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Muore un gigante della letteratura contemporanea, Philip Roth – Ne “Il complotto contro l’America” predisse l’era Trump

Philip Roth se ne va a 85 anni per insufficienza cardiaca. Lui è stato un gigante della letteratura contemporanea americana, e non solo. All'attivo aveva oltre 30 opere, vincendo tutto quello che poteva essere vinto tranne il premio che più di tutto e di tutti meritava, il Nobel per la letteratura.

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Philip Roth
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Oggi per la rubrica “Scritto da Voi” – in cui inseriamo i migliori scritti in giro nel web – abbiamo scelto un bellissimo articolo di Jacopo Iacobini. Il testo che segue è stato pubblicato su La Stampa a seguito della tristissima notizia della morte del più grande scrittore del 900, Philip Roth. Se ne va a 85 anni per insufficienza cardiaca un gigante della letteratura contemporanea americana, e non solo. All’attivo aveva oltre 30 opere, vincendo tutto quello che poteva essere vinto tranne il premio che più di tutto e di tutti meritava, il Nobel per la letteratura. Nel testo che segue si parla della genialità dello scrittore di aver presagito l’avvento dell’era di Trump, anche se, proprio lo scorso gennaio scorso Roth precisò che il protagonista del suo libro “Il complotto contro l’America” (l’aviatore con simpatie naziste Charles Lindbergh, nella storia eletto presidente degli Usa),  non aveva alcuna analogia con Donald Trump, perchè quest’ultimo, a differenza del suo personaggio che era un grande eroe pieno di “sostanza”, è un presidente “ignorante sui temi che riguardano il governo, la storia, la scienza, la filosofia e l’arte e incapace di esprimere o riconoscere sottigliezze e sfumature, utilizzando un vocabolario formato da 77 parole” (da una intervista al New Yorker).

Philip Roth

TESTO

Il genio che predisse senza volerlo l’avvento dell’era-Trump

Dal “Complotto contro l’America” al ribaltamento della voglia di conquista del “Lamento di Portnoy”: così con Roth la letteratura è arrivata sempre un passo avanti alla politica

Delle tantissime cose che si potrebbero dire, sempre inadeguatamente, su Philip Roth, una è che – come forse mai avvento prima – un suo libro prefigurò con un’esattezza di dettagli sbalorditiva quanto sarebbe poi accaduto con l’elezione alla Casa Bianca di Donald Trump. Altre volte, ovviamente in Pastorale Americana, Roth aveva riflesso mezzo secolo di storia americana in una specie di specchio, trasferendola in una forma di psicoanalisi dei suoi personaggi, la guerra del Vietnam, gli scontri razziali, il terrorismo, le tante etnìe e religioni. Ma forse mai come nel Complotto contro l’America uno scrittore americano arrivò a fotografare cosa sarebbe successo negli Stati Uniti, distopici e ucronici, dell’èra Trump. 

Nel Complotto, Roth ricrea un episodio della storia americana immaginando che le elezioni presidenziali del 1940 siano state vinte da Charles Lindberg, famoso aviatore, di forti e documentate simpatie naziste e isolazioniste (curioso rimando: Lindberg era figlio di genitori svedesi, il che paradossalmente riecheggia, invertito, Lo Svedese protagonista di Pastorale americana: tutto Roth è pieno di questi legami interni impensabili tra le opere). Tra il romanzo fantapolitico, scritto nel 2004, e l’ascesa di Trump alla presidenza tredici anni dopo, i punti di tangenza o vera e propria congruenza sono – non sembri una frase rituale – stupefacenti. Nel romanzo c’è un isolazionista, dall’equilibrio psichico fortemente questionabile, che prende il potere a dispetto di qualunque previsione negli Stati Uniti. Nel romanzo, lo slogan del presidente filonazista è “America first”. Nel romanzo, Lindberg è ossessionato da una forma palese di antisemitismo – un tema che Roth ha percorso praticamente in tutta la sua opera, e ovviamente innerva la formazione anche sentimentale dei suoi personaggi, a partire dall’alter ego Nathan Zuckerman, e naturalmente fino all’autoanalisi psico-sessuale di Alexander Portnoy. Nel romanzo, una potenza straniera – la Germania nazista – interferisce pesantemente nel processo elettorale americano, contribuendo allo sviluppo di una teoria, abbastanza fondata nel libro, che il presidente sia oggetto di ricatti di varia natura. Nella realtà un presidente americano è stato eletto – secondo diciassette agenzie di intelligence Usa – con la più che sospetta interferenza di uno stato nemico come la Russia di Vladimir Putin. 

Roth s’è sempre abbastanza schermito, negava che avesse di mira – mentre scriveva – qualcosa come una profezia americana, semmai pensava di più alla storia travagliata del Vecchio Continente, e all’epopea tragica degli ebrei d’Euriopa. Ma Europa e Usa sono troppo legate di fatto – Trump permettendo -, e in tutta l’opera di Roth. Mai forse si vide, se non al limite in Don De Lillo, un’America così europeizzata, e per questo appunto così americana. 

Il New Yorker, mettendo in fila una serie di questi elementi che sarebbero saltati agli occhi a tutti quando The Donald ascese alla Casa Bianca, avviò un carteggio politico con lo scrittore, sempre piuttosto restìo a questo tipo di trasposizione diretta delle sue storie nell’attualità. E, cosa strana, Roth si prestò; e d’altra parte, in qualche modo, le affinità non si potevano negare, stavolta. Disse, certo: «Stavo solo cercando di immaginare cosa sarebbe stato per una famiglia ebrea come la mia, in una comunità ebraica come Newark, un qualcosa anche vagamente simile all’antisemitismo di stampo nazista nel 1940, al termine del decennio più acutamente antisemita della storia». Però riconobbe – e non era poco considerando la sua reticenza – che c’era come un senso di avvertimento, nel Compotto: «Il mio romanzo non è stato scritto come un avvertimento. Ho voluto immaginare come ce la saremmo cavata, il che mi ha costretto prima a inventare un governo inquietante americano che ci minacciava. Per quanto riguarda il modo in cui Trump ci minaccia, direi che, come per le famiglie ansiose e dominate dalla paura nel mio libro, ciò che è più terrificante è che lui rende possibile ogni cosa, compresa la catastrofe nucleare». 

Roth pensava che Lindbergh in realtà fosse assai più schematico e prevedibile di Trump. Lindberg era pur sempre un eroe dell’aviazione, un uomo che aveva sedotto folle dimostrando anche una forma di coraggio, un chiaroscuro vivente. Trump appare invece il totalmente gratuito della Storia, il Dono immeritato nell’autobiografia di una nazione, un personaggio negativo a tutto tondo: «È più facile spiegarsi l’elezione di un immaginario Charles Lindbergh che quella reale di Donald Trump. Nonostante simpatie naziste e razzismo, Lindbergh era comunque un eroe dell’aviazione che aveva dimostrato grande coraggio, attraversando l’Atlantico nel 1927. Aveva carattere e sostanza e, insieme a Henry Ford, fu l’americano più famoso della sua epoca». 

Trump, secondo Philip Roth, era qualcosa di molto più basso e per questo infinitamente perturbante, un «con artist», un genio della truffa. E, disse al magazine newyorchese, se c’è un libro che lo prevede e lo anticipa non è il Complotto ma è Confidence-Man di Melville (in Italia, L’impostore). «Non è il Trump come personaggio, come tipo umano, che supera ogni immaginazione. È il Trump che diventa presidente degli Stati Uniti». Per uno come Roth, che si definiva un democratico rooseveltiano, nulla di simile s’era mai visto prima, né nella realtà né nella letteratura: «Detto da uno che ha visto Richard Nixon e George W. Bush», diceva. Ma «qualunque cosa possa aver visto, per esempio i loro limiti caratteriali, nulla è mai stato così umanamente impoverito come Trump: ignorante nel governo, nella storia, nella scienza, filosofia, nell’arte, incapace di esprimere o riconoscere sottigliezza o sfumature, privo di ogni decenza, un uomo che maneggia un vocabolario di 77 parole che sarebbe meglio chiamare lo stupidese, piuttosto che l’inglese». Volendo forzare un po’ – ma stando dentro quei meravigliosi libri – era come se si fosse realizzata, capovolta nella violenza e priva della lucidità dell’autoanalisi, la profezia finale di Alexander, il protagonista del Lamento: «Era come se scopando volessi scoprire l’America. Conquistare l’America».

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