Home Musica Rischio fallimento per la Gibson – La colpa è soprattutto “culturale”

Rischio fallimento per la Gibson – La colpa è soprattutto “culturale”

Gibson, la mitica marca di chitarre imbracciate dai più grandi della musica, rischia di chiudere i battenti. La colpa è della crisi nel settore musicale, della concorrenza, ma soprattutto la colpa è, e soprattutto, culturale.

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Credit Photo GettyImages
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Gibson, la mitica marca di chitarre imbracciate dai più grandi della musica, rischia di chiudere i battenti.

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Rimbalza in questi giorni la notizia che la Gibson, storica azienda statunitense produttrice di chitarre di alta qualità, versi in grave crisi.

Si tratterebbe dell’effetto nefasto di politiche industriali variamente sbagliate e soprattutto del crollo generalizzato delle vendite delle chitarre, male che del resto affligge anche la Fender, storica rivale.

Gibson

L’azienda di Nashville, fondata nel 1902 da Orville Gibson, figlio di emigrati inglesi che da commesso in un negozio di scarpe si improvvisò fabbricante di mandolini e chitarre, deve la sua fortuna alla progressiva e apparentemente inarrestabile diffusione dell’utilizzo della chitarra elettrica nella musica di largo consumo, a partire dalla prima metà del secolo scorso.

Musicisti jazz come Charlie Christian negli anni ’30 risolsero con un innovativo strumento elettrico Gibson il grave problema dell’insufficiente volume della chitarra in orchestra; Joe Pass, Jim Hall, Pat Metheny per citarne solo alcuni, proseguirono negli anni ad alimentare nel jazz quella leggenda che nel blues era rappresentata soprattutto da BB King e nel rock da Angus Young, anche se in realtà tutti i grandi e i meno grandi sono passati da una 335, o da una Les Paul, o da una SG “diavoletto”.

Gibson

Gli esperti di finanza hanno gioco facile nell’individuare gli scivoloni nei quali è incappata la “governance” di Nashville, ma è altrettanto facile per musicisti e musicofili ipotizzare un parallelo con la crisi del mercato musicale in generale, del vinile prima e del cd poi: semplicemente il digitale ha colpito ancora.

Sicuramente le produzioni orientali di strumenti musicali a basso costo hanno fatto la loro parte nell’esercitare una concorrenza costantemente erosiva, ma queste sono presenti fin dai primi anni ’70 e nessuno finora si era fatto male più di tanto; addirittura alcune di loro come Yamaha e Ibanez hanno raggiunto da vari lustri degli standard qualitativi che hanno poco da invidiare a Gibson e Fender, ritagliandosi meritatamente delle consistenti fette di mercato ma non mettendo affatto a rischio la sopravvivenza di questi tradizionali mostri sacri.

Il nuovo problema, a parte le acrobazie finanziarie delle gestioni aziendali, appare un altro: la passione per lo strumento musicale vero è in calo, il sacrificio per lo studio, per la cura del suono, per la qualità dell’oggetto non sono più quelli di qualche tempo fa.

Credit Photo Stephen Chernin

I generi musicali che attualmente hanno maggiore riscontro commerciale hanno un uso delle chitarre elettriche molto più limitato che in passato, ma soprattutto molto più impersonale, non ci sono chitarristi emergenti con un livello di popolarità paragonabile agli Hendrix, Clapton, Beck, Gilmour, Santana, Van Halen. Per le nuove masse una chitarra vale l’altra o quasi e questo non può sorprendere più di tanto, considerando che ormai da tempo sono di uso diffuso addirittura le emulazioni digitali dei vari abbinamenti chitarra-amplificatori-casse-effetti vari, che illudono l’utente di imitare le timbriche e le caratteristiche espressive dei grandi.

Queste caratteristiche in realtà sono ovviamente la risultante non solo dell’utilizzo di strumenti e apparecchiature di grande qualità ma del talento e della musicalità degli strumentisti, del tocco, della pronuncia, dello studio o comunque della pratica; in un periodo oscuro come quello attuale, in cui la maggioranza delle nuove generazioni ascolta la musica superficialmente, avendola accumulata in maniera bulimica sul cellulare e non con passione e dedizione, ovviamente degli apparecchi economici che illudono di ottenere “tutto e subito” hanno la meglio su una chitarra di qualità, oltretutto più costosa (anche se negli ultimi anni sono state commercializzate linee meno dispendiose e più accessibili).

gibson

La crisi della Gibson riflette quella della produzione musicale, in cui l’utilizzo smodato e nella maggior parte dei casi fortemente dilettantesco del computer ha provocato un livellamento qualitativo musicale in picchiata, in cui la facilità di divulgazione sul web del materiale prodotto ha creato una saturazione patologica e in cui la simulazione digitale apparentemente realistica di tantissimi strumenti ha reso tutti produttori musicali, compositori, strumentisti ed arrangiatori.

Gli strumenti Gibson, come quelli della Fender, sono in genere più impegnativi economicamente ma sono anche una scelta di vita, rappresentano il sogno, l’emulazione, la passione, la dedizione, tutti argomenti che nell’era del download a 99 centesimi e del diventare famosetti dopo un Talent sono assimilabili al preferire una Lancia Flavia coupè ad un’insulsa scatoletta a quattro ruote di recente più glamour fabbricazione.

Speriamo di non dover presto assistere ad una ulteriore ghettizzazione della qualità e dei contenuti nella musica, e che qualche geniaccio della gestione dei quattrini trovi il sistema di salvare un marchio e un’azienda che sono un pezzo di storia.

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Alessandro Filindeu
Vivo a Roma, non sono un giornalista, sono musicista professionista da quando avevo ventidue anni, ambito pop ma formazione jazz, ho suonato in una cinquantina di programmi Rai, ho ottenuto la idoneità per insegnare in Conservatorio nel 2005, lavoro con un importante produttore come assistente musicale e di produzione e come chitarrista, ho collaborato con vari musicisti, scritto e arrangiato un po' di cose, avuto a che fare con il Festival di Sanremo in varie "vesti" a partire dal 1993. Insegno chitarra moderna in varie scuole di area romana, armonia moderna e tecnica dell'ascolto presso la "Accademia Spettacolo Italia" di Roma. Ho collaborato come "ghost writer" a due tesi di laurea in storia della musica pop italiana, ho partecipato alla organizzazione di varie Master Classes di grandi musicisti italiani e stranieri, in tempi recenti ho co-prodotto due cantanti esordienti, con ambedue fallendo clamorosamente ma acquisendo di conseguenza una grande conoscenza del mondo del pop italiano degli ultimi anni. Ho una maturità classica, ho frequentato due facoltà universitarie e un Conservatorio per un totale di 21 esami sostenuti ma non ho finito nessuna delle tre cose, inevitabilmente la mia prima attività è quella dell'insegnante.

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