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Kurt Cobain moriva 25 anni fa e con lui moriva l’ultimo baluardo del rock

25 anni fa la Maledizione del 27 si portò via l'ultimo baluardo del rock del XX° secolo, Kurt Cobain. Con lui morì una intera generazione di disillusioni

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Kurt Cobain
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Venticinque anni fa la Maledizione del 27 si portò via l’ultimo baluardo del rock del XXmo secolo, Kurt Cobain. Con lui morì una intera generazione di speranze spezzate e disillusioni.

Cosa rimane del suo passaggio nel mondo musicale? Un nome che ha fatto storia, una band, Nirvana, che ha venduto circa 75Milioni di dischi, in un’era pre-digital in cui i numeri avevano un senso, non erano virtuali. Ha lasciato un solco indelebile nel linguaggio musicale, generando poi un’altra band di successo planetario con Dave Grohl, ex batterista del gruppo e ora frontman dei Foo Fighters.

In una Seattle un po’ fuori dalle coordinate musicali classiche del Music Business, a parte Jimi Hendrix nativo di quel posto, Kurt fondò la sua band nel 1987, a 20 anni. Profeta di una dissoluzione morale e artistica che chiudeva la parabola edonistica degli anni ’80, Cobain ha espresso il malessere per una disillusione profonda, in cui rigettava tutti i dettami estetici e musicali di un’epoca fatta di suoni digitali e raffinati, sporcando la musica con la rabbia e la distorsione di chitarre che vomitavano dissenso.

I suoi testi, figli di allucinazioni alcoliche e non solo, erano lo specchio di una generazione post-punk, fatti di frasi ipnotiche, ricorsive come i riff che sorreggevano le canzoni. Erano i cocci di specchi infranti. Un fenomeno nuovo nel linguaggio, non nell’essenza.

Da Elvis in poi, la Musica è sempre stata un veicolo delle nuove generazioni per esprimere un distacco netto dalle generazioni precedenti, sfociando in una contestazione sempre più articolata, dagli anni ’60 e ’70 in poi. Anche nei favolosi anni ’80, nella patinata musica degli Artisti c’era spesso il profumo di una ribellione. Basti pensare ai PoliceTalking HeadsRoxy Music, declinato magari nella contrapposizione di una raffinata esposizione in opposizione al caotico spirito freakketone dei precedenti anni ’70. Insomma, la protesta, il dissenso, può cambiare vestito, mantenendo una voce dissonante, senza cambiare il messaggio. Poi sta alle orecchie di chi ascolta saperlo cogliere. Così è stato anche per il Rap o Hip-Hop.

Smells like Teen Spirit è diventato una sorta di selfie generazionale, di una tribù che va alle feste, ma senza più viverne l’allegria e l’aggregazione, quanto piuttosto il contrario, la malinconia di una solitudine alienante, acuita dalla folla intorno. In un certo senso profetico.

Si dice che Cobain giunse al suicidio perché non reggeva il peso della fama o forse più semplicemente dei meccanismi che la fama comporta, con tutte quelle regole non scritte che ora sono diventate prassi, di interviste, premi, sorrisi e dinamiche diventate ancora più massive con l’avvento dei Social.

Forse voleva semplicemente vivere e la musica è stata la sua valvola per esprimere il suo malessere, catapultandolo in una roulette in cui non ci si trovava più, in cui il 27 è uscito in maniera fatale. Non lo sapremo mai, naturalmente. Insofferente a qualsiasi lode o celebrazione, arrivava a provare persino fastidio per il successo insperato. “Preferisco essere odiato per ciò che sono, piuttosto che essere amato per ciò che non sono”.

Ognuno di noi può scegliere ora di mettersi con calma e umiltà ad ascoltare il suo mondo musicale, magari attraverso una tecnologia che al suo tempo manco esisteva, come lo streaming e che credo non avrebbe mai accettato. Forse anche questa consapevolezza di sentirsi fuori-sync ha acuito un disagio di vivere che lo ha partano alla fatale decisione. E che lo ha reso un mito. Come gli altri membri del famigerato Club dei 27, ossia quegli artisti che alla fatidica soglia dei 27 anni hanno deciso di troncare il filo della vita, quali Amy Winehouse, Jim Morrison, Jimi Hendrix solo per citarne alcuni. Alcuni, come Cobain, in maniera decisa, altri spingendo l’acceleratore dell’autodistruzione al massimo. Una Vita Spericolata fino in fondo.

In questo modo hanno consegnato alla Storia il loro mondo e il loro talento in una forma cristallina, come un brandello di carbonio che il tempo trasforma in un diamante. Non hanno rincorso la propria immagine, inquinandola con scelte non artistiche. Il mito romantico dell’Artista Puro ha avuto la meglio sull’efficienza dell’Artista Manager.

Cosa sia meglio però, non posso dirlo. E nemmeno voglio.

L’arte è espressione, e per esprimersi occorre il 100% di libertà e la libertà di esprimere la nostra arte è in un gran cazzo di pericolo” (Kurt Cobain)

 

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