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sabato, Novembre 28, 2020

SFERA EBBASTA: “FAMOSO” È IL NUOVO ALBUM – Film, Mostra Fotografica, Tour

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Il suono perfetto non esiste

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Il dibattito sulla qualità del suono è iniziato negli anni Novanta, con l’avvento della rivoluzione digitale. Molti artisti come Neil Young e Bob Dylan hanno contrastato pubblicamente l’MP3.

Il primo ha scritto il libro “To Feel The music” insieme a Phil Baker lanciando il progetto Pono che tratta formati in alta definizione per l’ascolto on line. Young ci aveva già provato con il servizio streaming Xstream progettato per ascoltare il suo intero repertorio con la “qualità audio più elevata mai ascoltata sul web”.

Dylan ha spesso dichiarato che il suono analogico è di gran lunga superiore a quello digitale.

Si può essere d’accordo se analizziamo la riproduzione digitale del suono analogico prodotto su musiche e canzoni di 30-40-50 anni fa. Ma se il dibattito gira attorno solo ai supporti tecnici della diffusione sonora, si pone un limite preciso, si demarca un confine, si impone uno schema mentale obbligato, si limita le nostre percezioni sulla complessità del suono.

Se stabiliamo che esiste un suono perfetto come uno imperfetto ci neghiamo una verità, cioè che esistono solo suoni diversi, non migliori o peggiori tra loro. In altre parole qualcuno nella stanza dei bottoni, sta cercando di convincerci del contrario.

Cioè stabilire cosa è meglio e cosa è peggio, quello che costa di più e quello che costa di meno, il prodotto perfetto e il prodotto difettoso, quello che dura di più e quello che è meglio cambiare in breve tempo.

Tutto ciò può essere valido su prodotti ben precisi come l’automobile o l’elettrodomestico.

Non vale però sulla musica e sui suoi supporti di produzione e di riproduzione, poiché il valore della musica che ascoltiamo lo stabiliamo noi attraverso i nostri parametri personali, i nostri gusti e canoni, ma soprattutto attraverso ciò che percepiamo, vale a dire le nostre emozioni: allegria, tristezza, disgusto, paura, esaltazione, malinconia. Percezioni che come i suoni, sono differenti.

Questo ci regala la musica: la magia e la possibilità di entrare in mondi diversi, praticamente infiniti come i numeri.

Ed ecco che il bello o il brutto lo stabiliscono le nostre percezioni emotive, non certo un deplian esposto in un megastore o un disco in vetrina o un supporto di recente o futura invenzione.

E così vale per il suono.

Il nostro atteggiamento verso la musica e il nostro approccio all’ascolto di essa, deve essere il più aperto possibile, più attento alla diversità, a ciò che non necessariamente deve corrispondere al nostro gusto personale o a nostri canoni culturali autoimposti o indotti.

Certo possiamo sicuramente cogliere le differenze nell’ ascoltare “Dark Side of The Moon” su vinile con un buon impianto Hi-Fi o ascoltarlo in cuffia dal pc su formato MP3.

Nel primo caso potremmo accorgerci che esiste un suono più ricco, più profondo, più intenso, ma non per questo perfetto. Nel secondo caso sentiremo che qualcosa manca rispetto all’ascolto del primo, meno frequenze basse ad esempio, ma avremo comunque una percezione diversa, ma non per questo imperfetta.

Così vale nella contrapposizione del suono naturale o suono elaborato industrialmente.

Siamo portati a credere che il suono naturale di un pianoforte a gran coda Stenway sia migliore di un suono digitale Yamaha o Roland. In realtà sono suoni differenti che ci regalano percezioni differenti.

Chi può stabilire che un suono naturale di una pelle di tamburo sia qualitativamente migliore di un pad di una batteria elettronica? Chi può classificare la qualità di un suono rispetto a un altro?

Se applichiamo alla musica la stessa logica mentale che utilizziamo per la politica (destra-sinistra) il danno che ci procuriamo è enorme.

Se stabiliamo che un suono è migliore di un altro, ecco che potremmo farlo a torto anche sui generi, ritmi, mondi e linguaggi musicali.

E qui casca l’asino. Qui commettiamo l’errore cosmico.

Ricordo il disgusto di certi critici e musicisti jazz nei confronti di Miles Davis quando si mise a suonare le canzoni pop di Cindy Lauper o di Zucchero o cercò di esplorare il mondo hip-hop già negli anni ottanta. Per loro era un’onta.

Miles Davis ha tradito il jazz, dicevano e purtroppo lo scrivevano. Essi pretendevano che Miles Davis stabilisse un confine tra l’alto e il basso, il colto e il faceto, l’avanguardia e il popolare, il jazz e tutto il resto. Costoro non stavano tradendo Miles Davis, stavano tradendo la musica.

Lo stesso errore lo fece anche Phil Spector, l’inventore del Wall of sound quando si oppose tenacemente alla stereofonia, sostenendo che il suono monofonico fosse migliore. In realtà aveva paura che il suono stereo impoverisse il suo linguaggio artistico che stava avendo un enorme successo mondiale attraverso il mono.

Un altro esempio più popolare ma significativo che non riguarda tanto il suono quanto le nostre percezioni emotive rispetto all’ascolto di una canzone, è quello che riguarda Toto Cutugno quando a Sanremo cantò la sua canzone “Gli amori”. Molti giornalisti in sala stampa, storsero il naso. Quando la interpretò Ray Charles, modificandone il ritmo, l’atmosfera in solo in piccola parte la melodia, la rese una perla. In sala stampa un paio di giornalisti dissero: “Adesso ci toccherà scrivere che Cutugno è un grande compositore”. Qualcuno lo scrisse, altri non ebbero non tanto il coraggio, quanto la correttezza di farlo.

Dovremmo pensiare che la musica sia come la cucina, così  potremmo scoprire cose di noi stessi che mai avremmo immaginato. Siamo portati a credere attraverso i nostri parametri che certi sapori o odori non ci piacciono.

Esistono persone che non mangiano pesce per tutta la vita, perché sono convinti che il pesce (badate bene, non un certo tipo di pesce, ma tutto il pesce in assoluto) non gli piace. Magari non hanno mai provato a mescolare una salsa a un branzino per rendere il gusto più piacevole, magari non lo hanno mai mangiato crudo o cotto o appena scottato, però sono convinti che il proprio palato sia contrario al pesce. Ci credono veramente al punto da pensare che il pesce sia nocivo al loro organismo.

Se le nostre convinzioni assolute ci negano un piacere che non conosciamo, se il nostro approccio alle cose e la nostra applicazione alla conoscenza vengono limitati dai nostri schemi culturali, saremo sempre contro a qualcosa o a qualcuno, oltre contro a noi stessi.

Se invece scopriremo l’essenza della differenza riconoscendo in essa il valore della conoscenza, potremmo essere in grado di apprezzare se non tutto, almeno di più, suoni e musiche comprese.

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