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Sanremo 2017: Tutto quello che è successo nella 1ma serata – La migliore Fiorella Mannoia

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di Alessandro Filindeu

Sanremo apre i battenti.

Eccoci pronti: sui social i gruppi di ascolto si scambiano le informazioni sui menu, i divani e i loro occupanti; i detrattori hanno ormai comunicato la loro (inderogabile?) decisione di seguire qualsiasi altra cosa; gli altrove impegnati hanno già preso accordi per delle ripetizioni, se interessati all’articolo, o hanno pubblicamente manifestato il proprio giubilo per lo scampato pericolo.

Sanremo ovviamente, Mollica ovviamente, Pippo Baudo… anzi no, Carlo Conti, il pippobaudo del terzo millennio, grande smussatore di asperità vere o inventate, normalizzatore di complicazioni reali o semplicemente temute, infallibile rassicuratore del pubblico tradizionalmente tradizionalista che però costituisce la imprescindibile maggioranza dell’audience accoccolata stasera davanti ai televisori.

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Appare abbastanza intuibile che anche la fauna dei discografici si senta appagata dalla presenza del nostro uomo, idem gli acquirenti degli spazi pubblicitari, dulcis in fundo mamma Rai, data la robotica capacità di seguire la scaletta che lo scuro inoscurabile conduttore ha ampiamente dimostrato in ormai tanti anni di continua presenza sullo schermo.

Di cosa preoccuparsi allora? Della bionda signora di “Amici” sicuramente no, di un eventuale emulo di “Cavallo Pazzo” neanche, di un bacio lungo decine di secondi o di una spallina cascante manco a parlarne… Sì, forse sì, è il caso di preoccuparsi proprio delle canzoni, soprattutto vedendo i crudelissimi spezzoni delle edizioni storiche con i grandissimi successi che le hanno contraddistinte, grandi assenti negli ultimi anni, tranne poche eccezioni. Che la festa abbia inizio!

Tiziano Ferro ricorda Luigi Tenco in maniera degna, essenziale, sentita ma non ruffiana, accompagnato da un arrangiamento di Valeriano Chiaravalle, che si riconferma musicista di grande mestiere.

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Compaiono i due svelti e professionali padroni di casa ed introducono “la rieccola” Giusy Ferreri, brano di Casalino e direzione di Roberto Rossi: look perfettamente coerente con la timbrica vocale, mentre il pezzo non lascia l’impressione di voler cambiare la storia della musica ma può comunque funzionare.

Segue Fabrizio Moro, a cui va il merito di provare a scrivere in maniera cantautorale e non solo alla ricerca delle otto misure  risolutive per la sopravvivenza, con l’esperto Pino Perris alla direzione. Purtroppo subentra un momento tragico per i maschietti dotati almeno del minimo sindacale di intelligenza: quando compare Raul Bova sono dolori, appare anche simpatico, l’ingresso di Elodie è francamente una liberazione.

Brano firmato anche da Emma Marrone, furbo ed efficace anche se un po’ pesante ritmicamente, diretto da Fabio Gurian; la ragazza sa cantare.

Il doveroso ed encomiabile onore agli operatori di soccorso ed emergenza riporta l’attenzione su qualcosa di importante, veramente, o almeno ci prova; di rimando introduce la sensazione che fra i due conduttori chi porta il look biondo sia tendente a mettere in ulteriore ombra il già scuro colorito del collega.

Lodovica Comello canta diretta ancora da Roberto Rossi, brano scritto e arrangiato con mestiere ma un po’ mieloso, stile colonna sonora cinematografica, evidentemente per scelta dati i trascorsi della ragazza.

La maniera di interagire con Crozza evidenzia in modo inquietante la rassomiglianza del pippobaudo del terzo millennio con l’originale, di rimando il comico si riconferma ancora una volta all’altezza della situazione, considerando i discutibili figuri che troppo spesso si affacciano dal teleschermo non è poco.

Finalmente arriva la probabile vincitrice (secondo noi), annunciata militarescamente da Maria, brano di Amara diretto da Chiaravalle. Fiorella ha una grande personalità esecutiva, una presenza scenica incredibile… e comunque ogni sua esibizione ha un peso specifico non indifferente.


Ancora Casalino, con direzione di Pino Perris, per Alessio Bernabei: non è l’occasione per avventurarsi nel campo dei grandi contenuti musicali ma non vuol dire che il ritornello non si sentirà per radio, anzi, e sarebbe il concretizzarsi delle uniche intenzioni di questa produzione. Successivamente entra in scena il mascalzone di Latina, Tiziano è un bel ragazzo, timbrica sempre molto personale ma senza eccessi grotteschi, brano a composizione “ciclica” come è nel suo stile e come evidentemente si ritiene che funzioni; la sua esecuzione, in apertura, di “Mi sono innamorato di te” gli rende musicalmente molta più giustizia.

A proposito di timbriche, duetto con la cantantessa in un pezzo che nella parte iniziale ricorda qualcosa di Venditti in salsa anni ’80; Carmen Consoli ha una una personalità che non si discute sia musicale che nello stare sul palco, di bianco vestita fa il suo e  precede la roboanza di Al Bano. Il nostro vessillifero della veracità pugliese si presenta con il fido Paoletti alla direzione e con la firma di Maurizio Fabrizio, emoziona sempre, quantomeno per la difficoltà della tessitura del brano, difficoltà a cui non sa rinunciare nonostante non abbia certo niente da dimostrare a nessuno. Forse per la generosità con cui continua a proporsi al suo pubblico ricorda un po’ il reuccio Claudio Villa, di cui giustamente viene ricordato l’anniversario della scomparsa.

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Raul si cimenta nel ruolo di conduttore e presenta Samuel, ex Subsonica, direzione di Rigano, anche coautore del brano insieme allo stesso Samuel e a Riccardo Onori, grande chitarrista; la canzone ha un arrangiamento ritmato e un ritornello di facile presa, musicalmente ancora nessuna novità sotto la scenografia metallescente ma evidentemente sono tempi duri e non è il caso di rischiare.

A proposito: Cortellesi e Albanese introducono splendidamente l’approfondimento di questo discorso: si può costruire a tavolino il classico brano “sanremese”, anzi unire vari spunti con cui se ne potrebbero produrre tre o quattro, e anche arrangiarlo e cantarlo bene. D’altronde gli Elio lo hanno già ampiamente dimostrato. “Ancora”, “Almeno tu nell’universo”, “Un emozione da poco” “Gianna”, “4/3/1943”, nessuna di queste e delle altre  stasera è stata ancora eguagliata, ma forse non lo si è voluto fare; chissà se c’è qualcosa che aspetta tempi migliori, nel cassetto.

Arriva Ron, brano co-firmato con altri, direzione di Perris. Gli anni di carriera, mestiere e palco non sono certo passati invano, la canzone forse non lascerà il segno o forse sì, se esistessero le sfere magiche nella musica saremmo tutti miliardari; soprattutto da qualche anno si avverte la necessità delle palle di vetro ma non le vendono neanche i cinesi.

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Clementino è diretto da Enzo Campagnoli, entourage Vessicchio come del resto Perris, questo potrebbe invogliare a dietrologie, se qualcuno volesse cimentarsi… Ai più rimane un brano non sgradevole ma molto anonimo, in cui finalmente inquadrano i vocalist e che induce alla riflessione che probabilmente uno qualsiasi dei musicisti dell’orchestra ha studiato molta più  musica di tanti fra i  cantanti in gara. In compenso una volta tanto il livello dei direttori appare alto, almeno finora non si sono visti gesticolatori compulsivi, quelli che nell’acido ambiente musicale romano chiamano “er viggile”, e Pirazzoli è impeccabile.

Irrompe Ricky Martin, grande energia, presenza scenica mondiale, rimane una vaga impressione di cazzeggio in Costa Smeralda ai massimi livelli ma forse l’uva è acerba… In ogni caso il “tiro” dei brani, degli arrangiamenti e delle coreografie è micidiale. Momento successivo affidato a Ermal Meta, armonie della strofa: relativa minore, quarto grado, primo, dominante con la terza al basso, come d’obbligo negli ultimi anni; brano  interessante, forse non memorabile, arrivati all’ultimo cantante le orecchie si fanno più insofferenti e si fa sempre più urgente una visita ai cinesi per quella famosa sfera.

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In realtà l’assegnazione del disco d’oro a quota venticinquemila download fa sembrare tutto questo apparato come il tubo dell’ossigeno nel naso dell’infermo.

Risentendo gli spezzoni direi che Ron e Fiorella hanno venduto cara la pelle e che per gli altri vale quanto già espresso, o meglio quanto hanno espresso loro; la successiva esecuzione comica di “Blowin’ in the wind” per quanto pessima e squadrata conferma, se ce ne fosse stato il bisogno, che i termini di paragone delle canzoni pop purtroppo sono ancora lì e sono crudeli.

Finale (forse, boh) con un siparietto del calabrese Raul e la sua ragazza spagnola,  ma soprattutto con una immagine che gira su whatsapp raffigurante Maria con la farfallina di Belen: tutto concorre a ricordarci che alla fin fine Sanremo unisce, nella critica, nel veleno, nel pettegolezzo, nel sarcasmo, ma unisce, e ci aiuta tutti a “passà a nuttata”, almeno una, in leggerezza.

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