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Cosa ne pensa l’Accademia della Crusca dei testi di Sanremo 2025?

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Sanremo, l’evento nazionale in cui la musica incontra la moda, il gossip e – perché no? – anche la linguistica. Sì, perché tra concorrenti annunciati e poi ritirati, ospiti, look e inevitabili polemiche, c’è anche chi si è preso la briga di analizzare i testi delle canzoni in gara. E per farlo, chi meglio dell’Accademia della Crusca, custode della nostra amata lingua italiana?

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Anche quest’anno, i linguisti hanno messo sotto la lente d’ingrandimento le parole che risuonano e risuoneranno nei prossimi giorni tra le mura dell’Ariston. A emergere per la qualità del testo è stato Brunori Sas con il brano L’albero delle noci. Pare che l’Accademia ne abbia apprezzato la profondità espressiva e l’uso di immagini poetiche, roba che ormai scarseggia, tanto quanto la punteggiatura su Facebook o nei messaggi WhatsApp.

Sanremo parla come i social (e il mercato ci mette lo zampino)

Il professor Lorenzo Coveri, linguista e membro della Crusca, ha notato come i testi sanremesi siano sempre più figli del parlato e dell’immediatezza dei social. Insomma, meno “paroloni” e più frasi da didascalia Instagram. La tendenza è chiara: linguaggio semplice, informale e senza eccessi stilistici perché il mercato musicale vuole canzoni che si capiscano subito e si canticchino senza troppi sforzi. (Tradotto: se il pubblico deve googlare il significato di una parola, hai già perso.)

Brunori Sas, per nostra fortuna, ha deciso di seguire la sua elegante cifra stilistica proponendo una canzone che parla di identità e radici familiari con un linguaggio che unisce raffinatezza e accessibilità. Secondo Coveri, il cantautore calabrese porta avanti la grande tradizione del cantautorato italiano, dimostrando che si può ancora scrivere bene e piacere al pubblico.

Il dialetto, un evergreen sanremese

Un altro punto interessante dell’analisi della Crusca è l’uso del dialetto. Tony Effe, Rocco Hunt e Serena Brancale hanno fatto ampio uso di espressioni dialettali, con il napoletano che si conferma tra le varietà linguistiche più amate della musica italiana. Peccato che il sound anglo-partenopeo di Pino Daniele resti un miraggio. E’ stato comunque bello scoprire che Serena Brancale, con Anema e Core, abbia voluto omaggiare il grande artista a dieci anni dalla sua scomparsa.

Gli altri “premiati” dell’Accademia

Oltre a Brunori Sas, hanno ricevuto una menzione d’onore anche:

  • Lucio Corsi con Volevo Essere Un Duro, che ha portato un testo originale (finalmente!);
  • Willie Peyote con Grazie Ma No Grazie, che con la sua solita ironia ha fatto quello che pochi osano fare a Sanremo: parlare di temi sociali senza annoiare;
  • Bresh con La Tana del Granchio, che ha utilizzato parole mai sentite prima sul palco dell’Ariston, dimostrando che il vocabolario italiano è ancora vivo (nonostante tutto).

Sanremo: il festival della canzone (e delle parole che resistono all’estinzione)

L’analisi della Crusca conferma che Sanremo rimane un luogo di sperimentazione linguistica, dove la tradizione e le nuove tendenze si mescolano. Certo, la lingua italiana non se la passa benissimo: tra analfabetismo funzionale e anglicismi, il rischio è che presto alcune parole finiscano in via d’estinzione. Ma finché avremo una manciata di canzoni che ci fanno riflettere e artisti che osano, c’è speranza.

A proposito di parole, Wired ha chiesto a un’intelligenza artificiale di analizzare le più usate nei testi di Sanremo 2025 ed ecco il risultato:

La parola regina è “non” (248 occorrenze), seguita da “come” (87) e “più” (80). Per trovare il primo sostantivo bisogna scendere alla sesta posizione. Indovinate quale?: “amore” (46 volte), a ribadire il più grande cliché della canzone italiana.

Almeno stavolta, mi sembra che nessuno abbia cercato di rifilarci “cuore” in rima con “amore”. Ed è già una piccola rivoluzione.

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