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Peter Pan è favola, è metafora, e per una sera è femmina!

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Carlotta Sibilla è Peter Pan
CARLOTTA SIBILLA è Peter Pan
Voto Autore

di Luisella Pescatori

Peter Pan, il musical di Maurizio Colombi con le musiche di Edoardo Bennato, vola alto nelle classifiche dei botteghini, da dieci anni. E si rischia persino di risultare stucchevoli nell’uso di vocaboli superlativi e assoluti ma sono gli unici usabili per descrivere la completezza artistica del lavoro di Colombi, già insignito di prestigiosi premi come il Premio Gassman e Il Biglietto d’Oro nel 2007, nel 2008 e nel 2015.

Fino all’8 gennaio, al Teatro degli Arcimboldi.

Sul palco degli Arcimboldi ieri sera è andata in scena la favola delle favole, la metafora della crescita con una doppia chiave di lettura: da un lato Peter che sa volare, perché ci crede e non vuole crescere sotto il peso delle responsabilità che gli tarperebbe le ali, al suo opposto Wendy, nella sua ultima notte da bambina, che desidera fortemente spiccare il volo, per conoscere il mondo fiabesco di Peter, ma sente poi il bisogno del ritorno alla sua vita, alla sua casa.

Peter Pan è l’io psicologico, Wendy quello formativo. Sogno e realtà.

Ed è proprio quando gli opposti si avvicinano e si equilibrano che prende vita la meraviglia della favola. Peter Pan vola alto, vola sul pubblico, vola sopra la scena, conducendo Wendy, Michael e John nella favola. Volano in alto le voci, cristalline e potenti, tra consonanze liriche e sonorità rock.

”Ogni favola è un gioco” e anche il teatro, che è un gioco serissimo, è favola.

E lo ha pienamente dimostrato, ieri sera, Carlotta Sibilla, che nelle precedenti repliche ha sempre interpretato uno dei bambini sperduti. Ieri invece, alle undici della mattina, è stata avvisata che avrebbe interpretato, per via di una sostituzione, il ruolo di Peter Pan, da due stagioni magistralmente interpretato da Giorgio Camandona.
Peter Pan era Carlotta, Carlotta era Peter Pan. Ed è sembrato che solo quello fosse il Peter Pan vero e plausibile: a tutti i bambini in sala che, col naso in su, la vedevano volare sopra le loro teste e, alzandosi in piedi, urlavano con lei convinti e a gran voce: “Io credo alle fate!”.
A tutti gli adulti che timidamente lo hanno ripetuto.

Sul quel palcoscenico nulla è estetico, tutto è funzionale: il risultato é l’armonia di uno spettacolo fatto dalla sinergia tra cast artistico e cast tecnico, entrambi di colossale bravura. Tutti precisi e puntuali sulla scena. Nessun appuntamento mancato con le luci o sugli accenti musicali, che commentano gesti e battute. I movimenti sono puliti, le voci misurate, calibrate, nessuno osa, od ostenta, semplicemente gli attori recitano cantano e ballano, tutti con una padronanza assoluta del mestiere.

Le scene, di Rinaldo Rinaldi, sono imponenti e i cambi sono abilmente celati dalle immagini quasi ipnotiche proiettate sul velatino.
Il disegno luci, di Salvatore Bonaiuto, ha una sua precisa evoluzione: l’illuminazione è studiata per avvolgere la scena in un’aura favolistica. Trilly è un raggio verde che incanta la scena e sul finale è un drone blu sospeso in volo.

Le coreografie, di Rita Pivano, enfatizzano i personaggi ma non fatevi ingannare dalla leggerezza di quei passi, o dalle posture volutamente goffe: ballano tutti e seriamente.

La colonna sonora è elettrizzante e scandisce il ritmo della storia, impossibile non avere voglia di muovere i piedi a tempo di rock o agitarsi sulla poltroncina in sala. Il pubblico canta, batte le mani: entra nella narrazione, viene coinvolto e si diverte: i bambini ridono, gli adulti si emozionano.

Il cast è eccezionale: Martha Rossi, Wendy, ha un uso assoluto dello strumento voce sia nel recitato che nel canto. È vocalmente straordinaria così come Pamela Scarponi, che conduce due ruoli: Mamma e Giglio Tigrato e raggiungono entrambe le note alate della lirica. Giorgia Arena e Laura Fiorini, rispettivamente Michael e John Darling, i fratelli di Wendy. I loro movimenti così autentici da sembrare non sono due maschietti ma addirittura due bambini in scena, Laura/John in modo particolare.
E poi Spugna, un divertentissimo e talentuoso Mimmo Chianese, carta sempre vincente in qualunque espressione recitativa.
Pietro Pignatelli, l’anima rock, il cattivo che piace, è potente sulla scena: è un Capitan Uncino gigantesco che diverte; il pubblico lo accoglie con entusiasmo con calore, la sua è un’eredità artistica non da poco. Il ruolo fu portato al successo, dallo stesso Colombi.

E poi ancora: i bambini sperduti Samantha Bellaria, Massimo Finocchiaro, Valeria Ianni e i pirati Marco Di Palma, Carlo Schiavone, Luca Laconi, Pierluigi Lima, Tiziano Russo e Maria Sacchi, tutti, ma davvero tutti, bravissimi, un plauso sincero anche a Nana e al Coccodrillo.

E a Maurizio Colombi regista superlativo, abile anche nella scelta dei suoi attori.

Carlotta, generosa e perfetta sulla scena, incontrata dietro le quinte ha dimostrato di essere una grande professionista: ha il dono dell’umiltà. Lei si è divertita. Semplicemente.
E le auguriamo di continuare a volare alto e a divertirsi nella favola del Teatro.

Si ringrazia Silvia Arosio – Ufficio stampa Peter Pan.

Supervisione Musicale Davide Magnabosco
Direzione cori Alex Procacci
Suono Franco Patimo
Scenotecnica Metrico
Costumi Francesca Grossi, Marco Biesta, Marica D’Angelo 
Make-up Paolo Pinna
Direzione di Scena Danilo Amicucci
Effetto volo Ivan Manzoni
Direttore di produzione Andrea Manara
Produzione esecutiva Sold Out
Produzione italiana Show Bees – Viola Produzioni – New Step

 

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Luisella Pescatori
Nella vita uno deve prendere presto coscienza di sé e sapere cosa perseguire, oltre ogni ragionevole ostacolo. A sei anni mi sono innamorata di Massimo Ranieri e senza sosta il mio giradischi arancione inghiottiva "Erba di casa mia", l'unica erba peraltro che io abbia mai assunto, anche negli anni a venire, ma che mi ha creato, parimenti, dipendenza. Da qui il mio sogno: un palcoscenico, un pubblico gli applausi e una grande passione per le operette che seguivo in televisione. Per gli esami di seconda elementare, ho imparato a memoria circa trenta poesie, da declamare alla commissione esterna: ammessa a pieni voti al triennio successivo. ​ I numeri non sono mai appartenuti alle mie determinazioni, ai miei interessi: non ho mai avuto un buon rapporto con loro se non attraverso le mia dita, fedeli complici nei compitini e davanti alla lavagna. Una colossale tonta numerica. Quando al posto dei numeri c'erano le lettere le cose andavamo bene, ero vincente. Nei temi in classe avevo sempre voti alti, ricordo un dieci per aver usato "parole difficili". La professoressa di matematica delle superiori apostrofava me e qualche compagna così: "Signorina lei è una capra", mi trovavo in una dimensione spazio temporale che non mi apparteneva: dov'ero finita? Per uno scherzo del destino: a ragioneria; davvero risuonava estranea alle mie inclinazioni, la materia, ma così era stato deciso. Le ore di tecnica bancaria erano le mie preferite: le parole avevano suoni duri e meccanici, e io mi divertivo a farle risuonare morbide fantasticando su anagrammi improbabili o ripetendole nella mente secondo il verso contrario. Concentravo la vista sullo squarcio di natura che la finestra concedeva, vedevo le lettere animarsi e come soldatini seguire un nuovo ordine. Avevo bisogno di isolarmi da quella materia priva di umanità e di emozioni. Fatto un bilancio: mi interessava altro. Menomale che a salvare la media arrivavano, puntuali, le eccellenze dal professore di italiano che intonava il controcanto, alle colleghe, invocando la salvezza per la "Creatura del Bene". Gli sono riconoscente: ha sostenuto e compreso il mio amore per l'Arte scrittoria. Indirizzo universitario Scienze Letterarie. Ma ancora una volta il destino orienta le scelte. Per me si apre il mondo del lavoro: segretaria contabile. Basta, era chiaro: dovevo fare qualcosa per salvarmi dai numeri. Mi avvicinai all'Arte recitativa. E venne il Teatro. E poi la scrittura.

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