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PAUL MCCARTNEY: “McCartney III” è una Master Class di song writing- RECENSIONE

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Frutto della pandemia Paul McCartney ha pubblicato un nuovo album a 50 anni dal suo debutto nel mondo musicale. Titolo del disco “McCartney III”, prodotto interamente nella fattoria dell’artista nell’East Sussex durante il lockdown. La copertina è stata disegnata dall’artista americano Ed Ruscha.

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La statura del personaggio è tale che risulta veramente difficile cominciare qualsiasi discorso, fa semplicemente tremare i polsi pensare agli anni di carriera sempre al livello più alto, su scala mondiale e di più: quando ci si riferisce a Paul McCartney, a Marilyn Monroe, ad Henry Ford, ad Hitchcock, a Miles Davis e (per fortuna) tanti altri sembra quasi che la terra sia andata stretta.

Non necessariamente si parla di spessore oggettivo, le categorie non sono esattamente le stesse tra Mozart e Charlie Parker, tra Lawrence Olivier e Sean Connery, tra Neil Simon e Umberto Eco, è che quando la potenza sviluppata è veramente tanta c’è semplicemente appagamento nel poter scegliere di godere di Stevie Wonder o della Callas a seconda del momento, oltre ad una sorta di gratitudine verso di loro.

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Paul McCartney è l’essenza del compositore di canzoni pop.

Per niente facile, per citare il grande Fossati: non è per niente facile comporre una buona canzone pop, se bastasse la tecnica saremmo tutti miliardari.

Da tanti anni il mondo della musica leggera è scosso da una crisi economica probabilmente irreversibile, in cui le varie frange di contendenti si dibattono a cercare di capire quale sia l’ultimo osso da rosicchiare tra gli ignobili Talent Show, in cui si fabbricano illusi e illusioni quasi sempre di durata meno che effimera, i “live”, massacrati dai dilettanti e dalle cover band (oltre che dal Covid…) e la composizione, che se si acchiappa il “giro editoriale” consente di far girare le proprie creazioni tra tutti i fortunati che ancora fanno alzare qualche liretta, finchè la sorte gira bene.

Legato in particolare a ciò è il discorso delle scuole di “song writing”, a volte utili e formative e più spesso simili al banchetto di quello che vende i numeri vincenti del lotto, riguardo al quale sovviene naturalmente da chiedersi perché non se li giochi lui.

L’ultimo album del nostro Paul, come del resto l’intera sua produzione, è una Master Class di “song writing”: gratis, a disposizione di tutti, basta avere la capacità di capire, l’intelligenza, nel puro significato etimologico.

Le canzoni pop sono formate da una molteplicità di componenti melodici, armonici e ritmici che sono sempre presenti nella vita e nelle esperienze di tutti i giorni e a disposizione dell’ascolto e della creatività di ognuno: il problema è innanzitutto riuscire a percepirli, ad individuare quelli che potrebbero essere significativi, indi metterli insieme e svilupparli.        Una sinergia vincente di talento, gusto, fantasia, creatività, conoscenza, esperienza e perché no, furbizia.

Paul McCartney è l’essenza del compositore di canzoni pop perché ha il talento per produrre delle melodie di presa immediata, il gusto per scremare il superfluo ed agire di “labor limae”, la fantasia per sviluppare il percorso musicale in modo non banale, la creatività per sfoderare la zampata vincente, l’esperienza per dosare equilibratamente tutte le componenti musicali, e la furbizia, che se fosse sintetizzabile saremmo tutti miliardari (vedi sopra).

In questo lavoro ha suonato e sovrapposto tutti gli strumenti, alla faccia delle mega produzioni che rincorrono l’ultimo maghetto del computer o il DJ o il rapper/trapper, basta che siano tutti rigorosamente analfabeti di musica: Paul non è certo Steve Gadd o Michael Landau ma da che mondo è mondo se c’è la canzone, se è cantata bene e gli accordi sono giusti può funzionare anche accompagnata da una chitarrina da due soldi appena comprata.

Vedere per credere l’esecuzione di “Eppur mi son scordato di te” di Battisti in TV, che infatti in qualche modo è stato il McCartney italiano: un bel po’ di cose le aveva capite anche lui.

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Recensione di “McCartney III” brano per brano

Il CD si apre con una “Long Tailed Winter Bird”, sorta di “divertissement” più o meno strumentale che ci ricorda che la canzone pop ha componenti di folk inglese ed irlandese, di blues nordamericano, di imperfezioni diventate regola di pronuncia, di effettistica posta al servizio del prodotto e non come dittatrice del medesimo, ma già il secondo brano “Find my way” praticamente spiega quanto appena accennato: presenta una cellula melodica iniziale di presa immediata, gradevole e positiva, che inaspettatamente si sviluppa in un ritornello che stilisticamente ha poca parentela con la strofa ma apre grandiosamente, proprio in linea con le intuizioni folgoranti dei Beatles che a suo tempo spiazzarono tutti.

La canzone pop è crudele, una grande conoscenza musicale non garantisce per niente il risultato, composizioni di grande spessore possono non essere apprezzate come meriterebbero per sopravvenuta imperfezione nel dosaggio degli ingredienti, per peccati di presunzione nell’arrangiamento, per ingenuità nella strutturazione, per inadeguatezza della esecuzione vocale o semplicemente per aver acchiappato un momento di sfortuna.

Il nostro difficilmente cade nella trappola, spazia da un’ambientazione un po’ Stones in “Slidin’” al mondo più propriamente Fab Four di “Lavatory Lil”, dalla West Coast di “Pretty Boys” alla ballata pianistica “Women and Wives”: tutto appare composto, arrangiato, suonato e cantato solo per amore per la creazione, per il proprio lavoro, per comunicare e non per vendere.

Con “Deep Deep Falling” compare inaspettatamente anche un momento psichedelico, affascinante ed evocativo, forse il punto più creativo e complesso di tutto il lavoro, mentre il mondo Beatles rifà capoccetta con “The Kiss of Venus” e con “Seize The Day”.

La successiva “Deep down” rappresenta la trasversalità dell’arte compositiva di Paul, una unica frase melodica adagiata su tre accordi, che debitamente arrangiata sarebbe stata pane adatto per i denti di Michael Jackson come per quelli di Roger Waters, e dove il nostro quasi ottantenne spazia con classe e inventiva da vendere.

Chiusura con la ballata “When Winter Comes”, chitarra e voce e sto, chiacchiere a zero e fine della lezione di song writing: chi vuol capire capisca, chi vuol scoprire l’acqua calda faccia pure, chi vuole blaterare su una basetta da due soldi o mascherarsi da deficiente si accomodi che forse qualcuno ci casca, ma se si parla di maestri e soprattutto di artisti intelligenti, per favore, rispetto per il baronetto di sua Maestà, per i suoi sessant’anni di carriera, e forza a studiare.

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Tracklist “McCartney III”

“Long Tailed Winter Bird”
“Find My Way”
“Pretty Boys”
“Women and Wives”
“Lavatory Lil’”
“Slidin’”
“Deep Deep Feeling”
“The Kiss Of Venus”
“Seize The Day
“Deep Down
“Winter Bird/When Winter Comes”

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