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L’epopea dei voti di Sanremo: I giornalisti, la giuria più competente. Parola di Giò Alajmo

Sempre più felice di essere uscito dalla partita Sanremo. Tutto ciò che leggo in giro si è ripetuto ogni anno. Se non vince chi piace si urla allo scandalo

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di Giò Alajmo

Sempre più felice di essere uscito dalla partita Sanremo. Tutto ciò che leggo in giro si è ripetuto ogni anno.

Se non vince chi piace si urla allo scandalo. Ma almeno chi è del mestiere dovrebbe ricordare tutti i passaggi che hanno portato dalle giurie fasulle, alle giurie popolari, alle giurie campione, alle giurie regionali, alle giurie in sala, alle giurie di qualità, al televoto, al televoto compensato, al televoto con la giuria tecnica, fino all’ultima formula con il misto televoto – giuria tecnica – giuria giornalisti.

Questo perché si disse che con il solo televoto il festival sarebbe morto da anni, con i premi consegnati a melodisti tradizionali, sconosciuti dei talent, duetti curiosi come Pupo e il Principe, a scapito di qualunque innovazione e intercettazione della qualità.

Sanremo nel tempo ha bocciato Vasco Rossi, Zucchero, Mia Martini, ogni parvenza di rock, e il grande pubblico sanremese si è sempre dimostrato refrattario a ogni innovazione, tant’è che oggi ci si stupisce quasi dei rapper anche se il rap è una realtà da vent’anni.

Le giurie tecniche furono introdotte (con un peso variabile) proprio per compensare il rapporto fra popolarità e qualità, e per intercettare proprio la qualità, garantendo ad artisti meno “facili” di ottenere attenzione e rispetto e poter così partecipare al Festival, che dovrebbe essere il più possibile lo specchio musicale del paese, e non la solita passerella di vecchie glorie.

Certo, c’è un problema con le giurie tecniche, perché un conto è avere esperti come Pavarotti e Gino Paoli (come fu con Fazio), altro è avere attori registi e personaggi da passerella televisiva. Ma quando si sono messi in giuria musicisti sono subito scattate le polemiche sui loro possibili interessi di bottega, il cantante amico del proprio discografico, impresario, coautore eccetera, perché Sanremo è al di sotto di ogni sospetto.

E poi i giornalisti. Lo ripeto come lo dicevo quando vivevo in sala stampa: i giornalisti devono giudicare il festival non farne parte. C’è un palese conflitto di interessi. I giornalisti hanno a loro disposizione il Premio della Critica che mi inventai con Santo Strati e Cristina Berretta nel 1982 quando a tuonare contro le giurie era Claudio Villa.

Ma questo non giustifica la critica, anche feroce, contro i giornalisti “incompetenti”. I giornalisti sono gli unici che hanno studiato cantanti e canzoni da un mese almeno, che fanno questo per mestiere, che hanno tutti i termini di confronto possibili, che votano per il Premio Tenco e mille altre manifestazioni canore, e hanno in mano tutte le carte, compreso il polso del momento.

Quindi, sono una giuria forse inopportuna ma sicuramente non “incompetente” (e che Euterpe ci salvi dall’obiettività degli artisti…)

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