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venerdì, Giugno 5, 2020

La REPUBBLICA delle banane – L’addio di Lerner, Corrias, Deaglio e forse Saviano, Serra e Mauro

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LA MUSICA DEL FUTURO

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Scrivo da oltre trent’anni per la tv e la radio, per riviste e quotidiani on-line e per case editrici. Dopo una vita a perdere la vista sul pc, carta stampata e libri sono finalmente arrivato a una conclusione.

Scrivere sul passato, sulla nostra memoria storica, seppur rivisitata con il senno di poi, è interessante. Ma nell’epoca contemporanea non serve a nulla.

Il passato non torna, ed è già difficile essere contemporanei, analizzare il presente, figuriamoci il futuro. Eppure il futuro è sicuramente più importante di ciò che abbiamo già appreso, vissuto e digerito precedentemente. Ovviamente sto parlando di musica e di tecnologia, di quella che sarà nei prossimi 5-10 o più anni.

Ha ancora senso sfruttare la nostra memoria sui social postando brani di 20, 30, 40 anni fa? Ha ancora senso rispolverare il ricordo, il rimpianto, la nostalgia di un’epoca che non tornerà più? Le canzoni che raccontavano una società morta e sepolta?

Si, ha senso perché la cultura si basa sulla sua storia. Ma cosa trasmettiamo alle nuove generazioni? Il passato che non torna o come prepararsi a ciò che avverrà domani?

Il Dalai Lama dice spesso che riferirsi passato o al futuro non serve, sono astrazioni. L’importante è concentrarsi sul presente, all’azione che stai facendo, al tuo comportamento quotidiano.

Come non essere d’accordo con lui?

Ma forse sulle vette del Tibet, il Dalai Lama non ha considerato che l’oggi nel nostro tempo, è già futuro. Nel senso che i nostri ritmi mentali, logici, produttivi sono diventati velocissimi, esattamente come gli strumenti tecnologici che usiamo ogni giorno.

Apprendiamo e consumiamo al ritmo della luce, alla velocità del suono. Non c’è tempo per analizzare ciò che abbiamo appena appreso. Siamo diventati, nostro malgrado, dei trasmettitori istantanei di pensieri, concetti, desideri, prodotti.

I social hanno radicalmente destrutturato le nostre percezioni culturali. In questo contesto, tanto per essere più semplici, stare a ricordare i Queen o il cinquantesimo anniversario di Woodstock serve ancora? E a chi in un’epoca di clonazioni, di meccanismi produttivi che cambiano nell’arco di pochi mesi?

Mentre sto scrivendo, qualcuno da qualche parte del mondo sta progettando come trasformare il cibo, il denaro, le risorse naturali del Pianeta, figuriamoci la musica.

Mio figlio ha undici anni. A scuola gli insegnano ancora la musica con il flauto dolce o a cantare brani d’opera. Poi viene a casa, usa la playstation, gioca a Minecraft e contemporaneamente ascolta una musica che sembra la colonna sonora del film Blade Runner 2049.

A scuola apprende la Geografia su libri di testo simili a quelli degli anni sessanta, poi viene a casa e mi chiede di fargli vedere Google Earth sul pc.

Va a scuola di calcio, dove gli insegnano a tirare calci al pallone senza alzare la testa, poi viene a casa, gioca alla play station e nella simulazione istantanea apprende come una squadra sta in campo, la tecnica, la tattica e le regole.
Lui e i suoi compagni di classe sono più avanti dei loro insegnanti. Forse non lo sanno ma lo percepiscono istantaneamente.

Detto questo proverò a prendere esempio da questi fantastici ragazzini. Mi concentrerò sulla cultura del presente, quindi del domani. Proverò a stupirmi delle innovazioni e delle trasformazioni che la musica sta subendo e subirà nei prossimi mesi e anni. Vale a dire, i nuovi modi di comporre musica, produrla, diffonderla e venderla.

Le grandi star del passato sono ormai virtuali, diventano ologrammi, frammenti di memoria analogica riprodotti artificialmente.

Spero solo che le prossime star siano ancora umane, ma non mi spaventerò se in un prossimo futuro apprezzerò un vocaloid in grado di cantare con la polifonia di Demetrio Stratos o un robot in grado di suonare il violino meglio di Dave Garrett.

Volenti o nolenti, stiamo diventando macchine. Facciamocene una ragione perché il processo è inarrestabile.

La metamorfosi descritta da Kafka oggi è tecnologicamente imprevedibile. L’uomo non si trasforma in una mattina “in un enorme insetto immondo”, ma in una creatura dotata di microchip che si aziona automaticamente.

Seppelliamo Sanremo, i talent show, i concorsi canori, le classifiche, le tribute band e i sold out gonfiati.
Il futuro della musica è molto più interessante.

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