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Paolo Villaggio: esce “L’uguaglianza” – Siamo tutti Fantozzi in una società invivibile

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A 3 anni dalla scomparsa di Paolo Villaggio arriva un suo volumetto a fornirci istruzioni per l’uso della complessità del vivere. L’uguaglianza (50 pag, Edizioni di Comunità, 8 euro) contiene due sue interviste, nude di retorica e capaci di attraversare il tempo, anticipandone le contraddizioni.

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La prima chiacchierata, datata 1975, è stata rilasciata alla tv svizzera, mentre l’altra, curata dalla figlia Elisabetta, si svolge nel 2006 con il nipote Andreas. Villaggio racconta se stesso fotografando la realtà, fino a ribaltarla con la forza dell’utopia.

Se lui avesse “il potere straordinario e terribile di governare per un momento un Paese”, vorrebbe dare ai suoi cittadini “qualcosa che difficilmente l’umanità raggiungerà: l’uguaglianza”. La verità è che il vincitore di due David di Donatello e di un Leone d’oro alla carriera quell’uguaglianza ce l’ha regalata con Fantozzi che è il nostro specchio universale. Siamo tutti Fantozzi e come lui, in una società che definisce invivibile, corriamo lucidamente e disperatamente “di catastrofe in catastrofe”.  Per Fantozzi è “l’unica possibilità di sopravvivenza, non conosce altri modi. E’ uno che rinuncia a tutto, tranne a vivere”.

Villaggio ci racconta che in molti lo fermavano per strada confessandogli di aver riso tanto con quel ragioniere “uguale al mio vicino di pianerottolo, al mio collega, a mio cognato, a mio zio, a quello lì, a quello là… Nessuno con il coraggio di dirmi la verità: Fantozzi sono io“.

Paolo non nasconde di aver cavalcato l’onda di Fantozzi, vendendo oltre 500 mila copie con 2 libri e sfondando al cinema con incassi da 3 miliardi di lire: “Una scelta vergognosa, ma a mio avviso doverosa, in un tipo di società consumistica come quella di Fantozzi”. E confessa con onestà che “più che un mestiere, quella dell’attore è una malattia. L’attore può mettere una maschera e diventare una persona più importante, soprattutto una persona diversa da quella che non gli piace, diversa da quella che è in quel momento. Di volta in volta può essere Amleto, un eroe o Falstaff”.

L’appagamento viene dalla finzione, come è finta una società che ci illude felici ed in verità è un inferno che ha perso fiducia nei valori della cultura. I giovani scelgono le strade più facili, convinti che siano quelle che portano prima ai soldi. La colpa – spiega – è anche della scuola che “ti dà indicazioni vecchie, obsolete. Una volta si imparavano a memoria le poesie, ogni giorno cento versi di Vincenzo Monti”, oggi le nozioni le memorizza il computer per te.

Ma è la società “piena di frigoriferi, di televisioni, di beni di consumo, di auto” la migliore per costruire un’autentica felicità? Come il ragionier Fantozzi buttiamo via il tempo a possedere “l’ufficio, l’amore, il weekend, l’utilitaria, la bicicletta, la partita di tennis… pur sapendo che tutti i tentativi saranno frustrati e quindi condannati ad una sicura catastrofe”.

La speranza è nello sfuggire alla dittatura dell’omologazione e del consumo, che ci obbliga ad essere tutti uguali, spedendoci, per esempio, in massa ad Ibiza, Formentera e Rimini per cercare sbornie e pasticche. Bisogna essere forti, persino antipatici od arroganti per contrapporsi a questa “dittatura”.

Lo hanno fatto per oltre vent’anni i pilastri della commedia italiana Sordi, Gassman e Tognazzi. Ora, invece, “un personaggio, se ha fortuna, dura al massimo cinque anni, perchè viene consumato velocemente”. Più tragico che comico. Proprio come Fantozzi.

villaggio

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