La nuova casa editrice Cluster A, fondata da Stefano Piantini e Fabio Achilli, ha da poco pubblicato il suo primo libro: “Ludovico Einaudi (la musica, le origini, l’enigma)” scritto da Enzo Gentile, con la prefazione di Cecilia Chailly.
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Il libro esce quasi in contemporanea con il settantesimo compleanno del noto musicista e compositore torinese. Artista molto particolare che nonostante il suo successo internazionale dovuto anche per le sue premiate colonne sonore, una su tutte quella del film “Quasi amici”, dei registi Olivier Nakache e Éric Toledano, che è stato distribuito in tutto il mondo, si tiene accuratamente alla larga dalle tentazioni mediatiche e dalle lusinghe del consenso popolare. La storia di Ludovico Einaudi è assai singolare, soprattutto in un Paese come il nostro, praticamente succube della canzone popolare, che raramente premia i compositori di musica strumentale di qualsiasi scuola o tendenza, dal jazz all’elettronica, passando per quella definita da alcuni discografici: neo- classica, alla quale a torto o a ragione, Ludovico Einaudi viene incluso, suscitando anche il suo sincero fastidio:
“Questo termine non mi appartiene affatto, mi evoca qualcosa di accademico e un po’ lezioso”.
Il libro di Enzo Gentile, per stessa ammissione dell’autore, è incentrato più sulle origini e sulle fasi meno recenti del compositore, come quella che nel pieno degli anni settanta, lo vide artefice del cosiddetto “prog” italiano, come componente degli “Arti e Mestieri”, una delle band italiane più innovative di sempre, insieme agli Area, Perigeo e Maxophone, formazioni in bilico tra jazz, sperimentale, rock, prog e musica contemporanea, all’insegna della “ libertà di prendere tutte le direzioni senza sceglierne una”. Da lì si passa alla pubblicazione del suo album d’esordio: “Time Out” del 1988 per poi descrivere tutte le fasi successive nelle quali Einaudi si attesterà come il musicista italiano più affermato. La parte più interessante è una serie di interviste nelle quali Ludovico Einaudi si smarca da ogni possibile definizione e appartenenza di genere o categoria musicale. Sorprendentemente rivela di amare i primi Pink Floyd e di detestare “The Wall” o di sognare di “ Di fare un film a grande budget come Blade Runner o Interstellar per divagare nell’intimismo e scatenarmi tra le sonorità potenti dell’ elettronica.”
E ancora a proposito dell’ambiente della canzone:
“De André? Confesso che mi annoiava. Guccini? Beh, tutte quelle rime… Paoli? Non saprei che dire… Nelle canzoni di molte parole vedevo un’altra malinconica prova della marginalità italiana”.
Altra sezione interessante del libro sono le varie testimonianze accreditate di persone e artisti che descrivono il compositore e la sua musica attraverso esperienze condivise non solo professionali: critici, promoter, produttori cinematografici, musicisti, coreografi, illustratori, operatori culturali e quant’altro.
Ne scaturisce la fisionomia di un artista “diverso”, non conforme e non allineato al mondo dello showbiz, nonostante il suo grande successo internazionale. Cito solo una particolarità della quale nessuno ha parlato né sulla stampa, né sui social, ma questa estate nel suo concerto sold out in pazza San Marco a Venezia, chi era seduto nelle prime file ha speso oltre 200 euro a biglietto.
Ludovico Einaudi è forse un caso unico nel panorama musicale italiano. Uno che ha capito perfettamente il pericolo di confondersi nel cosiddetto mondo Pop, dove c’è il serio rischio che una tua composizione possa fare da commento sonoro in uno spot di una insalata al tonno o di un risotto precotto. Uno che in un talk show televisivo ci è andato solo una volta e per caso, per poi pentirsene ( da Fabio Fazio ). Uno a cui non interessa essere protagonista in un docufilm, almeno fino a prova contraria. Un ambientalista convinto anche nella sua musica, un minimalista puro a cui non piacciono fronzoli ed effetti speciali. Avercene di artisti così, in un modo dove tutti si tirano gomitate e spinte per mettersi in mostra. Nel caso di Ludovico Einaudi basta la sua musica.
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