“Ariston- la scatola magica di Sanremo”, il libro perfetto da leggere per gli appassionati del Festival a pochi giorni dal suo inizio.
L’ Intervista al proprietario dell’Ariston, nonché autore Walter Vacchino
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Aris ha origine greca e significa “ottimo, il migliore”. Aristide Vacchino, imprenditore sanremese, non ebbe dubbi quando nel 1953 dovette assegnare un nome alla sua “creatura”, il cinema-teatro “Ariston”, che dal ’77 ospita il festival di Sanremo. Aris come Ariston e Aris come Aristide, un connubio inscindibile tracciato nelle lettere.

Si parla anche di questo nel libro di Walter Vacchino, figlio Aristide, intitolato “Ariston – la scatola magica di Sanremo”, scritto a quattro mani con l’addetto stampa Luca Ammirati. Un libro da rispolverare per gli amanti del Festivalone a pochi giorni dal suo inizio.
Una storia che da familiare è diventata internazionale. E che affonda le radici a quando, Aristide cresceva a pane e cinema, nella saletta gestita dai suoi genitori, tra un proiettore, fotogrammi in bianco e nero, un vecchio piano e poco più di duecento posti a sedere.
L’affluenza era notevole, così da fargli escogitare il trucco di aumentare di poco la velocità dei fotogrammi, in maniera da aggiungere uno spettacolo quotidiano ai cortometraggi previsti. Soprattutto, l’interesse era tale da far nascere in lui l’esigenza di sognare in grande. Nel dopoguerra, Vacchino, decise che quei duecento posti sarebbero diventati duemila.
Così, nel 1953, iniziarono i lavori di costruzione del “Centro Ariston“. Un percorso ad ostacoli che alla fine si tradusse in un una realtà di cui ancora si parla oggi, gestita dai fratelli Walter e Carla Vacchino.

Aristide Vacchino, suo padre, che uomo era? Qual è stata la sua grandezza?
La visione, in assoluto. Aveva già previsto il futuro e aveva la forza, la determinazione di realizzare questo sogno, dimostrando ad oggi di aver avuto ragione.
Il segreto per durare settantacinque edizioni?
Il segreto è continuare ad avere sempre un sogno. In questo caso, quello di mantenere una struttura che faccia da incontro tra l’emozione dello spettacolo, del cinema, e l’emozione dell’incontro tra le persone, per tenere sempre, in vita, una “macchina delle emozioni”.
Il momento più buio?
Le difficoltà ci sono sempre state. Il dover accogliere la richiesta del mercato e dover rimodulare la parte da destinare al teatro, o da destinare al cinema. Bisogna avere un buon mix di adattabilità. L’Ariston si è sempre adeguato a questo tipo di richiesta. Il colpo di fortuna è stato realizzare un anno il Festival in maniera provvisoria, nel ‘77, in seguito ai lavori di ristrutturazione del Casinò che lo ospitava al tempo, e poi farlo rimanere lì.
Un momento bello?
Di recente, la vittoria dei Maneskin, perchè ha riportato in auge, a livello internazionale, il nome del Festival, facendolo ritornare agli antichi fasti di un tempo.
L’edizione che ricorda con più pathos?
Sicuramente quella del Covid.
Il Festival è da sempre considerato una cartina di tornasole dei cambiamenti di costume della società. Se lei volge uno sguardo al passato e uno al presente, cosa le salta più all’occhio dei cambiamenti a cui ha assistito in questi anni?
Tutto cambia, nulla cambia. C’è stata un’evoluzione tecnica e tecnologica per il Festival che ha riguardato gli strumenti, le scenografie, ma l’anima è rimasta la stessa, e nonostante gli anni, le emozioni pure.
Il presentatore a cui è più affezionato?
Non me lo chieda, è come chiedermi chi sia il tuo migliore amico. Ognuno ha una sua personalità con cui si è fatto ricordare. Baudo lo ricordo per la signorilità con cui creava un rapporto con lo spettatore a casa, Vianello per l’ironia, Fazio per essere stato un innovatore, Baglioni come architetto del dialogo tra palcoscenico e platea…potrei fare un elenco.
E c’è un presentatore che le piacerebbe lo conducesse in futuro?
Sì, ce l’ho, ma non lo dirò.
Quest’anno, dopo 40 anni, Carlo Conti riporterà sul palco i Duran Duran. Lei ha scritto nel libro che nell’ ’85 crearono alcuni danni al teatro. E’ contento di riaccoglierli?
Sono felicissimo che ritornino. Sono cicli storici. Beh, il fatto che danneggiarono il teatro lo vidi come un danno a loro stessi, perché i posti di cultura appartengono a tutti. Qui al Festival, da sempre, accogliamo artisti dopo tantissimi anni di lontananza che ritornano a trovarci.
Come immagina il futuro del Festival?
Vorrei un ritorno al passato, agli elementi tradizionali di una volta, in cui la musica era al centro. Mi piacerebbe che sul palco tornassero a gareggiare artisti francesi, inglesi, europei, per lanciare un messaggio di solidarietà, per eliminare barriere e differenze.
Ci racconti qualche episodio inedito.
Beh, ricordo sempre quell’anno in cui Beppe Vessicchio vinse con gli Avion Travel a sorpresa, e che quando ripartirono per Napoli il mattino dopo alle 5, il loro furgone rimase bloccato al Mercato dei fiori, e si videro costretti tutti a spingerlo, compreso il Maestro, per farlo ripartire…per ognuno ne avrei da raccontare.
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