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L’Italia soffre di influencer

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Con il caso Cartabianca finito nel mirino della dirigenza RAI, forse si sta aprendo in Italia un nuovo ciclo e la chiusura di un altro, che nonostante gli ascolti piace sempre meno. Forse sentiremo presto il canto del cigno degli opinionisti televisivi, questa strana categoria di “esperti” che ha invaso le reti televisive italiane in modo febbrile, direi quasi pandemico.

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L’amministratore delegato della RAI Carlo Fuortes si è già espresso su questo tema in modo netto e chiaro:

“I talk show non sono l’ideale per l’approfondimento giornalistico”.

Come dargli torto? Del resto da un manager ed economista della cultura, con un prestigioso curriculum come il suo, non ci si può aspettare che approvi questo decadimento dell’informazione che negli ultimi mesi ha permesso sulla televisione pubblica di divulgare affermazioni false e fantasiose, come quella di Alessandro Orsini che qui riporto integralmente:

“ Hitler non aveva nessuna intenzione di far scoppiare la seconda guerra mondiale”.

Praticamente Orsini pensa che Hitler invadendo la Polonia non si aspettasse che la Francia e l’Inghilterra si alleassero con la Polonia dando vita alla guerra con la Germania nazista. Per Orsini dunque, Hitler era un ingenuo. Rispondendo da Giletti alle innumerevoli critiche ricevute, Orsini si è giustificato affermando:

“La gran parte dei miei detrattori sono privi della grammatica fondamentale”.

Evidentemente l’influencer Orsini, fortunatamente abbastanza isolato, pensa che anche Carlo Fuortes faccia parte del gruppo dei suoi detrattori. Gli aficionados del professore invece strillano di “censura” e di negazione della libertà. Qui bisogna chiarire bene il concetto di libertà, perché se libertà e democrazia significa andare in televisione a sconfessare la storia o ad affermare secondo una pura opinione personale che “i bambini possono essere felici sotto una dittatura” praticamente la stessa democrazia viene presa a calci. Mi spiego meglio. Negli anni ottanta, in una puntata del “Maurizio Costanzo Show” per imperscrutabili motivi, Costanzo invitò un nazista dichiarato che negò lo sterminio degli ebrei. Costanzo rispose che l’affermazione era intollerabile e invitò il nazista a uscire dal Parioli, cosa che fortunatamente fece. In pratica Costanzo ammise il suo errore, perché se inviti qualcuno a parlare nel tuo programma, poi mica lo puoi cacciare via ma quella cacciata dal palco fu un gesto esemplare che dimostrò una verità sacrosanta. La libertà di opinione non significa raccontare menzogne ignobili a milioni di persone. Dentro un bar puoi anche farlo finchè qualcuno non ti tira una sberla, in televisione proprio no. E’ incivile e diseducativo. Il caso Costanzo avvenne in epoca analogica. Nell’epoca digitale invece, si è permesso il contrario per troppo tempo e disgraziatamente anche sulla televisione di Stato, la RAI, che è bene ricordare viene pagata dai cittadini con il canone e non per libera scelta di noi stessi, dato che il pagamento è inserito sulla bolletta della luce. Dunque cosa significa democrazia? Fare a meno di comportamenti civili? O peggio ancora sconfessare regole, leggi e valori della nostra Costituzione? Non credo. Purtroppo gli innumerevoli talk show a cui sono state dedicate intere prime serate di palinsesto si sono allineati ai social network dove tutto o quasi, è permesso. Complici alcuni conduttori degli stessi che fanno il bello e cattivo tempo, come se gli autori non esistessero più. Su questo tema si è espresso anche Maurizio Mannoni, giornalista e volto storico di Rai 3 che ha parlato persino di “nuovi mostri” e “dittatura assoluta dei conduttori”.

“Non servono regole imposte dall’esterno, basterebbe tornare alla tv di una volta, con direttori di rete, capistruttura e autori come si deve, per scongiurare la dittatura assoluta del conduttore che ormai decide chi invitare e che linea dare alla trasmissione, ma il programma non è di chi lo conduce, ma della Rai che lo manda in onda e che deve recuperare il proprio ruolo”.

La responsabilità di ciò che va in onda è dunque dell’azienda e dell’editore. Se si lascia la briglia sciolta al conduttore che per fare più ascolti della concorrenza, invita il nuovo mostro influencer che la spara grossa, il disastro si propaga a macchia di leopardo. Più o meno è quello che è accaduto a Carta Bianca e a Bianca Berlinguer dopo le ospitate di Orsini e diamolo pure, dopo le inutili mezz’ore fisse di Mauro Corona che si esprime su tutto: dalla frequenza mensile della sua doccia alla guerra in Ucraina, dai suoi piaceri alcolici al caso dei disabili fatti scendere dal treno. Ne avevamo bisogno? E durante i due anni di lockdown e pandemia avevamo bisogno dei negazionisti dei vaccini? Di esperti per caso che ci raccontavano la rava e la fava senza alcuna competenza? Oggi abbiamo bisogno di servi del regime russo travestiti da giornalisti, di una nuova classe di talebani soviet? Per sentirci realmente democratici abbiamo bisogno di fabbricare nuovi mostri televisivi? Tutto questo ci fa sperare in un nuovo corso della RAI con approfondimenti degni di una televisione pubblica di qualità che possa restituire al giornalismo la sua nobile funzione. Testimoni autorevoli con una affermata competenza, possibilmente liberi dai lacci della propaganda politica.

Un recentissimo dato su cui vale la pena di riflettere è la classifica mondiale sulla libertà di stampa che oggi vede l’Italia sprofondare al 58esimo posto su 180 Paesi nel mondo. L’Italia è stata superata persino dal Gambia e Suriname. Un dato causato da una dipendenza dei media dal denaro e dagli introiti pubblicitari. Si traduce che la dipendenza dagli ascolti nuoce gravemente alla libertà dell’informazione, che non significa certo il diritto di “spararla grossa” da parte di certi influencer occasionali disposti a tutto pur di diventare famosi.

 

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