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Steve Vai e Mississippi Adventure

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di Athos Enrile
Chiunque sia appassionato di virtuosismo chitarristico conosce bene Steven Siro Vai, meglio conosciuto come Steve Vai, chitarrista, compositore e produttore discografico statunitense. Mi colpì, leggendo la sua storia, l’interesse che riuscì a suscitare in Frank Zappa, il genio musicale per eccellenza.

Sono arrivato a lui con notevole ritardo, una decina di anni fa, scoprendo di averlo già visto all’opera in un film del 1986, intento a duellare a … colpi di chitarra. Inizialmente la mia attenzione fu attirata dal trailer del movie a sfondo musicale. Erano i tempi in cui in TV c’erano rubriche dedicate, periodiche e frequenti, e si andava al cinema con assiduità. I DVD non esistevano e l’Home Theatre faceva parte della nostra attività onirica.

La pellicola in questione si chiamava Mississippi Adventure (Crossroads nell’edizione originale) e ciò che percepii, dallo spezzone televisivo, era la storia di un ragazzo che amava suonare il blues con la sua chitarra elettrica.
L’attore protagonista, Ralph Macchio, era poco credibile come chitarrista, perché noto come “Karate Kid”.
Non rimasi deluso dal film, che vidi appena possibile, e mi divertii ad identificarmi in quel ragazzo che, come me, amava la sei corde elettrificata. Ma ad accentuare il ruolo di quello strumento, nel film, un duello finale: siamo in America e i duelli a cui eravamo abituati erano ben diversi.
In questo caso la sfida è tra guitar heroes, il poco probabile Ralph Macchio e, appunto, Steve Vai.
Rimasi colpito da quel musicista “satanico” -per ruolo- e incredibilmente abile, anche se non provai nell’immediato ad abbinare un nome alla sua immagine.
Anche per chi non è appassionato del genere (un rock blues molto accentuato), ma amante dello strumento, una “battaglia” del genere risulterà spettacolare.
La tecnica di Steve Vai è tra le più evolute e, oltre all’orecchio, appaga la vista.
Mississippi Adventure fa parte di quel ristretto nucleo di film che rivedo almeno una volta all’anno e che consiglio caldamente.
Basato su di una storia divenuta leggenda -quella di uno dei miti del blues, Robert Johnson, che cede l’anima al diavolo in cambio dell’eccellenza chitarristica- permette di viaggiare serenamente nei luoghi e nei concetti che sono alla base di un genere musicale che nasce dal dolore e dalla sofferenza, stati di disagio che vengono esorcizzati e tenuti a debita distanza proprio dalla musica: da vedere senza indugio alcuno!

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