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CHIAMBRETTI: 900 canali per la stessa Tv – INTERVISTA

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chiambretti
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di Roberto Manfredi

Dopo il fresco rinnovo contrattuale con Mediaset per tutto il 2017 e alla vigilia della nuova edizione di Matrix in cui venerdì 24 febbraio, mette in scena uno speciale dedicato alla storia del Bagaglino, Piero Chiambretti si presta a una lunga intervista in cui il tema è la tv d’autore, quella che tutti vorrebbero vedere ma che rimane criptata perché ormai la tv italiana è composta di format stranieri. Chiambretti è principalmente un autore prima ancora di uno showman. Ha portato la tv in piazza su Rai Tre ancor prima di Santoro, ha sdoganato le “Markette” promozionali su La7 e ora su Mediaset… che farà o meglio ancora, cosa gli faranno fare?

chiambretti

Piero, perché la tv generalista ha così paura di sperimentare nuovi format?

Dal mio punto di vista, ogni volta che vado in onda cerco di essere migliore di quello che ho fatto prima, quindi quella “griffe” che contraddistingue i grandi autori, devono portarsela dietro per secoli altrimenti grandi autori non sono, poi ci sono  momenti storici della televisione in cui è meglio cambiare in modo sistematico e nel mio caso, nei miei primi otto anni a Rai Tre ho sempre cambiato ogni anno, stile, programma, fasce orari e obiettivi, però ero supportato da una rete che spingeva in quella direzione, lo scenario della televisione, politico, storico era un altro e quindi c’era quella consapevolezza che si stava costruendo, quella che poi fu definita, l’altra televisione. Adesso i tempi sono molto cambiati, le televisioni curiosamente sono 900 ma poi le vai a verificare, e scopri che è una sola. Almeno dal punto di vista dei contenuti. Questo accade perché la replica di tutti i programmi, i fegatelli, le clonazioni fanno si che non c’è molta differenza tra il primo canale e il quinto, tra il canale 18 e il 37 e via dicendo. Nello specifico io cerco di adattarmi all’ambiente in cui vivo, per cui per me Mediaset è per definizione la televisione dello studio tv, la tv dei lustrini, è la tv dell’importazione lecita dell’ entertainment americano, con tanto di ballerine, etc… che è poi quello che faccio io ma ovviamente con gusto ironico e autoironico. Certo se domattina dovessi cambiare azienda, immediatamente l’imprinting cambierebbe secondo la linea editoriale dell’azienda. Se tornassi a Rai Tre mi verrebbe in mente di tornare subito al modello della tv verità, la tv fatta in strada, in esterna, insieme alla gente perché questo è l’imprinting che ho avuto da Rai Tre. Se invece dovessi stare su Rai Uno… anche lì, bisogna mettere insieme Canzonissima, la Lotteria, Sanremo ma anche il servizio pubblico,   quindi mi scatterebbe probabilmente la voglia di mettere insieme una specie di Telethon, fatto ovviamente in modo ironico.

Insomma come nel film “Zelig” di Woody Allen, cambi identità secondo la rete che frequenti.

E’ inevitabile anche se cerco di mantenere il mio stile. Diciamo che il contesto fa l’idea.

E se il contesto rimane strettamente nazionale, non riusciremo mai a esportare i nostri programmi. Ricordo che una volta in Martinica, accesi il televisore in hotel e vidi “Drive In” sottotitolato in francese, oggi non si esporta più, a parte casi eccezionali come il “Ciao Darwin” che Bonolis vendette ai cinesi o come nel recente caso di “Undressed” prodotto da Magnolia e venduto a 14 televisioni estere. E’ un problema di mercato globale o di scarsa creatività italiana?

Credo entrambi, sai, per fare un progetto di respiro internazionale bisogna pensarlo, scriverlo già con una serie di valori che possano essere universali… e perciò ci vogliono degli autori in grado di farlo, aldilà del fatto che molto spesso i format che compriamo all’estero sono davvero orribili, però chi li ha immaginati l’ha fatto con una visione internazionale, quindi è stato bravo comunque, perché ha saputo cogliere in Francia come in Germania, in Olanda come in Israele quei valori ideali per intercettare il pubblico della televisione. L’altra riflessione importante, che può sembrare una battuta banale ma non lo è, è questa: cioè la valutazione dei numeri. Se si dice che quel programma è stato visto da dieci milioni di persone, non si dice però che altri cinquanta milioni non l’hanno visto, quindi da un punto di vista matematico, dato che si parla di numeri, si può parlare di successo sul solo dato dei televisori accesi? E di quelli spenti non ne parliamo? Eppure il dato di disinteresse, di assoluta non incidenza dovrebbe essere considerato di più. Si fa quindi una valutazione all’interno di un micro mondo che è di poco conto rispetto al macro mondo, quindi lascia il tempo che trova. Quindi è evidente che chi riesce a trasferire in pubblici diversi e lontani i medesimi sentimenti di attrazione  è bravo, indipendentemente dal valore del programma stesso.

C’è stato un programma che avresti voluto fare ma che non ti hanno dato la possibilità di farlo, o un tuo format che non è stato capito dall’editore di riferimento?

Beh, due anni avevo proposto un mio format di infotainment che non è stato del tutto compreso, si chiama “Testate”, un programma che parte e si sviluppa dalla redazione dei quotidiani, non solo quelli nazionali, ma anche regionali…. un’idea che per certi versi ho rivisto in qualche modo nell’ “Edicola” di Fiorello che però ho visto due anni dopo.  Poi ce ne sono altri che ovviamente non ti racconto perché sono convinto che siano ancora validi. E visto che in giro c’è gente che pensa solo a rubare le idee altrui, convinta però di avere avuto l’idea per primo, preferisco non parlarne per non giocarmi quelle poche carte che ho.

Ti piace la Rai attuale?

Il compito della Rai non è facile… i paragoni con gli altri broadcast non reggono. Un conto è essere una tv di Stato, con mille problematiche differenti e ramificate ovunque, dall’ informazione allo sport, al servizio pubblico, etc… un conto è un network privato che può utilizzare strategie diverse e più agili, magari con strategie legate a un brand che viaggia in tutto il mondo, come Sky e Discovery ad esempio, quindi il confronto diretto non si può fare, ma certo dal direttore Campo Dall’Orto che considero una persona intelligente e molto attento alle nuove frontiere della comunicazione, mi aspettavo qualcosa di più, come la voglia di trasformare il palinsesto in qualcosa che non si era mai visto, tipo accorciare le prime serate, per dare più forza alle seconde e anche per dare spazio alle terze….cercando di intercettare tre pubblici diversi ma legati da un fil rouge di un programma che poteva avere delle finestre aperte sugli altri, mi aspettavo insomma qualcosa di più almeno su una delle tre reti, invece nella maggior parte dei casi hanno confermato ciò che c’era, basta pensare a Rai Tre che ancora ha dei programmi che andavano in onda quando c’ero io…

In effetti quando si leggono i dati dei target delle reti Rai non c’è da stare allegri. Rai Uno ha un target medio di 65 anni.

Il mezzo televisivo esisterà sempre, solo che è destinato a invecchiare inesorabilmente. Quindi tutte quelle fasce che dovevano alimentare le altre, come accadeva un tempo, ora non si sono più riprodotte, perché le nuove generazioni hanno scelto altri mezzi di comunicazione e anche di svago. Se non fossero stati inventati internet e i social, i ragazzi, se volevano fruire e condividere delle cose dovevano per forza affidarsi alla tv, ma dato che il mondo è cambiato, la vecchia logica televisiva di “costruire” un pubblico affidabile e partecipe, dalla tv dei ragazzi in poi…. è tramontata per sempre. Mia figlia di cinque anni ad esempio ogni tanto la tv la guarda perché c’è il film o il cartone animato…ma la sua frase preferita è “Papà registra”  perché è più portata a vedere altro, l’I Pad o i video sui telefonini, etc… Quando senti “Papà registra” vuol dire la televisione è finita per forza.

Futuro incerto quindi…

Certo quelli che arriveranno dopo di noi avranno il problema di gestire questa situazione, ridare importanza al mezzo televisivo, che è destinato ad avere successo solo nel caso degli eventi, che si chiamano così proprio perché accadono di rado, come i Mondiali, le Olimpiadi, la finale di un talent o l’attentato, il caso di cronaca nera, etc… che ci sia un nuovo corso della televisione è evidente, basta pensare agli anni cinquanta. Quando arrivò la televisione a quell’epoca, ma anche negli anni ottanta con l’avvento della tv privata,  si costruirono i palazzi della televisione, studi e magazzini grandi come vere e proprie fabbriche, oggi invece puoi fare la televisione con un telefono cellulare 4K, ripresa e montaggio inclusi.

Se ti chiamassero a inventare un nuovo talent show, genere inflazionato ma ancora destinato a durare a lungo…cosa ti inventeresti?

Non credo che accetterei comunque, ma probabilmente il mio talent preferito potrebbe essere un talent sulle giure, cioè una giuria che giudica e sceglie i giurati che compongono le giurie dei talent. Farei i casting delle giurie. In effetti se ci pensi bene, in queste giurie c’è sempre uno che non si capisce perché è in giuria. Forse gli autori hanno pensato che mettendone uno del nord si cattura un certo pubblico, così come uno del sud, insomma sono logiche di un marketing abbastanza risibile,  come del resto abbiamo visto anche a Sanremo. Non si può fare una giuria di qualità con gente che non ha mai inciso o prodotto un disco o che non sa leggere uno spartito anziché un testo di una canzone. Basterebbe chiamarli testimonials o ospiti anziché giurati e tutto suonerebbe al meglio. In effetti a Sanremo Giovani di Carlo Conti, l’anno scorso mi trovai in giuria in buona compagnia, ad esempio con Giovanni Allevi, e facemmo passare giovani come Gabbani o Meta che poi quest’anno hanno avuto gran successo….Io accettai di stare in giuria solo a condizione di condurre il dopo Festival cosa che a parole mi avevano garantito, poi invece saltarono fuori obiezioni di qualche funzionario, perché avevo un contratto in Mediaset. Se penso che quest’anno il Festival praticamente l’ha fatto Mediaset insieme a Conti… Un anno fa non ci fu lo sdoganamento per il dopo Festival, invece quest’anno c’è stato per il Festival. Se penso che ho ascoltato seicento canzoni, di cui cinquecento orribili, fino al punto di farmi venire l’otite…

Si chiude e ci si saluta sull’idea del casting delle giurie. Idea geniale del geniale Chiambretti che ovviamente non vedremo mai in tv, ma Piero ci tiene a ribadire che non ama andare in onda per forza, ma solo dove c’è qualità. Se tutti facessero come lui avremmo una televisione migliore.

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Roberto Manfredi
Roberto Manfredi è figlio d’arte. Madre organista alla chiesa Valdese di Milano e insegnante di pianoforte. Padre pittore, musicista di oboe, diplomato al Conservatorio di Pesaro. La musica accompagna Roberto fin dalla tenera età, in cui canta gli inni protestanti, ( gospel e ballate ) e suona in casa con i suoi genitori. Studia il pianoforte e il basso elettrico. Poi terminati gli studi all’Accademia di Belle Arti a Carrara, entra nella discografia nel 1975 alla Produttori Associati dove si occupa di promozione e in particolare della promozione dei dischi di Fabrizio De Andrè, poi diventato suo amico negli anni a seguire. Dopo un anno si sposta alla Editori Associati, l’ Edizione musicale che fa parte della Ricordi e della produttori Associati. Nel 1976 produce il primo disco insieme al fratello Gianfranco e a Claudio Fabi. E’ la registrazione live dell’ultimo Festival di Re Nudo al Parco Lambro. Nel disco figurano artisti come Ricky Gianco, Eugenio Finardi, Area, Tony Esposito, Canzoniere del Lazio e molti altri. Passa poi nel gruppo RCA insieme a Nanni Ricordi seguendo parecchie produzioni discografiche dell’Etichetta indipendente Ultima Spiaggia e per la RCA stessa. In quegli anni produce gli album di Gianfranco Manfredi, David Riondino che lo fa conoscere a De Andrè che lo porta nel suo storico tour con la PFM e soprattutto l’album “Un Gelato al limon” di Paolo Conte. Scopre anche Alberto Fortis presentandolo dopo il periodo della RCA a Claudio Fabi e Mara Maionchi alla Ricordi. Durante questo periodo segue molte registrazioni di Enzo Jannacci, Claudio Lolli, Ricky Gianco, Ivan Cattaneo, etc… Passa poi come vice direttore artistico alla Polygram dove segue contemporaneamente una trentina di artisti sotto contratto, da Massimo Bubola a Carlo Siliotto, da Maria Carta a Roberto Benigni ( L’inno del corpo sciolto ) fino alla compilation “Luci a San Siro” di Roberto Vecchioni. Nel 1981 abbandona la Polygram, resosi conto che l’industria discografica si avviava al fallimento, e si trasferisce a Roma fondando con Pasquale Minieri, Anna Bernardini e Gaetano Ria la Società Multipla. Qui parte la produzione dell’operazione Mister Fantasy. Beppe Starnazza e i Vortici, con Freak Antoni nei panni del front man. Dopo l’album e due tournèe, seguono due singoli distribuiti dalla Cbs. Produce in seguito il supergruppo vocale The Oldies per la Rca ( con Nicola Arigliano, Cocky Mazzetti, Ernesto Bonino, Wilma De Angelis e Claudio Celli ) e l’ultimo album di Gianfranco Manfredi per la Polygram. Produce anche le colonne sonore del film “Liquirizia” di Salvatore Samperi e “Lupo Solitario”, programma di Antonio Ricci con Elio E Le Storie Tese, Banda Osiris e Skiantos. Contemporaneamente passa alla televisione come autore televisivo. Fonda anche la società Sorpresa SoS, che si occupa di promozione e produzione di concerti, servizi stampa e casting televisivi. Organizza e promuove concerti del management di Franco Maimone e Francesco Sanavio, quali Iggy Pop, Suzanne Vega, Lena Lovich e Nina Hagen, James Brown, Depeche Mode, The Kinks, Penguin Cafè Orchestra, Charlie Headen Liberation Orchestra e Sting. Poi decide di specializzarsi nel mondo televisivo e nei format musicali. E’ stato autore e capoprogetto di format quali Lupo Solitario, Fuori Orario, Mister Fantasy, Sanremo Rock, Segnali di Fumo, Tournèe, Super, Night Express, Italian Music Award, e “Supermarket” di e con Piero Chiambretti e di innumerevoli speciali monografici per Italia uno di artisti quali Elton John, Madonna, U2. Contemporaneamente produce gli home video “Mistero Buffo” di Dario Fo e “Storie del signor G” di Giorgio Gaber. Nel 1988 fonda il gruppo satirico “I Figli di Bubba” partecipando al Festival di Sanremo nella sezione Big. In seguito rimane come capoprogetto nella sezione tv della Trident Agency per oltre due anni e infine entra nella società Magnolia di Giorgio Gori come produttore esecutivo e autore. Dopo sette anni in cui produce ben quattro edizioni del format “Markette” di Piero Chiambretti, lavora per la ITC Movies per lo show di Maurizio Crozza “Crozza Alive” occupandosi anche di altre produzioni per Varie case di produzione tra cui Endemol e 3zero2 di Piero Crispino e Mario Rasini di cui è stato autore nel programma RAI DUE : “Delitti Rock”, E’ stato direttore artistico di vari eventi e manifestazioni di carattere nazionale e internazionale come “Il cinquantesimo anniversario della bomba di Hiroshima” presso la Sala Nervi in Vaticano dove ha riunito artisti come Dee Dee Bridgewater, Al Jarreau e Randi Crowford, è stato direttore artistico dei concerti per la Mostra Internazionale del Cinema di Venezia nel 1995 e dell ‘unico Festival di Musica africana a San Siro per il sostegno alla Liberia, insieme a George Whea e a Laura Boldrini, allora dirigente della World Food Program facendo suonare su due palchi paralleli artisti come Alpha Blondie, Youssou ‘n’dour, Salif Keita, Morikante, Buddy Guy, etc… Attualmente è Head manager new format media presso la società Infront per lo sviluppo e la produzione di nuovi format tv “made in Italy” , produttore esecutivo per la Società Magnolia e autore di “Eccezionale Veramente” su La7. Ha scritto quattro libri : “Talent Shop” ( dai talent scout ai talent show ), Nu Ghe Né ( dedicato all’amico Fabrizio de Andrè ) , “Freak, odio il brodo” ( omaggio a Freak Antoni ). Di prossima pubblicazione ( febbraio 2016 ) il volume “ SkANZONATA - Storia della canzone satirica, umoristica e comica italiana, dai futuristi a oggi”, per la Skira Editrice. Regista del film “ Il Sogno di Yar Messi Kirkuk” in emissione 2015 su Sky Sport 24 e di alcuni filmati industriali e video web per aziende quali Academia Barilla, Fiat, Omnitel, etc…

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