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Per non dimenticare: la neve, i terremoti, l’Enel, la Tim e le cose che uccidono

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goran kuzminac
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di Goran Kuzminac

L’Enel e la Tim, e le cose che uccidono.

Una testimonianza di Goran Kuzminac, rimasto intrappolato dentro casa in Abruzzo per la neve, tra disservizi di Enel e Tim

Ho pensato molto in questi giorni, alle cose che uccidono. Perché ho avuto un sacco di tempo per pensare.
Ho fatto un viaggio indietro nel tempo.
Prima lentamente, poi sempre più velocemente, fino a spegnersi di colpo con un Click.
Sono passato da una società iper-tecnologica ad una situazione di un inverno rurale contadino dell’inizio ottocento.
Tutto in meno di ventiquattro ore.
Abito da qualche anno in Abruzzo. Una vecchia casa, sulla cima di una collina. La strada provinciale passa a trecento metri di distanza, e la mia strada continua in discesa, attraverso boschi ed altri piccoli insediamenti urbani.
Il paese più vicino è Cellino Attanasio, circa tre chilometri. Una piacevole passeggiata di un’ora, tra andare e tornare.
Il meteo prevede neve. È normale, in inverno, ed in Abruzzo è ancora più normale. Non c’e’ stato anno che io ricordi da quando sono qui, che l’aria fredda dei Balcani, sorvolando l’adriatico, non si carichi di umidità e ricopra il centro Italia di neve.
Ripeto: “È normale”!
Inizia la prima nevicata, abbondante ma soffice, portata da un vento teso, e subito si fa buio.
Mi affaccio alla finestra e vedo tutta la valle scura senza illuminazione. Sono le sei di pomeriggio di un gennaio alle nostre latitudini.
Cerco una candela nel cassetto delle emergenze.
Ne è rimasta qualcuna da Natale. Quelle che metti a tavola per dare l’idea della festa.
Più lumini che candele, ma va bene lo stesso, un po’ di luce la fanno.
Aspetto. Di solito, durante un temporale a volte fa così. Va e viene, ma poi si stabilizza.
Guardo un po’ preoccupato la carica del cellulare. L’ho caricato stanotte ed ora sta al 60%. Ok ce la posso fare, e poi ho la linea fissa per eventuali emergenze.
Prendo carta e penna e mi trascrivo qualche numero importante dal cellulare. Parenti, amici. E chi si ricorda più un numero a memoria?
Poi mi accorgo di un altro problema. Il telefono fisso è un cordless e funziona pure lui con la corrente elettrica.
In cantina, con una candelina in mano, ritrovo il buon vecchio “Sip” con la rotella. Ok, questo funziona!
Sono le otto e mezza di sera. Ho la stufa a legna, ma forse è meglio che faccio un po’ di scorta dalla legnaia. Non ho voglia adesso, lo farò domani mattina. Tanto è di fronte a casa, dieci metri. Che ci vorrà mai?
Fa un po’ freddo. il riscaldamento non funziona. In teoria va a metano, ma il bruciatore senza corrente non si accende. Aggiungo un altro piumino nel letto e vado a dormire. Sono le nove di sera. Mi giro e rigiro nel letto.
Poi mi alzo. Non sono abituato ad andare a letto con le galline.
Ma che posso fare? Fuori nevica a vento e non si vede nessuna luce.
Prendo in mano il vecchio telefono fisso, alzo la cornetta e sento silenzio. È caduta anche la linea telefonica fissa. Riaccendo il cellulare, 50% di carica, chiamo il 187. Una vocina allegra femminile registrata mi dice che ci sono problemi sulla linea, e di collegarmi al loro sito per sapere l’avanzamento dei lavori.
Con cosa mi collego? Con il cellulare no, vorrei risparmiare la carica, e poi sicuramente vorranno codice fiscale, password e login, iscriviti, accetti i cookie? Vedi le nostre offerte ecc…
Ci vorrà un’ora per avere qualche risposta. Spengo e torno a dormire. Fa sempre più freddo.
Alle sei sono sveglio. Ovvio. Non dormo mai più di otto ore.
È buio e fuori nevica ancora, o almeno credo, perché le finestre sono tutte coperte di bianco e non si vede nulla alla luce della candela. Mi vesto bene, con due maglioni e preparo il caffè. L’alba dovrebbe essere verso le sette e qualcosa.
Appena fa luce, prendo la cesta e mi avvio alla legnaia.
La porta di casa non si apre. Il vento ha accumulato un metro di neve sul portoncino.
Spingo con tutte le forze e riesco ad aprire un varco di trenta centimetri. Ne cade in casa mezzo metro cubo, accidenti! Riesco ad uscire e mi trovo davanti un paesaggio incredibile. La neve si è accumulata in dune altissime, portate dal vento. Arrivare fino alla legnaia significa sprofondare fino al petto nel manto nevoso.
Mi viene in mente il film “Revenant” il redivivo; solo che lui aveva le racchette da neve, io ho solo degli scarponcini invernali che si bagnano subito.
Ci metto mezz’ora a farmi strada. Riesco ad aprire la porta della legnaia, e scopro che il vento è riuscito ad accumulare attraverso le fessure venti centimetri di neve anche lì.
Con il cuore in gola per lo sforzo carico la cesta e rientro a casa.
Ma non basta. Faccio cinque o sei viaggi, e accumulo legna vicino alla stufa.
È bagnata, ma riuscirò ad accenderla con quella secca che già avevo.
Telefono? Muto.
Corrente elettrica? Nemmeno l’ombra.
Strano. Sono le due cose primarie in ogni emergenza, la comunicazione e l’energia. Invece sono le prime due scomparse.
Mi piacerebbe avere qualche notizia, ma senza corrente non funziona nulla. Accendo il telefonino e mi arriva qualche messaggio su WhatsApp. Tutto bene, poca carica al telefono, niente internet né corrente. Tranquilli, ho la stufa e da mangiare.
Da mangiare pasta e riso. Però ho anche fagioli secchi e qualche chilo di farina. I miei nonni dicevano che se hai la farina, puoi sopravvivere alla guerra, e perciò io ne ho sempre un po’ di scorta.
Sulla strada la neve si è accumulata e non è passato nessun mezzo comunale.
Di solito gli altri anni, un trattore con la pala, passava una volta al giorno, per evitare gli accumuli; ma da ieri non si è visto nessuno ed il livello sta diventando preoccupante. Chiamo un mio amico in paese, che mi comunica una notizia sconcertante.
Il nuovo sindaco ha dichiarato che lo spazzaneve è guasto!
Wow! Penso, questa sì che è una notizia!
Normalmente in questi casi un amministratore ne affitta tre, o ne precetta venti, ma il problema lo risolve, mentre qualche meccanico aggiusta il mezzo del comune. Continua a nevicare e non si distinguono più i bordi della strada. Il telefonino è quasi senza carica. Sono passate solo 24 ore dall’inizio della nevicata, e sono già isolato ed al buio. Penso a quei poveracci in paese che non hanno una canna fumaria e una stufa a legna. Io almeno sto al caldo. Una stanza sola, al buio di nuovo ma al caldo.
È già passata una giornata e non so cosa fare. Ho cercato di spalare per fare un sentierino verso la legnaia, ma la neve lo ricopre ogni tre ore. Smetto.
Spalare neve ed uccidere mosche è un mestiere talmente infinito, da risultare inutile.
Alle otto di sera sono di nuovo a letto. Sono stanco e stavolta mi addormento subito.
Ovviamente mi sveglio alle cinque. Nella stufa ancora braci. aggiungo legna, e faccio il caffè.
Arrivare alla provinciale nemmeno a parlarne.
Alla luce del fuoco, impasto un po’ di farina e preparo il pane arabo. Alle sette quando il cielo schiarisce, faccio una bella colazione con pane, burro e marmellata, ed esco armato di pala. Mi è venuta un’idea stanotte. Se riesco ad entrare in macchina, e se riesco ad accenderla, potrò ricaricare il cellulare, avere notizie e darne. La situazione qui è di completo isolamento, e siamo a 400 metri sopra il livello del mare, figurarsi quelli in montagna.
Infatti dopo aver scavato per ore, arrivo alla portiera della mia vecchia Volvo 740. libero il tubo di scappamento (non mi voglio suicidare) ed il radiatore dalla neve.
Si accende quasi subito. Accendo la radio, ed attacco il cavetto di ricarica nell’accendisigari.
A fatica sento Radio Uno. C’è una radio privata che trasmette musica da discoteca che si sovrappone spesso alle frequenze.
Eccola la tragedia: La valanga sull’albergo! Sento continuamente la frase “Lotta contro il tempo”.
Dicono che si potevano salvare se lo spazzaneve che avevano richiesto il giorno prima fosse arrivato. Ma aveva finito il gasolio. Forse era parente del nostro spazzaneve guasto.
Rientro a casa tristemente. Il cellulare ha una carica misera del 15%.
Riesco a mandare qualche messaggio di rassicurazione ai miei amici, che si ostinano a mandare video stupidi e gif animate, mentre la carica si consuma a vista d’occhio, quando mi arriva una chiamata con un numero sconosciuto.
Chissà perché penso sia qualcuno della protezione civile, dell’esercito, della finanza, chissà.
Rispondo con l’ultimo gemito della batteria, ed una voce femminile con accento rumeno, mi propone un abbonamento a Tim vision!! Click!
E con questo finita la civiltà.
In realtà la mia civiltà finisce con un “Vaffanculooo” urlato, ma non è elegante dirlo!
Si sono accumulati sei giorni senza corrente elettrica e senza linea telefonica. Sei giorni nella neve, con una stufa a legna, e lampada fatta con olio di oliva e stoppino di cotone.
Nessun mezzo antineve sulla strada, nessuna voce, nessun rumore.
Sei giorni lavandosi con l’acqua calda del pentolone sulla stufa, e mangiando quello che si stava scongelando in freezer. Che poi è poca roba nonostante tutto.
E la sapete una cosa?
Non ho parlato del terremoto. Tre orribili scosse che ti fanno balzare il cuore in gola e ti uccidono la speranza. Tre orribili scosse che ti fanno gridare: “E adesso basta!”
E perché parlarne? Scappare? E dove? In mezzo a due metri di neve durante una tormenta?
Ti raggomitoli come un topo e speri di farcela. Non c’è altra possibilità
sì certo. Ce la faremo ancora un’altra volta!
E quelli che non ce la faranno, avranno la consolazione morale delle parole dei politici Italiani:
Stiamo lottando contro il tempo.
È una situazione imprevista.
Non è il momento di polemiche.
Dobbiamo restare uniti.
Stiamo facendo il possibile.
L’importante è rimanere un paese unito.
E forse la più toccante e sentita, pronunciata dal nostro Presidente della regione D’Alfonso:
L’Abruzzo non è abituato alla “Nevosità”.
Se non sapete esattamente dove si trova questa regione Italiana, andate su Google Maps (se avete la corrente, e la linea telefonica) e scoprirete che questa ridente regione, si trova alla latitudine dei Caraibi!

 

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