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Il passaparola della gente decide la storia di un artista – L’esempio della carriera di Jovanotti

Il passaparola è l'unico elemento cardine rimasto inalterato nel tempo. Un esempio è la carriera di Jovanotti, dai tempi di Radio Deeejay fino ad ora

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Crediti Foto Kika Press
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di Marco Stanzani

In tutti questi anni in cui la comunicazione ha subito cambiamenti radicali, l’elemento cardine rimasto inalterato per incisività è solo uno: il passaparola.

Ora chiudi gli occhi. Siamo io e te e decidiamo di andare al cinema. Tu mi dici che hai letto una recensione di Irene Bignardi sul nuovo di Scorsese, io ti dico che ho visto il trailer di Tarantino. Poi arriva il nostro comune miglior amico e ci dice che la sera precedente è stato al cinema e ha visto il nuovo film di Woody Allen che lo ha divertito come non gli accadeva da tempo. A quel punto ci sarà da scommettere che con ogni probabilità io e te stasera andremo al cinema a vedere Allen, perché il nostro amico conosce meglio di chiunque altro i nostri gusti. E noi ci fidiamo di lui.

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Alla fine degli anni ’80 la lungimiranza manageriale di Claudio Cecchetto ci aveva imposto sulla Radio Deejay dell’epoca una nuova figura di conduttore-entertainer che appellò con un nome incomprensibile, ma al quale era facile associare uno stereotipo tardo-paninaro del rapper tutto votato al “un due tre… casinooo”. Jovanotti era in radio, a Deejay Television, a Sanremo, a Fantastico con Pippo Baudo e a chi lo derideva a “Vota la Voce” in piazza a Bologna, in diretta tv  lui rispondeva “strillate strillate, che intanto io con i vostri soldi mi sono comprato la moto!!!”.

Tutti snobbavano Jovanotti e con la più classica delle previsioni liquidavano la questione in un batter d’occhio: “è solo un fenomeno del momento come Sandy Marton o Taffy o Tracy Spencer. Quest’altr’anno non ci ricorderemo manco più di lui”. E invece ecco che succede quel che non ti aspetti. Maurizio Costanzo comincia ad ospitare questo ragazzone con assiduità. Ammonisce tutti col famoso “boni tattebbbonni” e col dito puntato verso la piccionaia del Teatro Parioli, invita tutti ad ascoltare cosa ha da dire Lorenzo sulla guerra in Bosnia o qual è la sua posizione verso la Chiesa.

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A quel punto Jovanotti per la massa non è più un deficiente rincoglionito, ma un artista che sa ricamare strofe argute su basi funky rendendo tutto “melodia pensante”. Dopo la quarta puntata del Costanzo Show con Jovanotti, la gente si incontra in autobus e non dice più “per carità” ma si lascia andare a dei “Oh ma lo sai che?”, oppure dice “Senti mi prenderai per idiota, ma a me quel Jovanotti non mi dispiace”.

Colonie di persone che lo avevano sopportato a malapena, rivedono i loro gusti su Lorenzo perché amici di amici hanno detto che lo hanno sentito al Costanzo dire questo e quell’altro su quel tal argomento. Su Jovanotti si scatena un passaparola positivo e sarà quello il momento decisivo per la sua carriera. La gente che, in seguito al suo presenzialismo mediatico imposto lo aveva etichettato coi peggiori epiteti sulla faccia della terra, ora grazie a tre quattro performance in tv a notte inoltrata è disposta a rivedere le proprie convinzioni. Ma soprattutto è disponibile a farsene portavoce diventando un influencer-volontario a favore del successo “jovanottiano”.

Qualche anno più tardi viene commesso un errore di strategia che sarebbe potuto risultare altrettanto fatale. Nel 2002 esce “Lorenzo – Il quinto mondo” e Jovanotti si presenta in mille contesti televisivi a parlare di pacifismo, globalizzazione, cancellazione del debito.

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Il telecomando si sintonizza su un determinato canale e c’è lui in camicia e pantaloni oversize a intonare Salvami. Si cambia rete e c’è ancora lui, magari in un programma pre-registrato. Spegniamo la televisione per riaccenderla mezz’ora dopo e toh, chi becchiamo? Ma ancora lui a lanciare proclami contro la guerra. Da Panariello al TG dei ragazzi di Rai 3, da La prova del cuoco” al “Costanzo Show, da Cucuzza a “Striscia la notizia”, da Marzullo a Magalli, da Le iene” a “Cominciamo bene, da Vespa fino alle TV satellitare e persino via internet.

E’ inevitabile che questo presenzialismo gli si ritorca contro e col più feroce dei passaparola, ora Jovanotti non è più il cantore moderno del quotidiano, ma viene da tutti additato come il “santone de noantri” e i “chi si crede d’essere” ormai si sprecano.

Serviranno tre anni di pausa di riflessione argutamente celati dietro a viaggi e a progetti di ispirazione finto-brasiliana (collettivo soleluna e affini). Sarà un album strepitoso (Buon Sangue – 2005) a riportare in auge Lorenzo grazie ad accostamenti filosofici di assoluto livello e canzoni strappacuore indimenticabili.

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Ma la trappola del passaparola è sempre in agguato. Due anni fa Jovanotti ha partecipato ad un incontro con studenti in un’aula della università di Firenze e in quell’occasione si è lasciato andare ad un commento col quale ha voluto elogiare lo spirito e l’intraprendenza dei ragazzi che accettano con entusiasmo incarichi di lavoro senza essere retribuiti. “Serve a fare esperienza” dice, ma a causa di ciò viene attaccato dall’opinione popolare, il Manifesto scrive di lui che è “il filosofo dei bimbiminkia” e i più accalorati gli strillano “ah si? Dillo ai genitori di quel Francesco Pinna, morto sotto una impalcatura di un tuo stesso concerto”.

Forse le parole di Lorenzo vengono travisate, ma il passaparola a volte sa essere atroce e può tendere a non darti possibilità di replica, cancellando in un attimo ciò che di buono hai fatto in una carriera.

Perché la prima regola che dovrebbe conoscere ogni esperto di comunicazione è che ognuno di noi che fa questo lavoro dovrà cercare di farlo al meglio, ma comunque la fenomenologia di un artista la deciderà sempre e solo il volere delle persone … che parlano con altre persone … e poi con altre persone …ed altre ancora…

Ecco una playlist di band/artisti che si sono imposti grazie al passaparola.

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