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Principe Libero, biopic su Faber, racconta le umane debolezze di una fiction- RECENSIONE

“Principe Libero”, la fiction dedicata alla vita di Fabrizio De Andrè, è andata in onda su Rai Uno. Molte le reazioni dopo la visione del bio-pic, tante negative. Questo il pensiero di FareMusic.

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di Giuseppe De Grassi

Principe Libero, la fiction dedicata alla vita di Fabrizio De Andrè, è andata in onda su Rai Uno.

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Credo ci siano tre modi per scrivere un “biopic” e soprattutto se parliamo di personaggi come Fabrizio De Andrè (leggi nostro articolo precedente su Principe Libero): il primo estremamente rigoroso e documentato, con un attore credibile fin dall’intonazione (se è genovese, non può parlare in romano o calabrese: al massimo in un dialetto imbastardito, ma  non è questo il problema maggiore); il secondo inventarsi una favola musicale, magari avulsa da certi succedimenti storici (ogni riferimento è assolutamente casuale, ma ogni casualità è assolutamente reale), il terzo tentare di assemblare documentario e film, come sono ottimamente esperti di là dell’alpe (vedi certi docu-film su rai storia). Qui, in Principe Libero, non siamo in nessuno di questi tre casi.

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Iniziamo che avrebbe dovuto essere diviso, davvero, in due parti – ma ben distinte. Una sull’artista De André, l’altra sulla storia d’amore con Dori Ghezzi. Due pubblici diversi e due stilemi di narrazione diversi.

Poi, arriviamo alla struttura di “Principe Libero”: banale sit-comedy, lento come una quaresima, tentativi abortiti di videoclip (Volta la carta), talvolta telenovela, con scene più adatte alle numerose fiction sulla mafia… i rapitori sono figure stampate e ridicole, adatte forse alla “Piovra”, “Anime salve”, in colonna sonora, una bestemmia.

Forse l’unico vero collegamento musicale – anche se fittizio – è il richiamo de “Il suonatore jones”, alla morte del padre. Per il resto è un’anarchia storica. “Preghiera in gennaio” esce prima de “La canzone di Marinella”, durante l’esecuzione della quale il Fabrizio vede in una vetrina di un negozio di dischi le copertine di “Tutti morimmo a stento”. “Inverno” viene usato ai tempi del rapimento. Insomma una confusione che sembra un’antologia mal costruita.

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Poi, chi manca in queste tre ore di pellicola di “Principe Libero”?

Manca Gian Piero Reverberi (arrangiatore di De André dagli anni ’60 fino alla fine degli anni ’70), manca Giuseppe Bentivoglio (paroliere che collaborò con Fabrizio alla scrittura di alcuni testi di brani di alcuni degli album più celebri del cantautore genovese), mancano Nicola Piovani (che collaborò con De Andrè in due suoi album) e Francesco De Gregori, Massimo Bubola (che collaborò in alcuni lavori di Faber), Mauro Pagani (che ha collaborato con De Andrè in uno dei suoi veri capolavori, Crêuza de mä), Ivano Fossati (che scrisse con Faber l’album di quest’ultimo “Anime Salve”). Fernanda Pivano appare in una macchietta e se fosse ancora viva – e se fossi lei – chiederei i danni. Così come se fossi Cristiano e Luvi, figli di Fabrizio.

Ma manca anche “La buona novella”, manca “Storia di un impiegato”, manca “Non al denaro…” (e poi, e poi). Trenta minuti in meno della “storia” con Dori; dieci del rapimento, tre o quattro trovati qua e là: così forse sarebbe stato più funzionale. Manca una sceneggiatura coerente e una regia in grado di dimostrare quel che vuole, altalenante com’è fra il rifacimento di immagini di repertorio, scene riprese da fiction e telenovela e tentativi (falliti) di essere originale e di avere una grammatica propria.

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Anche Tenco è una macchietta (sembra un pugile suonato – ha scritto Baccini in un post), di cui non si capisce niente. Non c’è alcun spessore psicologico, tutto è estremizzato in tre regole: alcool, fumo e sesso. Conta di più il Fabrizio che scopa e beve e fuma, che quello che canta.

Regola dovrebbe essere – trattandosi della biografia di un cantante e autore – quello di offrire, seppur costretto da tempi televisivi, magari grammaticalmente sintetizzato, il perché di un percorso musicale che dall’esordio alla Bussola, l’ha poi portato ai concerti per il Partito Radicale con i New Trolls, come complici, poi con la PFM, fino ai concerti – complice Pagani – caratterizzati da un assoluto perfezionismo, tanto che, a parte alcuni momenti, disco e concerto appaiono perfettamente simili. Ma non c’è nulla di questo. Storia di puttane, amore, corna et similia, che nulla hanno a che fare con l’artista. Scene rubate (e mal realizzate) da altre storie. Un pasticcio universale.

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Confesso che a volte mi sono irritato a vedere questo scempio: quasi un disturbo fisico che m’ha costretto ad alzarmi dalla poltrona (e l’ho voluto vedere tutto) e girare d’intorno come un demente, nella speranza che quel momento finisse presto.

Detto questo, gli attori di “Principe Libero” non sono malvagi. Semplicemente, purtroppo, fuori luogo. E povero “principe libero”, imprigionato in una narrazione senza senso… Ma, poi, c’è l’avallo di Dori, che in ‘sti tempi propone Fabrizio in ogni luogo e in ogni dove.

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