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Colleghi, io mi dissocio. Avete tradito Fedez e siete più morbosi di Tinto Brass

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Colleghi, io mi dissocio. Con la stessa falcata olimpica di Marcell Jacobs, corro via dal vostro modo di (non) fare giornalismo. Siete lupi affamati a caccia di ciò che, umanamente, vi è stato chiesto di non inseguire. Ed invece con la stessa fantasiosa morbosità con la quale Tinto Brass ha girato le sue scene migliori, vi siete scatenati sulla malattia di Fedez violando i più banali diritti alla privacy.

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Da giorni avete messo nel mirino la sofferenza di Federico Leonardo Lucia, 32 anni. Lui ha “la colpa” di non essere un ragazzo qualsiasi, ma Fedez.  Sì, Fedez, il collezionista di dischi d’oro e di platino, il paladino di battaglie scomode, uno che i social ha imparato ad usarli bene, il volto che spacca, il corpo tatuato, gli addominali a tartaruga, il ritratto del godurioso e del salutista insieme, il marito di Chiara Ferragni e il papà di Leone e Vittoria. Con gli occhi gonfi di lacrime ha fatto un video per raccontare che “purtroppo mi è stato riscontrato un problema di salute”. Sottolineando: “Mi aspetta un percorso importante che dovrò fare e che mi sento di raccontare. Non ora, non in questo momento, perché ora ho bisogno di stringermi alla mia famiglia, ai miei figli. Ma che racconterò in futuro perché quando ho scoperto quello che ho scoperto, leggere storie di altre persone mi ha dato conforto”.  Parole chiare, limpide, precise. Vi racconterò, ma non ora. Ora ho soltanto bisogno della mia famiglia. E con la schiettezza che solo un grande dolore può darti ha spiegato: “Non sono abbastanza lucido per andare oltre, spero di potervi dare al più presto aggiornamenti positivi. Ora è il momento di stare con la mia famiglia”.

Lo ha detto e lo ha ribadito per i sordi di animo. Lasciatemi nel mio silenzio, non violatelo. Ma a voi, colleghi, non è bastato questo appello. Avete calpestato il suo dolore e la sua richiesta. Vi siete scatenati in congetture mediche, calcoli astrofisici, diagnosi impietose, cercato ospedali, ipotesi sull’operazione, alchimie sul verdetto. Avete buttato giù qualsiasi barricata di decenza, comodamente seduti su una poltrona, al caldo e in salute, limitandovi a violentare Wikipedia e seviziare Google.

Questo non è giornalismo, è preferire il pezzo “facile” al faticare per strada a cercare notizie. Avete tradito il giornalismo (che non chiede ipotesi ma certezze) e Fedez. Lui ha messo ogni parola al posto giusto, con la sofferenza nel cuore e la paura umanissima di perdere il futuro. Non c’è in ballo un disco di platino, lui ha usato più volte due parole: affetto e famiglia.

A tutti noi ha solo chiesto di lasciargli metabolizzare il colpo di mannaia che in un attimo gli ha squarciato l’esistenza. Ci ha chiesto di lasciarlo solo con le uniche persone che lui voleva accanto. Per tutti gli altri ci sarebbe stato il tempo di spiegare più avanti. Quando si sarebbe sentito pronto.

Quel tempo non abbiamo avuto la dignità di concederglielo, come se sapere di cosa è malato od operato Fedez fosse la bacchetta magica per rimetterlo domani su un palco a cantare. Colleghi, mi dissocio dalla smania dello scoop, costi quel che costi. C’è una deontologia professionale e l’avete calpestata. Ma c’è soprattutto una deontologia del cuore che pretende il rispetto della persona. Avete sradicato a Fedez ogni corazza, senza pietà. E per cosa poi? Per un like in più e per un compenso che, stando ai tariffari, è di pochi euro. Vi siete bruciati per un trancio di pizza e una birretta. Vi sto alla larga.

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