Home Le pillole di A. Salerno Franco Califano il Califfo romano

Franco Califano il Califfo romano

868
0
SHARE
Voto Autore

di Alberto Salerno

Franco Califano l’ho conosciuto quando diventò direttore editoriale dell’Ariston, casa discografica dove avevo cominciato a scrivere i miei primi testi professionali.

Califano era un uomo molto affascinante, sotto tutti gli aspetti, un playboy, gli bastava regalare un sorriso per conquistare una donna, ed era assediato dalle donne, aveva un modo di fare un po’ guascone alla Jean Paul Belmondo, e la battuta sempre pronta tipica dei romani de Roma.

Alfredo Rossi, proprietario dell Ariston si era “innamorato” di lui, perché pensava di poterlo lanciare come cantante. In realtà Franco non aveva alcuna intenzione di cantare, si riteneva una “pippa” e rilanciò offrendosi per occupare il posto di direttore artistico editoriale, anche se sapeva poco o nulla della SIAE e del diritto d’autore in generale.

Rossi lo spinse a fare l’esame da paroliere, anche se questo si sarebbe rivelato in seguito un conflitto di interessi con il suo ruolo manageriale. Fu così che cominciò l’avventura del Califfo nel mondo della musica.

Attenendosi alle sue abitudine romane, non arrivava mai in ufficio prima di mezzogiorno. Sarebbe stato superato solo in seguito da Alfredo Cerruti, che alla CGD si presentava sempre e puntualmente verso le tre del pomeriggio.

Califano non durò molto all’Ariston, ma fece in tempo a collaborare con mio padre per scrivere il testo de La Musica è finita di Umberto Bindi.

Poi il resto è storia… e col passare del tempo finì col convincersi che poteva farcela a diventare un artista con un suo mondo, ed in effetti qualcosa di buono, come cantautore, lo ha fatto, benché io ritenga che la cosa migliore da lui scritta è stata Minuetto per Mia Martini.

Il Califfo era un tipo simpatico, allegro e divertente, ma gli rimprovero soltanto una cosa, quella di non avere ma citato mio padre quando, durante le serate, interpretava proprio La Musica e finita, facendola passare come se fosse stata solo sua. Un peccato veniale, una debolezza che gli si può perdonare, anche perché alla gente poco importa chi sono gli autori delle canzoni.

Commento su Faremusic.it