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Valerio e le… merende in cartella…sign o’ the times

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di Giò Allegri & Mela Giannini

Negli anni ’70, nella cartella degli scolari (gli zaini erano riservati allo sport), avreste trovato diversi tipi di merende.

La diffusione dei messaggi televisivi aveva dato molta spinta alle merende industriali: farcite, moderne ed, oggi si direbbe, “di massa”. Un’altra tipologia, ma meno modaiola, era rappresentata da un  frutto, generalmente una mela o pera …memorie dai tempi di Pinocchio (!).

Il panino al prosciutto era snobbato, ma con molte difficoltà sopravviveva. Era percepito come una curiosa arretratezza, un po’ mortificante; oppure, per i più estrosi, un segno per differenziarsi.

Oggi, dopo decenni, l’attenzione verso i comportamenti alimentari ha ribaltato, o modificato, alcuni concetti. Le merende industriali sono sempre le più diffuse, ma la preferenza salutista sta spingendo le scelte verso prodotti freschi e naturali: così, la frutta resiste, ed è in crescita; il panino al prosciutto si appresta, forse, ad ottenere una rivincita morale.

Nell’ Italia delle mamme con le gonne, i viaggi in bus e la tv in due, tre canali … il panino era perdente.

I tempi cambiano e, talvolta, ribaltano le prospettive, e le scelte apparentemente anacronistiche di ieri, potrebbero rivelarsi vincenti domani. Ora, i viaggi in bus stanno ritornando, ed i sapori genuini sono la vera trasgressione.

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Nella discografia contemporanea, le etichette hanno assunto grande predominanza, ricoprendo un ruolo totalitario, o quasi, nel mercato musicale.

Ci sono state ribellioni, maiuscole, come ad esempio Renato Zero, in passato indirizzato dalla sua major verso un tracciato piatto, fatto di pubblicazione di “Best of”, raccolte e successi che mal si conciliavano con la sua voglia di cambiare pelle. Ed oggi Renato è, a tutti gli effetti, un indipendente.

In Europa, il caso più eclatante, fu quello di George Michael, che addirittura fece causa a Sony America per “sfruttamento”, a seguito un contratto capestro. Fu il primo artista, in assoluto, ad avere il coraggio di portare una Major in tribunale. Perse la causa contro il colosso Sony, e ciò gli costò molto, specie in termini economici, ma aprì un dibattito sui contratti vincolanti, che risalivano addirittura agli anni ’30/40 (mai aggiornati fino agli anni ’90).

Poco dopo questo caso, scoppiò la questione Jackson-Sony. Questa volta fu Michael Jackson a portare la Sony in tribunale, ma in questa circostanza la Sony perse e l’allora potente presidente Mottola si dimise…e cominciarono un po’ a cambiare le cose.

E si potrebbero citare ancora altri casi…

Ci sono anche state delle contestazioni, per così dire, “minuscole”: fughe come quella di Scanu nel 2012, che ha, volutamente, scelto di interrompere la collaborazione con l’etichetta con cui lavorava, la EMI, che nel frattempo stava diventando Universal, perchè il nuovo contratto propostogli era anch’esso assai limitato, come il precedente, e non prevedeva nessuna attenzione verso la sua crescita artistica. Il nostro, quindi, decise di andare via prima che scadesse il contratto in essere, pagando una penale.

Così iniziò la sua avventura dell’auto produzione. Scanu ha dato vita ad una propria etichetta indipendente, la NatyLoveYou,  iniziando  a produrre spettacoli, nuovi prodotti musicali, cd e dvd, e l’attuale tour.

Ovviamente il potere d’azione di Valerio Scanu, nell’ambiente, è differente da quello di Renato Zero.

Scanu ha fronteggiato un percorso in salita, dovendo affrontare anche una macchinazione mediatica, rivolta  contro di lui (reo di essersi ribellato al sistema). Ad esempio, a lungo si è scritto che l’Universal (che aveva acquisito la EMI) non gli avesse rinnovato il contratto, offrendo così ai media una versione capovolta dei fatti.

Più volte Valerio ha dovuto precisare, anche con il critico Mario Luzzato Fegiz (durante una trasmissione televisiva), che la decisione era dipesa da lui stesso, e non il contrario.

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Ma oltre al problema mediatico, ovviamente Valerio ha avuto bisogno (come tuttora, ha) di “risorse”, situazione che lo ha portato ad accettare proposte che forse, in altre circostanze, non avrebbe accettato. E così ha detto “SI” ad alcuni programmi televisivi ed ingaggi pubblicitari.

In questi ultimi giorni, ad esempio, anche  Enrico Ruggeri è stato fortemente criticato per avere partecipato ad un famoso jingle pubblicitario (per una nota azienda alimentare), ma ha difeso la propria decisione ricordando che nessun cantante vive di sola fama. Sul suo profilo  Facebook ha scritto una lunga lettera aperta ai fans (e non solo), ed i passi più importanti dello “scritto” sono stati: “Con l’aria che tira gli artisti hanno bisogno del mecenatismo per vivere […] Il denaro, per un artista, è indipendenza creativa: io non ci compro macchine lussuose, barche o cocaina, io faccio i dischi che mi piacciono, come e quando mi va…

Nell’esempio di Valerio, non si è trattato di un pallino, di una sfida o un volo d’Icaro. In casi come il suo, decidere di auto prodursi si rivela semplicemente l’unica scelta possibile, quando i desideri dell’artista e le intenzioni della Casa Discografica (nel suo caso, una Major) non s’incontrano più. Ne consegue che, visibilità,  pubblicità e diffusione del proprio lavoro, sono soggetti ad altri criteri ed altre misure, visto che non si ha più alle spalle una crew di un’importante etichetta discografica.

Lungi dal muovere critica al lavoro delle case discografiche, che hanno scoperto grandi artisti, li supportano e li affiancano nell’esposizione sul mercato. Bisogna comunque riconoscere che lo sforzo di un’auto produzione non può ottenere gli stessi risultati. Ed il pubblico, si sa, memorizza soltanto pochi nomi, solitamente quelli più proposti, più pubblicizzati, più promozionati.

C’è comunque da aggiungere, per avere un quadro più chiaro nel suo insieme, che gli “scenari”, in quest’era del digitale, dello streaming e quant’altro, stanno mutando profondamente il mercato della musica, perchè sta cambiando proprio il modo di fruire la musica. Sempre di più ci si sta allontanando dai vecchi, tradizionali, modi di vendita, che necessitavano di una buona e capillare distribuzione “fisica”. Con il digitale e con lo streaming, la “distribuzione” non esiste più e non ci sono più i costi ad essa connessi.

Ma è anche vero che in quest’epoca si vende sempre meno musica, perchè lo streaming è quasi sempre free…e ormai quasi tutti fruiscono di musica attraverso questo mezzo. Per cui ora, per fare materialmente musica – per pagare tutte le figure che sono dietro alla produzione di un album – si è costretti a trovare comunque altrove le risorse …e se sei gli U2 la musica te la fai pagare dalla Apple…se sei Ruggeri dalla Negroni, se sei Scanu dalla Melegatti (o ingaggi televisivi)…ma anche se sei, ad esempio, Chiara (che è seguita da  Sony music ) e vendi poco, te la fai pagare dalla Tim e così via…mentre altri invece scelgono la via del crowdfunding.

Ruggeri ha ragione: siamo tornati all’era del “mecenatismo“, una forma e un modo “antico” di sostenere gli artisti (pensate a Lorenzo de’ Medici che alla fine del XV secolo sostentò, finanziò l’arte di Michelangelo), in contrasto stridente con i tempi tecnologici, globali e virtuali in cui viviamo.

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Grandi trasformazioni stanno quindi investendo l’intero settore musicale: esse, paradossalmente avvantaggiano, o almeno in parte aiutano, chi, come Scanu, oggi vuole intraprendere una strada in solitario, perchè il mondo virtuale della rete, se usato bene, fornisce buone possibilità di “arrivare” a tanta gente, creando, di fatto, un modo nuovo e alternativo per fare promozione. Il pubblico più giovane ormai vive, per la maggior parte del tempo, in rete, in un modo e in un mondo solo “virtuale”. E se si raggiunge tanta gente, viralizzando la musica e la propria immagine, si crea una cassa di risonanza che  garantisce un’ottima promozione, tale da fornire ottimi “crediti mediatici”. Il fine di tutto poi, non è tanto “VENDERE MUSICA”, ma riuscire a fare Live, Concerti, Tour, che, al momento, sono la primaria fonte di guadagno per TUTTI gli artisti.

In sostanza quindi, il mondo musicale di quest’era sta variando, cambiando, mutando, evolvendo, ad una velocità che noi stessi, forse, nemmeno percepiamo: un sistema in uso oggi, potrebbe rivelarsi superato domani. Magari, al contrario, fra un paio di decenni… anche il famoso panino al prosciutto potrebbe tornare ad avere “appeal”, ed il prodotto industriale potrebbe perdere parte del suo fascino plastificato, fatto solo di apparenza. Chissà.

Valerio sottolineò il passaggio, da una strada certa ad un cammino meno scontato, incidendo (con il maestro Lucio Ranieri) nel 2012, uno specifico brano, una cover di Eric Carmen, che oltre ad essere un brano di un certo sofferto spessore, ha un titolo indicativo : “All by myself ” (traduzione: “Tutto da solo”…quasi a dire: farò tutto da me). Le sue scelte artistiche non sono mai avulse dal suo percorso, ed i fans hanno imparato a riconoscere, spesso, messaggi sotterranei lanciati attraverso le canzoni.

Potrete trovare questo pezzo in  molte versioni live, dove la grande potenza vocale di Valerio emerge prepotentemente.

 

Qui troverete, invece, la versione ufficiale: ascoltate la bravura e la precisione in questo brano, e soffermatevi nel grido finale della parola “anymore”, perchè in esso è racchiuso un concetto, fatto di forza e determinazione, di consapevolezza , forza di volontà  e tanto amore per la musica.

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Fonte Foto IAS

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