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“Te lo dico pianissimo”, l’amore al tempo dei colori

Te lo dico pianissimo è il film di Pasquale Marrazzo, da giovedì 13 settembre nei cinema, distribuito da EasyCinema. Tema centrale è "l'Amore"

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“Te lo dico pianissimo” è il film di Pasquale Marrazzo, da giovedì 13 settembre nei cinema, distribuito da EasyCinema (leggi nostro articolo).

Tema centrale è “l’Amore”, come lo definisco io, al “tempo dei colori“, parafrasando G.C.Marquez. Intrecci familiari, quando una morte fa crollare un castello di carta di sotterfugi. La famiglia, una “genitorialità alternativa” che si confronta con i luoghi comuni.

L’amore in sé genera sogni e spesso frustrazioni, le seconde dovute a moralismi che ci legano e imprigionano, sensi di colpa. In effetti abbiamo una visione molte volte monocromatica di questo sentimento. E di come si declina. E invece è pieno di colori, e non parlo di quelli delle bandiere del pride.

Quale famiglia ha la maiuscola?

Perché Pasquale ha affrontato non solo l’amore omoaffettivo (più profondo dell’etichetta omosessuale) con tutte le sue piccole ritualità di una coppia che convive da 15 anni, ma anche le conseguenze che ha quando tirando in ballo l’educazione dei figli saltano fuori schemi moralistici. Che altro non sono che un’invidia profondo per la felicità altrui. E i sensi di colpa di un padre diviso tra l’amore per i figli, la dipendenza affettiva di una sorella maggiore castrante, e il compagno che si ritrova in mezzo ai fuochi. E quindi quale famiglia ha la maiuscola davvero? Quella che si lacera nell’ipocrisia o quella che si costruisce con l’amore?

Né Ozpetek, né Almodovar

Niente affreschi pittoreschi alla Ozpetek, per intenderci, ne parrucche o follie almodovariane. Dobbiamo capire che l’amore non è solo glamour. Non ci sono macchiette, ma figure che danno vita a personaggi reali, dai due protagonisti, al corollario familiare che vorrebbe portare una presunta normalità all’interno di un equilibrio affettivo consolidato da 15 anni di convivenza e condivisione.

Ogni attore (veramente bravi e calibrati) ha dato vita a modi di vivere le paure, e paradossalmente l’unico personaggio libero, è il fantasma di Dolores,moglie defunta di Giuseppe, metà del cuore dell’idraulico Nikolas (un calibratissimo e dinamico Pietro Pignatelli).

Luogo dell’apparizione del fantasma è il bagno, metafora dell’unico luogo della casa dove ognuno per intimità è veramente solo. E Dolores è visibile solo a Giuseppe (Stefano Chiodaroli egregio attore dopo gli anni di cabaret) col quale instaura un dialogo fatto di sussurri e grida soffocate.

Tutti i dialoghi sono sul filo del sussurro, sia esso di vergogna, paura o solitudine. Solo Sara, figlia adolescente e “quasi maggiorenne” di Dolores e Giuseppe, urla il suo disagio di fronte a un mondo che è sordo alla sensibilità.

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Tre sorelle, capeggiate da una figura matriarcale (Giuditta, una ieratica Lucia Vasini) fanno da corollario fatto di sguardi e mezze frasi, tutte nel bene o nel male, represse, costrette a vivere una vita sommessa non per scelta, ma per convenzioni e paure.

Spunto della discordia è l’affido dei due figli, oltre a Sara, Matteo, che dopo la morte della madre devono andare a vivere con il padre, che come uno struzzo, pensa che 15 anni di convivenza con Nikolas passino indifferenti. Il famoso segreto di Pulcinella, dove “si sa ma non si dice”. Chissà poi perché…

Genitore1, Genitore2, Padra, Madro…

Certo che in un momento in cui un Ministro della Repubblica (della Famiglia) afferma con spudorato orgoglio e tracotante sprezzo, che la famiglia è una e indivisibile, ovvero quella cosiddetta normale di stampo tradizionale, ci fa certamente bene fermarci a riflettere sulla realtà sociale dell’Amore, che non risponde alle istanze di propaganda politica, ma vive ogni giorno, tra paure e coraggio. La Famiglia è quella delle carte bollate o quella in cui i sentimenti fanno crescere? Senza considerare i risvolti grotteschi e inaspettati del film che fanno proprio riflettere sulle nostre chiusure mentali. Dietro l’alibi di un’apparente rispettabilità in ossequio a chissà quali remore, si perde il contatto dei sentimenti. E nasce il deserto, quello che fa gridare Sara. Mentre tutti parlano sottovoce, appunto “pianissimo”

Non basteranno mille Pride a fare cambiare idea, al massimo aumenterà il consenso. Ma il consenso non sempre include il rispetto. Il politically Correct è solo una forma ipocrita di tolleranza. Finche qualcuno userà in senso spregiativo il termine “Frocio”, significa che la strada è lunga. In barba alle leggi. Siamo tutti e solo PERSONE. Stop.

Però Pasquale non ha scritto un peana (grazie al cielo), nemmeno un j’accuse. Ha solo scritto una storia d’amore al tempo dei colori. non in bianco e nero, no dice cosa è giusto e cosa sia sbagliato. E’ un po’ come se tutti passassimo dal bianco e nero all’alta definizione, un salto non da poco.

Tutti hanno sempre uno scudo morale dietro il quale difendere le proprie perplessità citando testi, studi e usanze. Senza rendersi conto che mentre parlano e tuonano dai loro scranni, la vita va avanti. Lo ha fatto con le famiglie allargate dopo il divorzio, lo ha fatto di fronte a tutte le declinazione di relazione in cui il sacramento del matrimonio non è stato più il vincolo supremo. Lo fa ogni giorno senza che ce ne accorgiamo, quando impariamo a mangiare cinese, africano, messicano. Cosa impensabile fino a 30 annifa. Che lo si chiami Genitore1 o 2, Padra o Madro, poco importa. L’importante è crescere i figli con amore e respoinsabilità. Non con le etichette.

Le Musiche di “Te lo dico pianissimo”

Contarariamente a quanto ci si aspetterebbe, il tema musicale non è il successo di Rita Pavone, (Fortissimo) ma il “Il nostro concerto”, di Umberto Bindi, autore raffinato emarginato per la sua omosessualità in tempi in cui la diversità equivaleva a ghettizazione se non ostracismo puro. Andrea Tosi, oltre ai tutti i commenti sonoriha arrangiato il brano recuperandone tutta la freschezza e essenzialità espressiva. Mi hanno detto che il brano è anche cantato…

Gli altri brani inseriti, sono di repertorio partenopeo, danno una cornice struggente senza mai cadere nella cartolina. Questo forse l’unico forte omaggio allo stile di Almodovar che ho percepito.

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Vivere il momento

La mania di cercare la perfezione ci impedisce di vivere il momento. C’è chi butta via una esistenza cercando l’amore perfetto, il figlio perfetto, il padre perfetto. E man mano il tempo passa, l’anima si avvelena di rancore, di rabbia repressa, da scagliare come acido sulla vita altrui, sulla felicità che non riusciamo più a capire. E ci si dimentica di vivere il momento,  unico e irripetibile.

Ma un film in fondo cosa può fare? non più di tanto, lo sappiamo. siamo noi che in realtà possiamo fare tanto, e invece facciamo poco. Dimenticandoci, citando Marquez, che “E’ la vita, più che la morte, a non avere limiti.”

Ci vuole coraggio per amare realmente, ci vuole coraggio per sorridere. Ancora.

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Qui la sinossi del film e scheda degli attori. Si ringrazia Manuelita Maggio per Setteluci.

In programmazione a Milano all’Anteo di piazza XXV aprile. per maggiori informazioni:

pagina facebook Telodicopianissimo

sito web

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