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Facebook e Cambridge Analytica: coinvolti circa 90 milioni di utenti – Il caso “DataGate” spiegato dettagliatamente

Facebook sempre più nella bufera. I Social Media facebook sta affrontando non in modo indolore lo scandalo di Cambridge Analytica e del suo ruolo nella diffusione della disinformazione.

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Facebook sempre più nella bufera. Il Social Media sta affrontando non in modo indolore lo scandalo di Cambridge Analytica e del suo ruolo nella diffusione della disinformazione.

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Intanto Zuckerberg si scusa ancora annunciando che parlerà al Congresso Usa l’11 Aprile, mentre dall’altra parte dell’oceano la Commissione Europea comincia ad indagare.

I numeri del DataGate parlano chiaro: Facebook, non salvaguardando i dati personali dei suoi utenti, ha permesso alla  Cambridge Analytica di manipolare milioni di utenti spingendoli, tra le altre, a votare sia per Trump che per la Brexit.

I FATTI

Facebook ha fatto il mea culpa, ammettendo che la Cambridge Analytica, la società usata, tra le altre, in USA per la campagna elettorale pro Trump, e in Gran Bretagna per la campagna referendaria pro Brexit, possa aver avuto accesso alla piattaforma e dunque ai dati di più di 90 milioni di utenti (contro i 50 milioni finora ammessi).

Un numero di utenti sbalorditivo nelle mani di gente capace di manipolare l’opinione pubblica, situazione allarmante che porta alla formulazione di tante lecite domande e innumerevoli dubbi.

La comunicazione dei sconvolgenti numeri in oggetto è stata fatta da Mike Schroepfer, chief technology officer di Fb, che ha inoltre annunciato una serie di restrizioni di facebook per meglio proteggere i dati personali dei suoi utenti.

Questo quanto da lui dichiarato:

In totale, crediamo che le informazioni di Facebook di 87 milioni di persone, prevalentemente in Usa, possano essere state impropriamente condivise con Cambridge Analytica“.

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I NUMERI

In dettaglio i numeri dicono che solo in America sono stati usati i dati personali di ben 70.632.350 milioni di utenti (parliamo di una percentuale pari a 81,6%) degli 87 milioni di profili Facebook  usati impropriamente per scopi elettorali da Cambridge Analytica.

Subito dopo gli Usa seguono le Filippine (1,4%), l’Indonesia (1,3%), la Gran Bretagna (1,2%), Il Messico (0,9%), Il Canada (0,7%), l’India (0,6%), il Brasile (0,5%), il Vietnam (0,5%) e l’Australia (0,4%).

In Italia sono stati “usati” i profili del social di 214.134 utenti.

I dati sono stati ricavati sommando il numero delle persone che hanno installato l’App di Aleksandr Kogan – il ricercatore e inventore del metodo usato dalla Cambridge Analytica – e gli amici potenzialmente impattati.

Ma chi è Aleksandr Kogan?

Kogan è un giovane matematico russo-americano, esperto in big data, analisi dei comportamenti sociali e neuroscienze. E’ un ricercatore nell’università di Cambridge e ha creato la Facebook app “mydigitallife” con la quale ha profilato segretamente su Facebook l’identità di quasi 90 milioni di utenti (e dei loro amici). Il giovane matematico è la mente dietro il sistema Cambridge Analytica, che aveva lo scopo di cercare di manipolare l’opinione pubblica in vista delle elezioni statunitensi, che hanno visto Donald Trump conquistare la Casa Bianca.

Oggi lui si difende dicendo che sia Cambridge Analytica che Facebook lo stanno usando come capro espiatorio, ma dalla Russia arriva la notizia che proprio Kogan ha collaborato con alcuni ricercatori dell’Università Statale di San Pietroburgo a uno studio sui tratti tossici della personalità, finalizzato a individuare un nesso tra la “triade oscura” della psicologia (narcisismo, machiavellismo e psicopatia) e la tendenza ad adottare comportamenti violenti in rete.

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Chi è e cosa è la Cambridge Analytica?

La Cambridge Analytica, fondata nel 2013, è stata creata per supportare le campagne elettorali dei populisti (che ha l’elettorato più influenzabile e manipolabile) utilizzando una profilazione molto precisa degli elettori a partire dai loro dati di Facebook. Oltre alla campagna di Trump, la CA è stata coinvolta nel referendum britannico della Brexit e nella corsa all’Eliseo di Marine Le Pen.

Uno dei mantra della Cambridge Analytica è: “Convincere qualcuno a votare un partito non è molto diverso da convincerlo a comprare una certa marca di dentrificio”.

Per meglio capire il tutto bisogna fare un passo indietro nel tempo, nel 1990 a Londra, quando Nigel Oakes (ex produttore di TeleMontecarlo e poi dirigente della compagnia di comunicazione pubblicitaria Saatchi & Saatchi), fonda l’Istituto per Dinamiche Comportamentali. L’obiettivo era studiare il funzionamento dei comportamenti di massa e come manipolarli. Successivamente, nel 1993, Oakes fonda la SLC, i Laboratori di Comunicazione Strategica che seguono 25 campagne elettorali in diversi paesi del mondo, soprattutto paesi in via di sviluppo, con l’obiettivo di condizionare l’opinione pubblica usando i social media e strumenti di persuasione tipici del mondo pubblicitario.

In questo ambito e frangente viene fuori un personaggio chiave di tutta la “faccenda” Cambridge Analytica, tal Alexander Nix che nel 2013 convince due importanti investitori americani a usare le tecniche di SLC (i Laboratori di Comunicazione Strategica) per condizionare le elezioni americane e fondare Cambridge Analytica. I due investitori sono Steve Bannon (il responsabile della corsa alla Casa Bianca di Donald Trump) e Bob Mercer (un miliardario matematico che lavorava alla IBM, al progetto di intelligenza artificiale Watson. Ha lasciato IBM per entrare nel fondo Renaissance Technologies, una delle più incredibili macchine per fare soldi del mondo che usa i dati e l’intelligenza artificiale per decidere gli investimenti, garantendo nel tempo un rendimento che arriva fino al 40%).

Ma la passione di Mercer è la politica. Lui è un repubblicano convinto e ambisce a poter usare i dati per condizionare la politica. Così finanzia la nascita di Cambridge Analytica e sulle prime investe un milione e mezzo di dollari per il progetto test: le elezioni di governatore della Virginia. Il candidato repubblicano perde, ma Mercer e Bannon (che a questo punto guida la Cambridge Analytica) continuano nel loro intento e si imbattono nella campagna elettorale del populista Trump. Alexander Nix però ha bisogno di molti dati per far decollare l’idea di condizionare la campagna elettorale, e questi dati possono provenire dai profili di utenti Facebook. E qui entra in scena il su citato Aleksandr Kogan.

Lui sa come fare. Crea una società ad hoc, la Global Science Research, e inizialmente prova ad ottenere dati attraverso Amazon. Mediante piattaforma Mechanical Turk (dove gli utenti vengono retribuiti con pochi centesimi per dei “lavoretti”) e offre un dollaro per chi compila un questionario online con i propri dati personali. Per un po’ funziona ma Amazon se ne accorge e lo blocca. A quel punto si direziona su Facebook creando un app che sembra un gioco: l’utente risponde alle domande e ottiene un suo identikit digitale, e intanto Kogan accumula dati (ufficialmente per fini scientifici, visto che è un ricercatore di una delle più prestigiose università del mondo) passandoli a Cambridge Analytica. E questi dati diventano una miniera d’oro: sono quasi 90 milioni di utenti- elettori, su 30 milioni si sa praticamente tutto, paure e speranze comprese. E nota bene, solo 270 mila avevano dato il consenso. Quei dati consentono di creare profili molto precisi e mandare messaggi mirati.

A quel punto Mercer dà il via alle danze e decide di investire 15 milioni di dollari in una partnership con SLC in vista della corsa alla Casa Bianca.

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LA VITTORIA DI DONALD TRUMP

La figlia di  Mercer, Rebekah, è alla testa del più importante comitato elettorale dei repubblicani e i Mercer sono i principali donatori di fondi per la corsa allo studio ovale e finanzia la campagna di Trump, e guarda caso a capo della campagna c’è il suo amico Steve Bannon il quale, a sua volta, assolda Cambridge Analytica (dell’amico Mercer) che viene pagata milioni e milioni di euro per i suoi servizi. I pagamenti vengono recapitati ad un indirizzo di Beverly Hills dello stesso Bannon (uno dei capi e azionista della Cambridge Analytica fino a qualche mese) … e il tutto non fa una piega, un giro di intenti e di soldi perfetto.

Ma oltre a tutto quanto sopra, la corsa alla Casa Bianca è costellata da sospetti di interferenze russe (sulla quali è in corso una indagine federale), e non si tratta solo delle fake news, ma, in molti casi si tratta di centinaia e centinaia di bot, profili finti gestiti attraverso un algoritmo e diretti dalla Internet Research Agency di San Pietroburgo. Si registrano inoltre attacchi hacker ai database dei partito democratico. Vengono rubati dati anche al responsabile della campagna elettorale democratico, John Podesta.

LA VITTORIA DELLA BREXIT

Intanto nel Regno Unito si svolge il referendum con cui si decide di restare o meno nell’Unione Europea. Il 23 giugno 2016 vince la scelta della Brexit. Un altro successo anche per Steve Bannon, dal 2012 amico del populista Nigel Farage, il leader del partito Ukip che ha guidato il movimento per la Brexit. Nel 2014 Bannon apre a Londra la sede inglese del suo sito Breitbart. Poco dopo una inchiesta del The Guardian fa venire alla luce una oscura società (con sede nella Columbia Britannica) di analisi di dati web dietro il movimento pro Brexit. In Canada, la stessa, ha un piccolo ufficio dal nome Aggregate IQ, destinataria della maggior parte del budget totale di “Vote Leave” (pro Brexit): 4 milioni e mezzo di euro. Ma anche altri 3 gruppi di sostenitori della Brexit si sono rivolti ad Aggregate IQ.
E a questo punto la domanda nasce spontanea:
Come è possibile che una società così piccola abbia svolto un ruolo così importante nel referendum britannico?

Dopo mesi di inchiesta del The Guardian, alla testata è stata ufficialmente propinata dagli attori in causa la seguente spiegazione: “Li abbiamo trovati su Internet, li abbiamo sentiti al telefono e li abbiamo scelti perché erano i più bravi”.

Peccato che al tempo della campagna referendaria non c’era nessuna referenza su Aggregate IQ, nessun link o articolo su di essa. Era un fantasma, introvabile, fino a quando è emersa una traccia chiara e inequivocabile: durante le primarie americane Aggregate IQ ha ceduto l’uso di alcuni suoi brevetti, che però non appartenevano alla società canadese, ma appartenevano a Robert Mercer.

Una gola profonda della Cambridge Analytica, Christopher Wylie (collaboratore del team Alexander Nix), volendosi tirare fuori da tutto questo, contatta e parla proprio con il New York Times e il The Guardian, dichiarando che lasciava la Cambridge Analytica perché non ne condivideva metodi e obiettivi: “Le regole per loro non contano nulla”.

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FACEBOOK SAPEVA?

Christopher Wylie ha dato un contributo notevole all’inchiesta giornalistica da cui è emerso, senza ombra di dubbio, che Facebook sapeva del problema sin dalla fine del 2015. Nell’agosto 2016 facebook ha chiesto la distruzione dei dati a Cambridge Analytica, senza verificare però successivamente se la richiesta fosse stata esaudita. E non solo: di quello che stava succedendo Facebook non ha informato nessuno, anzi, ha ufficialmente negato il problema. Stessa cosa che ha fatto Nix davanti al procuratore federale a dicembre: ha negato tutto.

Facebook ha cercato di contenere e minimizzare lo scandalo fino a al 16 marzo, data della pubblicazione della doppia inchiesta giornalistica. E solo allora, davanti alla evidenza dei fatti e dei NUMERI il vice presidente Paul Grewal ha pubblicato un post per informare che Cambridge Analytica, Aleksandr Kogan e Christopher Wylie sono stati bloccati dall’uso della piattaforma dato che sono state violate le regole di Facebook. Sulle prime Facebook parlava di 50 milioni di profili violati, oggi invece si rettifica a quasi 90 milioni.

COSA FARÀ FACEBOOK ORA?

Da lunedì 9 aprile Facebook avviserà gli utenti le cui informazioni sono state condivise da Cambridge Analytica  mentre comparirà in cima al flusso di notizie degli  utenti un link che mostrerà tutte le app che vengono utilizzate e le informazioni condivise con queste applicazioni.

Mike Schroepfer ha spiegato:.
Gli utenti saranno in grado di rimuovere le app che non vogliono più. Riteniamo che queste modifiche consentiranno di proteggere meglio le informazioni delle persone. Sappiamo di avere più lavoro da fare“.

Intanto il responsabile della sicurezza delle informazioni di Facebook, Alex Stamos, dopo lo scoppio del caso DataGate ha annunciato la sua intenzione di dimettersi (cosa che avverrà entro Agosto).
Ormai all’interno del gruppo continua una lotta tra gli executive per decidere quanto essere trasparenti per meglio adempiere alle richieste di chiarimenti dei vari governi.

Stamos crede che sia importante rendere pubblici più dati sulle interferenze russe nel periodo precedente alle elezioni presidenziali americane del 2016. Ma, secondo il New York Times, la sua posizione non trova d’accordo altri manager della piattaforma, tanto da sottrarre allo stesso parte delle sue responsabilità.
Intanto Facebook continua a perdere terreno a Wall Street.

In Italia la Codacons mette in piedi una class action contro Facebook

La Codacons, per conto degli utenti, presa visione del numero degli italiani coinvolti nell’utilizzo illecito dei dati personali da parte di Cambridge Analytica, ha deciso di avviare una class action negli Stati Uniti contro Facebook.

L’associazione spiega che gli utenti italiani iscritti a Facebook che hanno scaricato l’applicazione “thisisyourdigitallife”, possono aderire alla class action del Codacons, che scende in campo a tutela dei cittadini sul DataGate, con un esposto da cui è nata l’inchiesta della Procura di Roma.

L’associazione precisa che la class action ha il fine di far ottenere agli utenti un risarcimento dei danni subiti legati all’utilizzo illecito dei dati legati alla privacy.

Tutti gli interessati possono partecipare all’azione collettiva seguendo la procedura pubblicata sul sito www.codacons.it.

Fonte di alcune notizie Agi, New York Times e The Guardian

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