I francesi la chiamano grandeur, un misto di orgoglio nazionale, patriottismo, superbia, autocelebrazione. L’occasione migliore per metterla in scena e mostrala a 2 miliardi di telespettatori nel mondo, è stata la Cerimonia per i Giochi Olimpici di Parigi, dove paradossalmente i primi a essere dimenticati sono stati proprio gli atleti.
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La Francia dimenticando colpevolmente i suoi registi, non solo del cinema ma anche del Cirque Du Soleil, ha affidato il compito all’attore e direttore teatrale Thomas Jolly, quarantaduenne che ha un buon curriculum ma non straordinario come andrebbe richiesto per un evento così importante.
L’idea di base poteva essere buona, cioè portare la cerimonia nella città più bella del mondo, fuori dal classico stadio, raccontando al contempo la storia della nazione, citando alcuni dei suoi personaggi più rappresentativi. L’errore più grave però è aver affidato il tutto nelle mani di Jolly che regista non è e non lo è mai stato. Ha avuto due anni di tempo, un budget illimitato e la massima libertà artistica. Scusate il banale gioco di parole, ma gli hanno regalato un bel Jolly. Purtroppo se l’è giocato malissimo.
Il focus ideologico è stato suddiviso in 12 tableaux artistici e in altrettanti capitoli con le classiche parole chiave come solidarietà, libertà, uguaglianza, diversità, inclusione, etc, con la partecipazione di 2000 partecipanti. Praticamente impossibile mettere in scena un copione così complesso senza cadere nella trappola degli equivoci e delle contraddizioni.
Ad esempio la sfilata delle 85 imbarcazioni sulla Senna che hanno trasportato 6.800 atleti. Abbiamo visto barchette di salvataggio per i Paesi più poveri e praticamente una nave da crociera per tutti gli atleti francesi (600). Forse sarebbe stato più opportuno riunire tutti i paesi francofoni su una unica barca, a testimonianza della nota inclusione e solidarietà tanto sbandierata, invece abbiamo visto sfilare i ricchi e i poveri in maniera davvero imbarazzante, la grandeur e gli sfigati, i primi e gli ultimi. ma ben distanti e distinti gli uni dagli altri. Prima clamorosa gaffe.

La seconda molto evidente e addirittura paradossale è che si è messo in scena una sfilata con gli atleti praticamente fermi con i portabandiera che neanche si riconoscevano. Come a testimoniare che gli atleti erano solo un pretesto per raccontare la Francia e la sua onnipotenza.
Terza clamorosa gaffe: la regia. Le cento telecamere che in realtà sembravano dieci, erano posizionate male, distanti dai battelli e con ottiche sbagliate, infatti le inquadrature erano totali in campo medio lungo, che escludevano primi piani degli atleti. Un qualunque regista televisivo, avrebbe scelto telecamere diverse e le avrebbe distribuite ovunque, magari anche all’interno dei battelli stessi. Tra l’altro, visto il meteo che aveva previsto forti piogge per tutta la durata della cerimonia, quasi tutte le telecamere erano prive di adeguate coperture anti pioggia, la cui assenza ha causato sulle ottiche un continuo e fastidiosissimo ping pong di gocce e rigagnoli d’acqua piovana. Droni e riprese dall’alto non pervenute, ma come dicevamo, Thomas Jolly, non è un regista.
La durata della cerimonia è stata talmente esagerata che non è stato nemmeno possibile effettuare delle prove generali. Tempi lunghissimi e carenza di ritmo che è stato affidato solo ai numerosi (troppi) ballerini con coreografie che ricordavano quelle dell’Eurofestival. Il teatro danza è ben altra cosa, come ci hanno insegnato i Momix, fino agli Stomp.
A fare da trait d’union con la sfilata dei battelli (a tratti sembrava Giochi senza Frontiere, piuttosto che i Giochi Olimpici) c’è stato un lungo e articolato video a puntate con uno o più tedofori che si spostavano nei luoghi più suggestivi di Parigi, dalle fogne ai tetti, passando per il Louvre. Il video, probabilmente girato da uno o più registi, è risultato l’elemento più riuscito dell’interminabile cerimonia.

In tutto questo gli atleti erano assenti, fino al momento finale nel quale ne hanno messi insieme persino troppi, da Zidane a Nadal, da Carl Lewis a Nadia Comaneci fino al centenario atleta paraplegico Charles Coste colpevolmente lasciato sotto la pioggia per più di un’ora.
Circa la narrazione storica francese, ci sarebbe da discutere. Ottima l’idea delle statue raffiguranti dieci storiche figure femminili francesi, ma dimenticare Giovanna D’Arco, la più grande eroina di Francia, oltretutto perfetta icona del femminicidio, dato che gli uomini l’hanno bruciata viva in piazza, è stato un errore clamoroso e persino imbarazzante.
E qui entriamo nel vivo dei contenuti.
E’ mai possibile che temi come diversità, pari opportunità e inclusione debbano essere sempre rappresentati con la classica estetica di uno spettacolo di Drag Queen con tanto di donne barbute? Questo equivoco ha dato pretesto alla destra di mostrare la sua totale ignoranza culturale per l’ennesima volta. La rappresentazione di Dioniso circondato da Drag Queen, è stato scambiato colpevolmente come una sorta di Ultima Cena pagana, ma se proprio vogliamo trovare un riferimento a un’opera d’arte, casomai trattasi del Banchetto degli Dei tra Cupido e Psiche. Dionisio con l’Ultima Cena di Leonardo, c’entra come uno jambon sopra le ostriche. Matteo Salvini che conosce l’arte come Cassano la fisica quantistica, ha dichiarato:
“Un’offesa ai miliardi di cristiani nel mondo”. Ti pareva.

Sta di fatto che l’estetica pop messa in scena, di eleganza non ne aveva neanche un briciolo e se vogliamo è risultata persino banale e scontata. Non aveva nemmeno un pizzico di sana trasgressione e provocazione che solo quel genio di David Lachapelle, artista pop eccellente, sa raccontare. Questa estetica pop strabordante e grottesca, è casomai figlia di quello che vediamo tutti i giorni in tv, dai balletti trash dell’Eurofestival al look di Malgioglio ad Amici.
Credo che temi così seri e importanti, debbano essere raffigurati in ben altro modo. Perché i gay devono essere sempre raffigurati come icone pop di cattivo gusto? Esistono anche i gay in giacca e cravatta o vestiti normalmente come tutti, se proprio vogliamo parlare di inclusione sociale. Il tutto quindi ha il sapore di ipocrisia, come se lo spettacolo circense conti più dei contenuti.
In quanto a ipocrisia omologante, fa tesoro il discorso pomposo e retorico di Tony Estanguet, che mentre infarciva l’intervento di parole come inclusione, diversità, diritti delle donne come se fossero noccioline, si è fatto riparare da un ombrello tenuto per mano da una povera ragazza fradicia sotto la pioggia, per oltre venti minuti. Trattata alla stregua di una donna di servizio. E’ bastata questa immagine per cancellare di colpo tutto il suo discorso, come a dire: “Estanguet predica bene e razzola male”.

Credo che il tema estetico non sia affatto da sottovalutare, dato che forma e contenuto non dovrebbero mai separarsi, ma per l’appunto essere uniti e condivisi. Il baraccone pop lasciamolo alla tv, che i giovani ormai non guardano più dalla nascita dell’era digitale. Se bellezza dev’essere, mettiamola in scena con cura, fantasia e buon gusto, oppure con una sana e autentica provocazione.
Il pop non ha nulla di tutto questo, è solo una rappresentazione di volgare consumismo travestito da finto progressismo.
Lo spirito Olimpico racchiude già di suo l’unione tra i popoli in tutte le sue diversità. Gli atleti lo dimostrano tutti i giorni rispettandosi l’un con l’altro, che vincano o perdano, che salgano sul podio o meno. Impariamo da loro e più che celebrare l’ego nazional popolare, celebriamo il loro esempio.
Dio salvi la baguette!
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