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venerdì, Maggio 14, 2021

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Quando lavorai all’album “Un gelato al limon” di Paolo Conte

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Marzo e aprile 1979. Stone Castle Studio a Carimate. Si produce l’album “Un Gelato al limon” di Paolo Conte per la RCA. Album che segna il nuovo corso di Paolo Conte da lì in poi.

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In quel periodo lavoro con Nanni Ricordi per l’agenzia “Il Motore” una sorta di succursale milanese della RCA. Oltre a produrre i dischi per l’etichetta Ultima Spiaggia, Nanni inventa questa sorta di distaccamento nordista della RCA romana. Ennio Melis ci affida il nuovo album di Paolo Conte che abitando ad Asti vorrebbe incidere a Milano. Ricordo ancora il nostro primo incontro. L’avvocato arriva in ufficio in viale Regina Margherita a Milano a trovarci. Macchina decappottabile sportiva, sorrisi, buon umore ed entusiasmo contagioso. Con Nanni, feeling a prima vista. Decidiamo di affidare gli arrangiamenti a Claudio Fabi con cui già lavoriamo da tempo. Nanni offre a me e a Claudio di curare la produzione in cambio di una piccola percentuale. A me sta bene, dato che prendo già lo stipendio. Per me è solo l’1 per cento delle royalties ma mi sta bene, anche se in seguito non vedrò mai una lira perché l’avventura di Nanni con la RCA si chiude e lui tornerà in Ricordi come direttore artistico, io invece seguirò Claudio Fabi alla Polygram a curare il catalogo italiano. Fabi è già direttore artistico ma vuole “i suoi uomini” a fianco, Marco Ferrari e il sottoscritto, tuttavia per me, l’esperienza di “Un Gelato a limon” è sicuramente superiore al seguito. Si decide di registrare di notte, dalle 21.00 in poi, così Paolo Conte decide di soggiornare al Castello senza andare avanti e indietro da Asti. Passa le giornate a scrivere, passeggiare e a suonare il piano a coda all’interno del Castello.

Fabi decide di fare un esperimento artistico coraggioso e al tempo stesso innovativo. Chiama mezza PFM a suonare, Walter Calloni alla batteria, Franco Mussida alle chitarre e Patrick DJivas a cui si aggiungeranno altre decine di musicisti come Flaco Biondini storico chitarrista di Francesco Guccini, Renè Mantegna alle percussioni, Gianni Zilioli alla fisarmonica e glockenspiel e altri ai fiati e agli archi.  Ai cori partecipo anche io insieme a Nanni Ricordi, Djivas e il coro femminile di Carimate. L’inizio è titubante. Paolo assiste attento alla registrazione delle basi. Non è abituato a suonare con musicisti “giovani” di tradizione pop-rock, quindi va cauto con i complimenti, anche se dopo la registrazione della base di “Bartali” capisce che questo esperimento tra musicisti di differenti background , comincia a funzionare alla grande. Si convince del tutto, quando poi decide di utilizzare per il brano “Blue Tangos” un musicista solista di bandoneon, un tipo di fisarmonica inventato dal musicista tedesco Heinrich Band, strumento fondamentale nelle orchestre di tango. Dato che è difficile trovare un solista del genere, mi affido al “convocatore” Gianni Berlendis che oltre a suonare il violino si è inventato il ruolo di organizzatore e convocatore di tutti i musicisti milanesi. Un genio. Alla fine si trova, ma è un musicista molto anziano che arriva con un bandoneon troppo vintage. Quando suona, i tasti “scricchiolano” più delle note, così la registrazione risulta assai sporca. Paolo lo dirige, ma alla fine, sempre con molta educazione e gentilezza, capisce che è meglio sostituirlo con Gianni Zilioli che suona una fisarmonica ultimo modello. Nello studio di registrazione a fianco, c’è invece Eugenio Finardi che sta registrando “Rokkando Rollando” e il clima è assolutamente diverso dal nostro. Si avverte un certo nervosismo rock che però la calma imperturbabile di Paolo stempera in tutta l’area del Castello. Da un turno all’altro il disco prende forma e anche il feeling tra musicisti. Ricordo momenti esaltanti, come il duetto chitarristico tra Franco Mussida e Flaco Biondini, la marimba suonata da Paolo in modo egregio, il suo struggente kazoo e anche qualche jam session registrata per divertimento, di cui conservo ancora un nastro in cantina. Ve lo immaginate Paolo Conte al piano, Patrick Djivas al basso, Franco Mussida alla chitarra e Walter Calloni alla batteria che suonano jazz? Cose che accadono una volta sola nella vita. I tecnici del suono si divertono un mondo, allora non si chiamavano ancora ingegneri del suono. Al mixer si susseguono Dave Bellotti e Ruggero Penazzo. Quando si va al mix, passiamo intere ore a studiare la successione dei brani. ”Bartali” che è il brano più trascinante, non lo mettiamo come prima traccia del solco, come sarebbe scontato, ma per secondo. Come terzo mettiamo “Arte” un autentico capolavoro. Quando Nanni lo sente per la prima volta ha gli occhi lucidi, ma contemporaneamente con le mani, “mima” un gesto onanistico probabilmente per depistare la sua commozione.  Alla fine, avvertiamo tutti che il disco ha qualcosa di speciale, che il “nuovo corso” di Paolo Conte è tratto. Non ci sono più le “topoline amaranto”, le “fisarmoniche di stradella”, “le giarrettiere rosa” ma canzoni d’autore che stanno per passare alla storia, come per l’appunto “Un Gelato al limon” che in seguito inciderà anche Francesco De Gregori.

Paolo Conte
Artwork by Renzo Chiesa

In quegli interminabili pomeriggi passati da solo, Paolo scrive anche i testi di un libretto per la stampa, oggi rarissimo, fascicolato su carta beige con tanto di singola graffetta a sinistra. Il font è quello della macchina da scrivere Olivetti. Tra varie citazioni di Salgari, Pasternak, Pascoli Lupin, Borges, ne inserisce anche due molto particolari , come quella di Nicolò Carosio, mitico telecronista RAI : “L’azione si perde sul fondo” e nientemeno la ricetta da L’Artusi del vero gelato al limon:

“Zucchero bianco fine, grammi 300, Acqua, mezzo litro – limoni numero 3.

Potendo è meglio servirsi di limoni da giardino che hanno gusto più grato e maggiore fragranza di quelli forestieri, i quali sanno spesso di ribollito. Fate bollire lo zucchero nell’acqua con qualche pezzetto di scorza di limone, per dieci minuti a cazzaruola scoperta. Quando questo sciroppo sarà diaccio, spremetegli dentro i limoni, uno alla volta, assaggiando il composto per regolarvi coll’ agro; passatelo e versatelo nella sorbettiera. Questa dose potrà bastare per sei persone “.

L’album e la copertina sono impreziosite dalle foto di Renzo Chiesa, uno dei più geniali a “catturare” lo scatto giusto, senza fronzoli né tecnicismi da manuale. Il volto del Paolo è perfetto, sguardo serio e un mezzo sorriso nascosto tra i suoi baffi. Faccia da attore americano. Nella sua espressione è racchiusa tutta l’anima del disco. Un disco notturno, volutamente notturno, quasi cinematografico dove “la donna d’inverno è tutta più segreta e sola, tutta più morbida e pelosa e bianca, afgana, algebrica e pensosa, dolce e squisita, è tutta un’altra cosa” e dove “ le donne a volte si, sono scontrose o forse hanno voglia di far la pipì”.

Unico neo, almeno per quanto mi riguarda, è che nei credits vengo citato con la qualifica di organizzatore e non di produttore, ma è un fatto squisitamente burocratico. Quel disco l’abbiamo prodotto in due, Claudio Fabi ed io, e ci abbiamo passato sopra quasi due mesi in bianco, tutte le notti.

L’album viene presentato alla stampa settimane dopo al Brelìn, un tipico locale milanese sui navigli, ancora oggi aperto. La RCA invita alcuni artisti, tra cui Lucio Dalla e Mia Martini. E qui avviene un fatto clamoroso che mi rimarrà nella mente tutta la vita. Era il periodo nero delle infami dicerie su Mimì, così lei colse l’occasione per “gettare in faccia” ai discografici e ai giornalisti presenti la sua rabbia. Arriva in taxi e scende tenendo in braccio un gatto nero. Anche lei vestita di nero e con lo sguardo fiero da dark lady. Un colpo di teatro pazzesco e altamente provocatorio. Da quel momento l’apprezzai ancor di più. E’ una presenza shock, uno schiaffo ben assestato. Una grande. Non ricordo la reazione di Paolo, ma credo, che essendo un grande signore e un grande artista, abbia apprezzato davvero. Sembrava che il testo della sua canzone “Arte” fosse dedicata a Mimì:

“Io chiudo gli occhi e penso che

Forse non è che una finzione teatrale

E provo l’incredulità amara e muta

Di ogni pubblico in genere

Ma quante volte son li’ a guardar rapito

Quel che accade in scena,

arte, che arte”

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