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venerdì, Novembre 27, 2020

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LETTERA APERTA A X FACTOR

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Confesso che guardo X Factor da 14 anni e che è molto facile giudicare il format da fuori anziché da dentro, ma nel format lo zampino ce l’ho messo un paio di volte e ci ho pure scritto un libro che ha avuto un certo riscontro.

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E’ accaduto dieci anni fa nell’ultima edizione Rai di X Factor dove sono stato selezionatore e auditore dei concorrenti e tre anni fa come collaboratore non ufficiale di Mara Maionchi, quindi qualcosa ne so non fosse altro che lavoro in tv come autore e produttore esecutivo da oltre 35 anni.

Fatta questa premessa ne aggiungo un’altra.

In epoca Covid produrre un format di successo così impegnativo è davvero un’impresa biblica, difficilissimo e stressante sotto ogni punto di vista, tamponi e contagi compresi. Quindi giudicare dal proprio salotto è troppo facile, ma il pubblico è sovrano pertanto può e deve farlo, del resto se è chiamato a votare i concorrenti ne ha totale diritto. La lettera in questione però è rivolta agli addetti ai lavori e soprattutto agli autori, magari anche come semplice stimolo e non come critica sterile. Veniamo ai punti.

I TUTOR

I nuovi ingressi Marrone e Manuelito (lo chiamo così perché mi è più facile) si contrappongono. Lui davanti alle telecamere ci sa stare anche se a volte risulta troppo ossequioso, ma difficilmente sbaglia commenti e giudizi. Di produzione musicale ne sa. E’ senza dubbio contemporaneo e ha scelto tre ragazze di talento e la prova è che se le sta portando a casa tutte e tre di puntata in puntata.

Lei invece non è proprio a suo agio. Come Levante e tutte le altre tutor femminili nella storia del format, a eccezione del mostro Maionchi che ne sa una più del diavolo, non dimostra la competenza e il controllo del ruolo che esercita. Spesso sulla difensiva, nervosetta e polemica, non accetta le critiche, sbaglia i concorrenti e i pezzi e insiste a percorrere la strada del pop che ormai è un declino da qualche anno. Infatti l’unico concorrente che le resta è un rapper che piace alle ragazzine e sa scrivere, ma certo non ha la personalità di Anastasio. Inoltre confonde una gara di canzoni con una gara di appartenenza a sessualità o ad altre tematiche e questo è sinceramente fuori luogo. Sostenere che l’Italia fa fuori un suo concorrente perché è gay è una giustificazione banale e inopportuna. Se l’Italia fosse come lei l’ha dipinta, artisti come Umberto Bindi, Herbert Pagani, Ivan Cattaneo, Giuni Russo, Renato Zero e Tiziano Ferro non avrebbero migliaia di appassionati e fan. Peraltro al tavolo dei giudici nessuno è omofobo o razzista quindi lo stesso diritto di eliminare un concorrente aldilà delle sue preferenze sessuali, lo hanno loro così come il pubblico che nelle scelte artistiche dimostra di essere assai competente, infatti i migliori restano anche se discograficamente parlando (ma ha ancora un senso parlare di mercato discografico oggi?) risultano meno commerciali, vedi le rock band di Manuel Agnelli e N.A.I.P di Mika.

Ciò ci porta a considerare un elemento importante. Spingere forzatamente sul Pop come stile, genere e mondo musicale oggi non paga più. Si premiano invece la credibilità, il coraggio e la semplicità del talento nudo e crudo. E questo è un bel segnale. Fino a ieri si pensava esclusivamente al pop come unico elemento commerciale di largo consumo, ma poi l’hip hop e la trap hanno sconvolto il mercato. Troppe canzoni ed estetiche pop uguali che alla fine stancano e si disperdono inevitabilmente. Su questo anche questa edizione di X Factor ha i suoi difetti. Quando vedo che una cantante come Mydrama che ha un mondo espressivo molto alto, viene trasformata in una cantante pop con tanto di ballerini intorno, sento troppa puzza di pop consunto. Lei è una che sta nel mondo espressivo di una Sinead O’ Connor o di una Billie Eilish, un po’ sofferto e non compiacente. Che senso ha renderla quindi ballabile in un’estetica pop? Boh? Chiamasi spersonalizzazione di un artista.

Ne parliamo più avanti nella sezione idee autoriali. Nel frattempo bisognerebbe anche sforzarsi di inserire nei tutor personaggi magari meno giovani ma più competenti, infatti i dati parlano chiaro. Vincono la Maionchi e Morgan e spero accada anche a Manuel Agnelli quest’anno. Gente coi capelli bianchi che di strada ne ha fatta tanta. Certo non sto parlando di vedere tra i tutor Mogol o Roberto Vecchioni perché probabilmente a loro non interesserebbe neanche partecipare, ma perché non provare con Simone Cristicchi, Samuele Bersani o Daniele Silvestri o anche in ambito pop con un ex produttore come Claudio Cecchetto? Sanno parlare, sono colti e il talento lo conoscono bene, non fosse altro che oltre a produrre dischi leggono anche libri e analizzano la realtà meglio di altri. Siamo così sicuri che in un momento in cui non fanno concerti e stanno a casa, rifiuterebbero di partecipare a X Factor? Non credo.

I BRANI, LE COVER E GLI INEDITI

In questa edizione sono state fatte scelte più coraggiose ma in modo frettoloso. Iniziare i live con gli inediti ci sta, ma poi perché continuare a proporli nelle altre puntate? Al terzo passaggio un inedito non è più inedito e diventa una hit, e se non accade vuol dire che ha già perso la curiosità e la forza del primo ascolto. Infatti l’inedito di Blue Phelix che come nome d’arte sembra il nome di un medicinale, è stato eliminato perchè hit non è, e mai sarà, un evergreen. Idem gli altri esclusi, a eccezione forse di “Bomba” che è una hit naturale.

Nelle scorse edizioni gli autori hanno proposto le cover su generi tematici. E l’esperimento funzionava perché si portava dietro gli appassionati di un genere o di un decennio, gli anni ottanta, gli anni novanta, la dance, etc… inoltre portava freschezza e diversità rendendo le puntate più originali e non ripetitive. Oltretutto si dava ancor più spazio alle possibilità espressive dei singoli concorrenti. Tutto questo in questa edizione è stato azzerato ed è stato un errore nel senso dello spettacolo e del marketing.

I CONCORRENTI

Dopo quattordici anni di casting è dura trovare dei nuovi talenti, mica spuntano come funghi. Sicuramente in questa edizione si è visto che alcuni dei concorrenti non sono stati trovati, ma cercati direttamente sul web.

E‘ il caso di Cmqmartina e dei Melancholia. Ci scommetto una cena da Cracco. Ed è giusto puntare su ragazzi che hanno già una certa esperienza ma sono ancora sconosciuti. A patto però di lasciarli come sono e non spersonalizzarli o buttarli nel calderone del pop. Capisco la narrazione obbligata dello sconosciuto che poi diventa una star, fa parte del fatidico “sogno americano”, ma qui siamo in un piccolo Paese non in un continente, quindi già la terminologia da star è un po’ risibile.

Sappiamo tutti a memoria che i vincitori di X Factor non sono divenute star se non per pochissimi casi, vedi Marco Mengoni, quindi forse questa narrazione andrebbe resa più realistica e meno enfatizzata. Tant’è che le emozioni e le commozioni poi si vedono nelle prime puntate, dove i concorrenti appaiono come sono in maniera naturale. Tutto il circo dei live poi diventa un po’ superfluo. O diventa Le Cirque du Soleil o altrimenti meglio puntare sulla semplicità e la naturalezza, altrimenti risulta tutto un po’ pretestuoso, tipo vedere Blind trasformato in un personaggio da videogioco, dato che nelle puntate precedenti si parlava di lui come rapper di quartiere con tutte le classiche componenti sociali e familiari a seguire. Santo cielo, lasciatelo così com’è se è autentico. Un conto è aiutare questi ragazzi a crescere, un altro è dar loro un’altra identità non corrispondente. Comunque, al lordo del trattamento scenico la maggioranza di questi ragazzi sono bravi, band di Agnelli su tutti.

GLI OSPITI

Ok girano pochi soldi, ma dato il periodo pandemico in cui tutti gli artisti sono in smart working forse si poteva osare di più. Ospiti stranieri zero, ma forse si potevano avere da remoto, come fu fatto l’anno scorso con Gianna Nannini da Londra. Negli anni scorsi abbiamo visto Gallagher, Sting, Coldplay, Venditti e De Gregori insieme. Quest’anno Fedez, Ghali, Maneskin e nell’ultima puntata Gassman che poi non ha neanche vinto, più Elodie in versione pop (ma dài?).

Poco coraggio e poca inventiva. Televisivamente parlando, l’ospite lo si chiama per alzare gli ascolti, mica per averlo per forza per riempire uno spazio necessario alla tempistica del televoto. La scelta scarna di quest’anno poi, fa riflettere sul mancato apporto discografico. La vera promozione ancora esiste o la tv ha ceduto il passo alla radio e, più che altro al web? C’è da chiederselo.

LE IDEE AUTORIALI

Siamo sinceri. Le idee non ci sono o se ci sono non si notano. Il ruolo dell’autore televisivo è stato molto deprezzato negli ultimi anni. Complice l’invasione della tv estera e dei format acquistati che non si possono cambiare più di tanto. Così noi autori oggi, siamo divenuti scrittori di scalette e di testi per gli sponsor. Siamo traduttori e correttori di bozze, non autori. Al massimo ci infilano nei montaggi per i confessionali dei concorrenti e per i promo.

La prova sono i commenti dei tutor che fanno tutto da soli. Mara Maionchi ad esempio, una che è capace di improvvisare meglio di altri e in modo assolutamente naturale, errori compresi, perlomeno mi chiedeva di suggerirle spunti sui testi delle canzoni e sulla loro storia, i dati di mercato e i momenti biografici poco conosciuti ma curiosi degli artisti e delle cover. Emma Marrone di un autore invece ne avrebbe davvero bisogno, dato che un bravo autore ha conoscenza di temi, espressioni, linguaggi e tempi televisivi più di ogni altro. Invece lei va da sola e allo sbaraglio. Mika ad esempio avrebbe bisogno di sintetizzare meglio il suo italiano, puntare su aggettivi qualificativi ben precisi senza divagare all’infinito. Che senso ha poi parlare del suo Vergo in qualità di custode o portinaio per due minuti? Cos’è un tentativo di marketing per acchiappare i voti dei portinai? Che oltretutto a stragrande maggioranza sono tutti stranieri, filippini, indiani o mauriziani? Un bravo autore dovrebbe essere lì ad affiancarlo e a correggerlo, invece no.

Se penso che il sottoscritto ha scritto i testi a uno come Morgan che è autore di se stesso come pochi e di cui sinceramente non ne avrebbe neanche bisogno più di tanto, perché non affidare un autore competente a Mika o alla Marrone? Il coraggio paga sempre in un modo e nell’altro e anche nel gioco di squadra. Qui mi sembra che gli autori stiano da una parte e le scelte artistiche da un’altra ed è sinceramente un controsenso.

Ad esempio lo scenario Pop.

Possibile che ancora oggi dobbiamo vedere delle coreografie e dei costumi che abbiamo già visto centinaia di volte? Possibile che in uno show così costruito e con tanti mezzi a disposizione non si possa avere più coraggio nella rappresentazione scenica? Negli ultimi anni nell’arte e nelle arti figurative e visuali in genere abbiamo visto cose straordinarie. L’estetica provocatoria delle opere fotografiche e sceniche di David LaChapelle con nudi trasformati in palloni, torte, oggetti di consumo, simboli di miti infranti e decaduti, tutto in chiave estremamente Pop e contemporanea. Abbiamo visto le provocazioni surreali di Maurizio Cattelan, dal dito medio gigante davanti alla borsa di Milano alla banana appiccicata con lo skotch, abbiamo visto i concerti per cani di Laurie Anderson, le mega installazioni visuali di Brian Eno, Le provocazioni di Marina Abramovic detti ipergesti nell’arte contemporanea, le invention painting  di artisti cinesi che inondano i pavimenti con schizzi di colore gettandosi sopra con il corpo, il teatro danza dei Momix con costumi incredibili, gli ologrammi, la realtà aumentata, le mostre immersive e i flash mob delle orchestre e dei cori sul web, insomma di tutto e di più.

Perché non c’è alcun riferimento a tutto questo? Perché si cerca di essere contemporanei solo nelle grafiche e non nel linguaggio artistico pescando, citando o addirittura rubando dall’arte contemporanea in generale? Tutto questo poi fa parte del Pop, mica della nicchia. Insomma per farla breve, dopo quattordici anni o sei innovativo o finisci per replicare te stesso. O sei contemporaneo o diventi un prodotto vintage, senza nemmeno avere la cultura e la storia per esserlo veramente.

Detto questo, X Factor resta una realtà, aldilà delle lamentele dei leoncini spelacchiati da tastiera che lasciano il tempo che trovano. Però il coraggio è sacro, così come lo è la voglia di cambiare e di innovare per lasciare un segno indelebile nella cultura popolare.
Sanremo, a differenza di X Factor, resta uno show museale e il rischio che può correre il format di Cowell, se non inverte la rotta artistica e del linguaggio, è proprio questo.

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