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“Roger Waters. The Wall“ secondo Gino Castaldo. Nei cinema da questa sera fino al 1mo Ottobre

Per la rubrica "SCRITTO DA VOI", riportiamo un bellissimo articolo scritto da Gino Castaldo, per Repubblica.it, sul film di Roger Water, “Roger Waters. The Wall“, nei cinema da questa sera, 29 Settembre, fino al 1mo Ottobre. Da non perdere!

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Qualche settimana fa il nostro Athos Enrile scrisse un bell’articolo sull’evento cinematograficoRoger Waters. The Wall“, che verrà trasmesso nelle sale italiane da questa sera, 29 Settembre, fino al 1mo Ottobre.

Per meglio “consacrare” questa pellicola, che vi consigliamo vivamente di andare a vedere (attraverso il link di Nexo Digital è possibile consultabile l’elenco delle città/cinema interessati), oggi, nella rubrica “SCRITTO DA VOI” riportiamo un bellissimo articolo sul film di Roger Water, scritto da Gino Castaldo per Repubblica.it.

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Titolo:
“The Wall”, il muro di Roger Waters metafora di tutte le guerre.

Che ambizione smisurata. Ogni volta che si ripercorre la drammatica grandiosità scenica di The wall viene da pensare a un tempo in cui la musica sembrava capace d’incendiare il mondo con passioni travolgenti. Il muro di Roger Waters è un simbolo a più di strati, lo sbucci come una cipolla e dalla follia sanguinaria delle guerre arrivi al muro di Berlino, alle istituzioni repressive fino alle più riposte barriere interiori che riusciamo a creare tra noi e gli altri, tra noi e il mondo esterno. Lo spiega Liam Neeson, in un commovente prologo in cui racconta come nel 1980 lui, giovane attore irlandese afflitto e spaesato dalle lotte che dilaniavano il suo paese, andò all’Earls Court di Londra a vedere il primo leggendario allestimento dell’opera, allora firmata Pink Floyd, e ne uscì sconvolto. “Fu come una seduta psichiatrica – dice – da quel giorno faccio tutto il possibile per smantellare quel muro”.

The Wall , il film (in molte sale italiane dal 29 settembre al 1° ottobre), regia dello stesso Roger Waters e di Sean Evans, è la resa cinematografica del colossale allestimento che l’ex Pink Floyd ha portato in giro per il mondo in questi anni: un concerto mirabolante, mozzafiato, inframmezzato di nuove scene con Waters che va a ripercorrere la sua grande ossessione, i luoghi dove è scomparso il padre, militare inglese nella Seconda guerra mondiale, ucciso dai tedeschi nella battaglia di Anzio.

Il gigantesco muro diventa schermo dove s’inseguono immagini e sorprese visive a ritmo vertiginoso. Diventa un treno che corre, un vetro che si frantuma, si riempie di graffiti e scritte, si distrugge e si ricrea in un caleidoscopio di pezzi, in un’altalena irripetibile tra sottili momenti d’intimità e l’effetto smisurato di questa cattedrale simbolica che viene man mano costruita sul palco. È in un certo senso la firma Pink Floyd, la capacità di fondere microcosmo e macrocosmo con scarti rapidi e apparentemente naturali, dolci, languide melodie acustiche e poi rock con potenza di fuoco inaudita. In qualche modo la resa cinematografica normalizza in parte lo stupore degli effetti (siamo abituati a vedere al cinema qualsiasi prodigio visivo), mentre dal vivo l’impatto è ovviamente maggiore perché si è lì, e si viene travolti da qualcosa che in un concerto di solito non si vede. Ma in compenso possiamo godere maggiormente i dettagli, il retro palco, le lacrime di Roger Waters, le riprese dall’alto del palco che sembra una piccola città che produce energia, fumi, fuochi d’artificio, valanghe di musica, terremoti sonori.

Molto più che nella versione originale del 1980, The wall finisce per essere soprattutto una violenta requisitoria antimilitarista. Waters ha perso il padre in guerra, e anche il padre di suo padre, nella prima, ma per estensione il muro rimbalza le facce dei caduti di tutte le guerre, degli attentati, della follia della violenza umana, mentre appaiono i celebri inconfondibili e giganteschi pupazzi della saga Pink Floyd: il maiale che vola sulla testa degli spettatori, l’insegnante repressivo che viene sbeffeggiato da un gruppo di bambini che canta- no Another brick in the wall . C’è un momento in cui il muro viene completato chiuso (e nel silenzio una voce chiede “Is there anybody out there? “, c’è qualcuno là fuori?) e a quel punto la metafora prende corpo. Tutto il gruppo è dietro, nascosto, separato dagli spettatori, rendendo esplicito il senso di quel muro, che poi viene liberatoriamente abbattuto. Quando arriva Comfortably numb il pubblico si lascia andare, gli occhi diventano lucidi.

E dire che tutto cominciò da uno sputo che Waters scaricò addosso a un fan troppo intraprendente. Ne soffrì a tal punto da chiedersi: perché? E immaginò che tra il gruppo e i fan ci fosse in realtà una barriera: The wall . Da uno sputo al più colossale spettacolo mai allestito su un palco. Cose da Pink Floyd.

Crediti: Gino Castaldo per Repubblica.it

 

 

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