, dove gioca il calciatore della nazionale André – Pierre Gignac, ha diffuso “La Môme” dopo il minuto di silenzio, mentre sui social network fiorivano estratti dalla versione originale di “Sous le ciel de Paris” e video di cantanti anonimi che riproponevano “Je ne regrette rien“.

Prima del contenuto delle sue canzoni è la sua voce che ha toccato e contaminato uomini e donne in tutto il pianeta, quella timbrica vocale che resiste al tempo e ai confini, spesso rigidi e ruvidi, ed è commovente constatare che la fragile ragazzina di Belleville ha ormai un posto in prima fila quando il paese piomba nella tragedia e si aggrappa istintivamente alle certezze. Ma più che la Francia Edith simboleggia lo spirito parigino, la fraternità, il popolo.

Di lei si ricorda la vita un po’… perturbata, e il suo cammino è stato tutt’altro che ortodosso, tanto che leggendo la sua storia risulterebbe difficile considerarla a priori una eroina, una portatrice sana dei valori francesi, quelli che solitamente si trasmettono con l’esempio di vita, con i comportamenti. Ma tutto questo svanisce al cospetto del suo fuoco sacro, della passione assoluta per il suo mestiere, della sua forza inarrestabile.

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Edith Piaf è la prima artista francese ad aver avuto un pubblico veramente internazionale, con un seguito copioso negli Stati Uniti e, assieme a Charles Aznavour, rimane tra i pochi ad aver trovato il grande successo estero cantando nella propria lingua.

Dal giorno della sua morte, arrivata prematuramente il 10 ottobre 1963, la sua fama non ha mai vacillato. “La Vie en rose”, di cui aveva scritto le parole, continua a figurare tra le canzoni che producono maggiori introiti legati ai diritti d’autore, segno che la sua notorietà non ha mai conosciuto momenti di crisi.

Il successo mondiale del film di Olivier Dahan – La Môme – e l’Oscar come miglior attrice ottenuto da Marion Cotillard, ha maggiormente evidenziato l’aura di un’artista le cui canzoni sono state riproposte da Lady Gaga e da Grace Jones, dalla rocker inglese Anna Calvi e da Frank Sinatra. La prova del gradimento che la Piaf continua a generare, un centinaio di anni dopo la sua nascita, è l’interesse che le sue canzoni e la sua vita suscitano ancora in tutto il mondo, da Rio a Budapest via Londra o New York, in un teatro importante o in un piccolo locale di periferia.

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Anche il pubblico italiano potrà omaggiare Edith Piaf nel momento del massimo ricordo, per effetto di un evento diretto e interpretato dall’attrice Daniela Airoldi, che commenta:
Piaf è stata una donna con un grande carattere e una forte personalità, una figura controversa, ma ancora molto attuale”.

Lo spettacolo sarà preceduto da un tributo al popolo francese, una sottolineatura che passa dalle note dell’inno Marsigliese.
Appuntamento a Bologna, al Teatro San Salvatore, venerdì 18 dicembre.

Per ricordarla propongo un brano, “Milord”, uno dei sui brani più conosciuti che presenta un testo di Georges Moustaki.


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