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LA SOCIAL FOBIA DELLE EMOZIONI

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Una settimana fa è accaduto che Manuel Agnelli si è commosso in tv mentre ascoltava una ragazza che eseguiva “A Case of You” di Joni Mitchell. Non è che sia una gran notizia, anzi è un fatto normale per chi ama la musica e non ha paura di esprimere le sue emozioni.

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Tuttavia sui social si è scatenata una inutile quanto stupida polemica contro la lacrima in televisione. C’è chi ha persino protestato con la motivazione che un professionista non deve emozionarsi in tv. Commento da psicopatico. Chi ha paura delle emozioni o se ne vergogna dovrebbe accomodarsi su un lettino da psicanalista.

Ovvio che esiste un abuso di commozione nella televisione generalista, ma credo sia molto facile individuare la lacrima finta da quella autentica, così come le emozioni telecomandate come l’applauso, da quelle sincere che si manifestano senza alcuna elaborazione razionale. Chi non riesce a cogliere questa differenza forse non lo vuole nemmeno con l’unico risultato di dar sfogo al proprio cinismo che altro non è che la fobia di manifestare un sentimento.

Eppure se c’è una cosa che arriva anche inconsapevolmente nell’emisfero destro del cervello è proprio la musica.
L’emisfero destro è specializzato nell’elaborazione visiva e nella percezione delle immagini, nella loro organizzazione spaziale e nell’interpretazione emotiva; In pratica all’emisfero destro spetta la percezione globale e complessiva degli stimoli che procurano le emozioni. Non essendo macchine è un dono avercelo.

Personalmente non credo di essere mai stato un piagnone ma non mi vergogno certo di commuovermi quando ascolto e vedo qualcuno di talento che sa trasmettere un determinato stato d’animo o condizione. Anzi lo confesso senza remore. A me la musica commuove e spesso. La sento e mi lascio trasportare. Non mi sono commosso o emozionato solo ai concerti di Miles Davis o di Tom Waits, tanto per aver la scusa di emozionarmi solo con i grandi, mi è capitato anche ascoltando artisti minori, persino esordienti o sconosciuti. Capita e va bene così. Il giorno che mi capiterà di non emozionarmi più, sarà un giorno sciagurato.

Una volta a casa di Nanni Ricordi, Gino Paoli mi disse: “L’importante per un artista è essere bravo e antipatico, se sei troppo emotivo e sensibile ti fanno fuori tutti, discografici e pubblico. Il bravo e antipatico è più rispettato”.

La teoria è interessante ma sinceramente mantenere le distanze dagli altri con l’esercizio forzato del controllo emotivo per sentirsi più forti, mi ha sempre fatto orrore. Soprattutto se sei un artista e non un pugile sul ring. Altrettanto vero è che ‘sta propaganda quotidiana delle facili emozioni rischia di ottenere l’effetto opposto.

Frasi come “L’importante è essere se stessi”, “Canto per dare emozioni al pubblico” dovrebbero essere centellinate con estrema cura, altrimenti diventano banalità insopportabili.

La verità è che stiamo diventando sempre più consumatori e meno persone. Usufruiamo della musica come un rumore di fondo. L’ascoltiamo da dispositivi mobili, in fretta e quasi sempre casualmente. Canzoni da consumare come sigarette o emoticon. Non c’è attenzione all’ascolto attento e profondo. Le radio in questo processo sono state deleterie, così come la mancanza di educazione musicale nella scuola d’obbligo. La rivoluzione digitale e la musica liquida hanno dato il colpo di grazia. Pensiamo di essere fans ma in realtà siamo dei contenitori da raccolta differenziata.

Tutto questo per dire grazie a Manuel Agnelli, che poi proprio simpatico non è quando appare in tv. Però vedere un cinquantenne che si commuove davanti a un filo di voce e un arpeggio di chitarra acustica suonato con grazia è una cosa che vorrei vedere spesso. E’ un bell’insegnamento, un antidoto al cinismo imperante, alla rissa in tv, alla violenza verbale, allo sfottò quotidiano, all’ideologia del bravo e antipatico che mette la mascherina alle emozioni.

 

 

 

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