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#Sanremo2017: l’Emozione non ha Voce?

Voto Autore

di Stefano De Maco

Giorni di #Sanremo2017, giorni di picchi su #Twitter e #Facebook, di commenti entusiasti o al vetriolo. L’emozione non ha voce, cantava #AdrianoCelentano anni fa.
Può strozzare la gola, imbrigliare le corde vocali, può esaltare o bloccare una parola in bocca. Figuriamoci quando sei sul palco dell’Ariston.

3 minuti circa in cui tutte le carte si mescolano, si buttano i dadi sul tavolo, si affidano alla roulette delle votazioni e del gradimento mesi di lavoro. Canzoni più o meno belle, un grande impegno dietro, sempre e comunque.
Vedo filmati di esibizioni e ascolto poi le relative versioni pubblicate, e non posso fare a meno di notare quanto l’emozione possa giocare un ruolo significativo nella kermesse. L’emozione volte alleata, a volte nemica. Comunque presente.
Chi ha anni di esperienza  ha più dimestichezza magari, ma non è una regola ferrea. Il tremore affiora anche in gole consumate, rende vivida l’esibizione, bene o male.
Poi ci siamo tutti noi a commentare, esaltare o stroncare. Dimenticandoci di cosa si può provare a stare su quel palco in quella manciata di minuti.

Ricordo nel ’97 (?) quando partecipai all’ultima edizione fatta di SanRemo Giovani, (conduzione Fazio e Orietta Berti) con un brano (mio) insolito per i criteri sanremesi, che con grande stupore, mio e del mio produttore (Bruno Santori NdA), ahimè poi non ebbe la fortuna di passare. Amen.
Ma l’emozione fu fortissima.

Ecco perché mi trovo naturalmente dalla parte di chi scende quelle scale scenografiche sperando di salire poi su quelle del podio. So cosa si può provare. E questo mi frena dal partecipare al gioco al massacro da arena insanguinata. Lecito quanto si vuole, ma in fondo ingeneroso verso che affronta quel palco. E non solo quello.
Perché l’emozione è la variabile che rende unica una performance, irripetibile. Basta vedere su Youtube le possibili varianti anche di artisti stranieri. La tecnologia oggi rende tutto perfetto, troppo spesso. Nel live invece, te la giochi al momento.

L’emozione che si prova quando il cuore ti batte così forte che lo puoi sentire, che ti fa inciampare la lingua nelle parole, l’emozione davanti a una porta nei rigori della Finale dei Mondiali, prima che il piede tocchi la palla, che può rovinare o consacrare una carriera non secondo i meriti, ma secondo i consensi. Un peso che può diventare incredibilmente ingombrante. Secondi che sembrano lunghissimi. In cui diventa difficile

“Non aver paura di tirare un calcio di rigore
Non è mica da questi particolari
Che si giudica un giocatore
Un giocatore lo vedi dal coraggio
Dall’altruismo e dalla fantasia.”
(F.De Gregori, Leva Calcistica del ’68, presentata da Fabrizio Moro)

Chi guarda, dalla platea o dal divano, spesso se ne dimentica. Ma è proprio quell’emozione che poi diventa la chiave per aprire la porta del nostro animo. Che ci cattura a tal punto da farci innamorare o incazzare.
Un sentimento trasversale che mette in bilico certi passaggi vocali di Artisti affermati o esordienti. Perché sono #esseriumani.

Cerco sempre di esortare chi studia canto a considerare la tecnica solo come uno strumento per supportare l’emozione, così come un giocatore scende in campo dopo aver fatto gli allenamenti. La preparazione è importante, ma il suo fine è proprio quel momento in cui ti giochi tutto, il bello del Live.

Passato l’istinto della critica di pancia, metto giù il telecomando e ripenso a ciò che significa la frase del titolo, domandandomi se sia meglio un’esecuzione perfetta ed asettica, oppure una vibrante con le sue imperfezioni. Certo è indubbio che quando emozione e perfezione si incontrano nasce uno stupore da standing ovation. Ma non è detto che debba sempre e per forza succedere. Quindi mi fermo, faccio un bel respiro e un passo indietro. Senza nulla togliere al mio gusto personale, senza cedere al livellante buonismo ipocrita. Ma rispettando chi si mette in gioco, appunto come diceva prima De Gregori, con “coraggio, altruismo e fantasia”

L’emozione ha voce, eccome. E soprattutto, ha un prezzo. Fosse anche da pagare a rate.

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