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sabato, Novembre 27, 2021

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La canzone italiana esiste ancora o esistono canzoni cantate in italiano?

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di Roberto Manfredi 

Da tempo si fa un gran parlare di musica italiana, soprattutto nell’ambito della canzone. Dato che noi, culturalmente, siamo rimasti ancora ai tempi dei Guelfi e dei Ghibellini, inevitabilmente si sono formati due schieramenti ideologici: quelli che sostengono che i discografici italiani hanno ammazzato il rock e tutte le scuole musicali provenienti dal mondo e quelli che sostengono che la canzone italiana è pura melodia, per cui i discografici sono stati costretti a investire su ciò che siamo, vale a dire sulla tradizione melodica derivante dal melodramma e dalla canzone napoletana.

Hanno ragione entrambi per cui tanto vale mettersi d’accordo.

Gli untori che si scagliano contro la vecchia discografia assomigliano un po’ ai pentastellati: ostentano poca memoria storica e scarsa capacità di approfondimento. Dimenticano che certi fenomeni musicali, divenuti poi linguaggi internazionali, come lo swing, il jazz, il blues, il soul, il rock’n’roll, il gospel, il beat, il funky, il r&b fino al rap, li hanno inventati gli afroamericani, gli americani e gli inglesi. Sono arrivati da noi insieme ai jeans, alla Coca-Cola e alla canapa indiana (che non è italiana a differenza della cicoria).

canzone italiana
Crediti del FotoMontaggio Immagini: FareMusic – FMD Copyright ©

Come tutti i fenomeni di colonizzazione culturale, queste musiche si sono imposte nel mondo e anche da noi, dal dopoguerra in poi. Natalino Otto ha importato lo swing, Adriano Celentano il rock’n’roll facendo un Bignamino americano completo: dalle cover degli hit statunitensi alle movenze di Elvis. Il fenomeno beat è stato importato da gruppi come l’Equipe 84 e Dik Dik sempre a suon di cover e di imitazioni persino esagerate (Maurizio Vandelli aveva la fissa della Roll Royce beatlesiana, e del negozio di abbigliamento alla Carnaby Street).

E che dire del Prog? Se non ci fossero stati i Genesis, gli Yes, i Gentle Giant, I King Crimson, sarebbero nati la PFM e Il Banco del Mutuo Soccorso? E che dire dei nostri cantautori? De Gregori si ispirava a Bob Dylan (anzi, ne era e ne è un fan), Renato Zero ha importato il glame rock a suon di travestimenti e make up anglosassoni, Gianna Nannini, dopo un inizio da cantautrice melodica, si è buttata sulle orme di Janis Joplin e così tutti gli altri. Persino Fabrizio De Andrè una volta mi confessò che si era ispirato totalmente ai cantautori francesi come Brassens e Brèl.

canzone italiana
Crediti del FotoMontaggio Immagini: FareMusic – FMD Copyright ©

Non è quindi sbagliato affermare che gran parte degli artisti italiani, che non si sono legati alla tradizione melodica italiana, sono musicalmente italiani fino a un certo punto.

Quelli che invece sostengono che i discografici italiani facevano bene a produrre solo la canzone melodica italiana considerandola un autentico patrimonio nazionale, sembrano un po’ troppo democristiani, tradizionalisti e musicalmente populisti. Sono quelli che credono ancora nella “canzone sanremese”, quella intrisa di lacrime e violini, con la tipica stesura di strofa-ritornello-strofa-ritornello- ritornello con salto di tonalità e con un testo di rime baciate (cuore-amore-amore-dolore- etc…).

Costoro ritengono che la canzone italiana autentica sia quella della Pausini, di D’Alessio, di Al Bano e di Amedeo Minghi, che per sua stessa ammissione ha sempre strizzato l’occhio al melodramma e alle larghe melodie di Puccini.

canzone italiana
Crediti del FotoMontaggio Immagini: FareMusic – FMD Copyright ©

La realtà è che hanno ragione e insieme torto, entrambi.

La verità, molto spesso, sta in mezzo. Vero è che la discografia italiana è sempre stata consapevole che i fenomeni musicali di importazione, come il rock o il soul ad esempio, non potevano funzionare come nei Paesi dove erano nati, se non per singole canzoni tradotte (cover) una tantum. Si spingeva sul modello Sanremo perché rappresentava lo specchio della nostra tradizione canora. Piaccia o non piaccia, è così. Anzi, addirittura, per difendere le nostre tradizioni, in molte edizioni di Sanremo, si costringeva i cantanti stranieri a cantare in italiano le “nostre” canzoni. Chi non si ricorda Louis Armstrong, Stevie Wonder o addirittura gli Yardbirds cantare brani come Paff Bum ostentando un italiano più che risibile?

In ragione di ciò, bisogna considerare una “terza via”, una strada di mezzo che ci mostri come sentirsi italiani con uno sguardo rivolto al mondo e non ristretto ai confini nazionali. Una differenza essenziale la fanno i testi, cosa di cui si parla sempre poco a proposito di canzoni. Se i testi delle canzoni parlano di fatti, personaggi e situazioni “nostre”, allora non è fondamentale il giro di Do piuttosto che un ritmo hip-hop. Può esserci una matrice italiana, indipendentemente dalla musica o dall’arrangiamento. Come è vero il contrario. Il testo può ispirarsi a tematiche di interesse internazionale, mentre invece la musica può ricordare la “nostra” tradizione melodica.

Facciamo qualche esempio.

Prendiamo “Vita Spericolata” di Vasco. E’ considerata una canzone rock. Forse per il testo ma musicalmente non lo è affatto. E’ un classico lento con una melodia tipicamente italiana. Il testo invece ha riferimenti americani: whisky, rock star, Steve Mc Queen, etc. Possiamo quindi considerarla una canzone italiana?

canzone italiana

Lo è certamente come lo è anche “Certe notti” di Ligabue, che è una classica ballata rock ma dove si canta di Bar Mario, di zanzare, di nebbia e di autogrill, anche se si cita Neil Young. E’ un film di notti emiliane sognando la mistica on the road americana. Ci sono invece canzoni italiane di gusto americano (temi, melodie, ritmi, e suoni), ma cantate in lingua italiana come “Buffalo Bill” di De Gregori che risulta difficile considerarla una tipica canzone italiana. C’è un testo di Ivano Fossati che descrive molto bene questa situazione di doppia identità. Trattasi di “La mia banda suona il rock”. Un rock un po’ bambino e un po’ latino. In una strofa Fossati canta :

La mia banda suona il rock 
e cambia faccia all’occorrenza
da quando il trasformismo
è diventato un’esigenza.

Il punto di equilibrio sta in questa strofa. Il trasformismo non è da intendere sempre in senso negativo. Se è diventato un’esigenza, potrebbe significare che oggi, nel mondo 2.0 e della globalizzazione, le identità culturali, quindi anche le canzoni, sono destinate a trasformarsi e a cambiare la loro origine, o radice o appartenenza geografica.

Ora i Guelfi e i Ghibellini, cioè i cittadini di Sanremo o i cittadini del mondo, potrebbero interrogarsi su questo semplice quesito: “la canzone italiana esiste ancora”? O più semplicemente esistono solo “canzoni cantate in lingua italiana”? A voi la risposta.

Credo che il quesito risulti più interessante della stantia polemica sui discografici, che poi, notoriamente, non scrivono canzoni, ma le pubblicano, spesso non sapendo interpretare i gusti degli italiani. A proposito… di quali italiani? Boh?

canzone italiana
Ivano Fossati – La Mia Banda Suona Il Rock LIVE

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