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venerdì, Agosto 7, 2020

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Il Decreto “Cura Italia” non l’ha scritto Franco Battiato – Insufficenti i fondi per la cultura e lo spettacolo

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Il decreto Cura Italia (leggi nostro articolo sul decreto) non l’ha scritto Franco Battiato, altrimenti il ministro Franceschini non avrebbe annunciato “la cura di sostegno” alla Cultura, allo spettacolo (cinema compreso) e al Turismo per la misera somma di 130 milioni, ma almeno dieci volte tanto.

Ora, la mia riflessione non è rivolta a una parte politica o all’altra, ma all’intera classe politica che governi o meno. Lo spiega non tanto l’ideologia ma la spietata legge dei numeri.

Così mi sono chiesto: “cosa si potrebbe fare con 130 milioni a sostegno di non uno, ma di tre distinti mondi del lavoro seppur connessi tra loro?”.

Praticamente nulla, basta confrontare alcuni numeri.

Sono andato a consultare il budget e il bilancio del Teatro alla Scala del 2018. E’ pubblicato in rete quindi potete constatarlo facilmente. Il budget (un anno) era di 126,5 milioni e il bilancio era in pareggio. Tanti sono stati spesi, tanti sono entrati.

Ora se il ministro Franceschini o i tecnici del Governo pensano di sostenere Spettacolo, Cinema, Turismo con poco più di un budget annuale di un solo Teatro nazionale, seppur prestigioso come quello della Scala, allora i casi sono due: o ci prendono per i fondelli o non sanno fare i conti che farebbe molto bene un qualsiasi ragioniere e un universitario della Bocconi.

Un quesito simile è stato rivolto ieri sera al Ministro Di Maio dopo il tg di Rai 2.

Come mai la Germania ha annunciato un piano di sostegno da 600 miliardi e noi solo 25?”.

Di Maio dopo qualche anno di strafalcioni (“Sconfiggeremo la povertà”) ha dato qualche segno di apprendimento di comunicazione mediatica rispondendo:

Noi abbiamo annunciato soldi freschi, subito, quindi risorse immediate per 25 miliardi, ma avremmo anche potuto dire come gli altri Paesi europei, che il piano nel suo sviluppo futuro conta oltre 600 miliardi di aiuti e lo sarà”.

Come dire, prendete questi subito poi si vedrà. Solita strategia all’italiana: pochi, maledetti e subito, di doman non c’è certezza, le faremo sapere.

La pianificazione non esiste, anzi dà fastidio perché costa impegno, studio, ricerca, tempo e soprattutto concretezza e credibilità. Ora sono disposto a scommettere la mia collezione di dischi e bootleg di Tom Waits che anche il ministro Franceschini dirà più o meno la stessa cosa. Un primo stanziamento, poi ne arriveranno altri.

Grazie, e quanti, e quando e come e a chi e in che tempi ? Non ci è dato saperlo.

DATI MUSICA DAL VIVO

Ora torniamo ai numeri. Sono andato a controllare altri bilanci, ad esempio quelli relativi ai concerti live in Italia. Copio e incollo i dati 2018 forniti da AssoMusica. Sono reali e fanno capire l’economia del settore.

L’Italia è tra i più importanti mercati per la musica dal vivo nel mondo e in classifica si piazza al 6° posto a parimerito con il Canada, con 589milioni di dollari di ricavi legati alla vendita di biglietti nel 2018. Al primo posto gli Stati Uniti (con più di 8milioni di dollari), seguiti dalla Germania che ha un immenso mercato, più del triplo dell’Italia (1.717.000 dollari).

Qualche numero per capire il reale impatto del business musica dal vivo in Italia:

1100 operatori del settore, elevate competenze e capacità innovativa, una crescita media del 7% annuo dal 2012 al 2017 e un andamento positivo nel presente con ottime speranze per il futuro. Si calcola che dal 2018 al 2022 l’incremento dei ricavi sarà dal 5 al 15%. Tutte buone notizie che ci fanno ben sperare, visti i guadagni sempre minori dalle vendite di musica in formato fisico.

La partecipazione degli italiani agli eventi live è notevole: il 59% della popolazione ha visto concerti di musica dal vivo. Tra questi, solo il 10% ha partecipato entro i limiti del proprio comune mentre il restante 49% si è dovuto spostare per vedere un concerto, e questo è del tutto normale, visto che i grandi eventi si svolgono di solito nelle grandi città (26% in Lombardia, 13% in Lazio). C’è anche un ulteriore 10% di pubblico che ha varcato i confini nazionali per assistere a concerti o festival fuori dall’Italia.

Questi i numeri del pubblico che si sposta per assistere a un concerto: l’85% spende in media 36 € pro capite (e per media intendiamo mettere nello stesso insieme quelli che vanno nei club a 10 € e quelli che frequentano i grandi eventi a minimo 60€ a biglietto). Il 15% è andato a vedere concerti gratuiti e le spese per vitto, alloggio e spostamento sono in media di 38€ a testa.  In soldoni, per ogni euro speso nel biglietto di un concerto, ogni spettatore spende 1,20 € in beni e servizi sul territorio. Da questo punto di vista, il concerto funziona sia per gli organizzatori, sia per la città che lo ospita e i settori commerciali che si mettono in moto durante l’evento”.

Sono dati relativi al 2018.

Notare la frase in grassetto che annunciava un incremento dei ricavi dal 5 al 15 %. A partire dal 2018 fino al 2022. Previsione piuttosto realistica se non fosse arrivata la pandemia da coronavirus.

I ricavi in realtà, almeno per il 2020 non ci saranno affatto, anzi ci saranno solo perdite e piuttosto pesanti, sia nel settore che nell’indotto complessivo.

Non essendoci ricavi ma solo perdite quest’anno, non ci vuole un economista di grido per immaginare che per tornare ai numeri del 2018, occorreranno anni, non mesi, perché nel frattempo il tasso di disoccupazione raddoppierà (dal 10 al 20 % come minimo), caleranno inevitabilmente i consumi e la gente non avrà più soldi da spendere per concerti o cultura, perché sarà sommersa da debiti regressi (banche e agenzia delle entrate).

DATI DELL’EDITORIA

Ma non basta, perché probabilmente i tecnici o i consulenti del ministro Franceschini non hanno nemmeno dato uno sguardo ai numeri dell’editoria forniti dal rapporto dall’Associazione Italiana Editori.

18.600 titoli pubblicati in meno in un anno, 39,3 milioni di copie che non saranno stampate, 2.500 titoli che non saranno tradotti. Sono solo le prime evidenze dell’Osservatorio dell’Associazione Italiana Editori sull’impatto che l’emergenza Covid-19 avrà in prospettiva 2020 sull’intera editoria italiana.

Se a questo aggiungiamo che è già stato cancellato il Salone del libro di Torino e attualmente sono aperte solo 2.200 piccole librerie in tutto il territorio nazionale, che non hanno nemmeno ricevuto nuove pubblicazioni, il quadro è completo.

CINEMA

Potrei aggiungere i dati relativi al deficit dei box office del cinema, dato che i cinema sono chiusi e la stagione cinematografica si avvia alla chiusura anticipata, o quelli relativi ai mancati incassi dei musei e delle grandi mostre, ma non vorrei terrorizzarVi ancor di più, però i numeri sono numeri non opinioni, per cui chi fa i conti, cerchi di farli sul serio e non a capoccia.

CONCLUSIONI

Ora se le istituzioni pensano di sostenere tre settori nevralgici come quello dello spettacolo, della cultura e del turismo con 600 euro mensili a un tot di autonomi e di partite Iva e un bonus di 180 milioni buttato lì… possiamo tutti arruolarci nella Legione Straniera, se esiste ancora, tanto lì libri, musica, film e quadri non servono.

Si badi bene che questi settori non sono da riconversione industriale, qui non si tratta di sostituire manufatti o componenti elettronici. I libri, così come le musiche, i film, gli spettacoli teatrali e le opere d’arte rimangono tali. Certo un bravo architetto potrà sempre trasformare il teatro alla Scala in un centro commerciale o in un supermercato, ma è possibile immaginare una vita senza arte? Soprattutto in un Paese come l’Italia dove l’arte è presente ovunque, dalle grandi città ai borghi?

Ecco perché la battaglia va vinta non con le belle speranze o con le facile promesse ma coi numeri a tanti zero, con investimenti che lo Stato deve garantire e con la fine della politica del taglione, dei sacrifici, dell’elemosina ai fondi Europei. Qui è in gioco la sopravvivenza di milioni di persone e dell’intera economia di un Paese. Serve coraggio, determinazione, forza, grandi alleanze globali, non servono spiccioli, risorsine, decretini. Per non morire serve una cura intensiva, non un’aspirina.

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