E’ uscito il libro “La Storia dell’Indie” di Massimo Padalino, pubblicato da Hoepli, curato da Ezio Guaitamacchi.
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Volume interessante che ha sicuramente il merito di farci riflettere sul termine Indie, sia dal punto di vista storico che contemporaneo. Le testimonianze e le citazioni di musicisti come Cristiano Godano, Brunori SAS e Manuel Agnelli, hanno il merito di ricordarci che in fondo, almeno una volta nella nostra vita, siamo stati indie, anche se il mainstream ci ha rubato gran parte della nostra vita.
L’autore traccia un suo personale percorso storico dell’indie, partendo addirittura dal disco “Strange Fruit” di Billie Holiday uscito effettivamente per una piccola etichetta indipendente, fino ad arrivare all’indie rock alle soglie del terzo millennio. Leggendo il libro, mi sono sicuramente identificato ne vari personaggi citati, dato che la mia storia musicale e professionale è partita negli anni settanta proprio con una etichetta discografica indipendente e da una rivista indipendente: La Produttori Associati e Re Nudo.
Insomma, la mia generazione non si è fatta mancare nulla per essere indipendente, a cominciare dalla vita fuori dalla casa familiare, alla libera professione, la controcultura e persino il proprio credo politico. Tanti cani sciolti tutti insieme da una parte e tante pecore o mandrie di bovini ammaestrati dall’altra. Ma oggi che significato ha il termine Indie o indipendente? Credo onestamente, nessuno.
In epoca analogica, almeno fino alla fine degli anni novanta, essere indipendente non era solo una scelta ma anche un settore del mercato discografico, poi con la rivoluzione digitale tutto si è omologato e standardizzato. Più che mercato indipendente, potremmo forse parlare di minuscole riserve indiane, sparse nella rete come gocce nell’oceano. La triste verità è che Il mainstream ha vinto e stravinto e a colpi bassi, talmente bassi che spesso costringe gli “indipendenti” nel pallido e infruttuoso tentativo di simularlo.
Questo il libro non lo spiega, dato che non è un saggio sociologico, ma offre abbondanti spunti per porci la domanda delle 100 pistole. “Possiamo essere ancora indipendenti?” possiamo ancora far nostra la frase di Cristiano Godano nella quarta di copertina del libro?
“Tutto ciò che ci interessava era vivere nella nostra musica, senza compromessi di alcun tipo”.
E’ una frase scritta sulla pietra, esposta come oggetto museale. Oggi il compromesso è assolutamente entrato nel nostro DNA politico-culturale. Chi si autodefinisce indipendente, guarda caso finisce come tutti gli altri, su Spotify (il grande inganno del mercato alla portata di tutti), tenta di andare a Sanremo o di sedersi al tavolo dei tutor da talent show.
L’hanno fatto tanti ex indipendenti, come Pierò Pelù, Manuel Agnelli e il più indipendente di tutti: Morgan, dato che poi viene sempre allontanato o addirittura perseguito dal mobbing del mainstream. E se non ci pensa il Sistema a integrare gli “indipendenti”, ci pensa il governo a isolarli, vedi la fine che ha fatto la cosiddetta Rave Culture messa fuorilegge.
Il saggio di Massimo Padalino corredato da immagini, citazioni illustri dati e aneddoti, va letto tutto d’un fiato o studiato come strumento di consultazione, perché l’indie, nonostante la buona volontà nel cercare di sopravvivere, è ormai entrato in modalità nostalgia. Essere indipendente oggi, è una fake news uscita da una piattaforma artificiale.
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