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domenica, Aprile 11, 2021

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Un maestro di saggezza senza tempo, Peppe Vessicchio – INTERVISTA ESCLUSIVA

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di Alessandro Filindeu

Mai come in questa occasione risulta superfluo presentare il personaggio con noi di FMD- Fare Musica&Dintorni  ha occasione di fare due chiacchiere: Peppe Vessicchio, grande arrangiatore, compositore e direttore d’orchestra, volto notissimo della televisione, soprattutto del Festival di Sanremo e di “Amici di Maria de Filippi”, con cui la collaborazione ha avuto termine definitivamente ormai un paio di anni fa.

L’occasione per questo incontro è nata da un’idea dell’editore di FMD, Alberto Salerno e del direttore del Magazine Mela Giannini, a seguito delle varie recenti discussioni sui vari media, riguardanti il presente della musica pop italiana dal punto di vista della creatività e dei contenuti, sia letterali che compositivi, di arrangiamento e produzione artistica. Si parla di appiattimento, forse per paura di osare o per semplice carenza di idee; della sparizione epidemica dei grandi autori e dei grandi arrangiatori; di una crisi di vendite che avviluppa forse irrimediabilmente tutti i processi produttivi in una meccanicità abulica che omologa tutto a pochi modelli compositivi e di arrangiamento, qualcuno dice addirittura uno solo, in qualche modo onnipresente.

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Peppe, ci conosciamo da quasi venticinque anni, mi puoi dare un’opinione sincera: ma la vedi così brutta anche tu?

Beh, è un discorso un po’ articolato, infatti direi che ci facciamo portare un bel caffè (l’incontro si svolge nello studio privato del Maestro, nella sua casa romana ndr). Per prima cosa penso sia necessario ricordare cos’è l’oggetto della nostra conversazione, la canzone, che ha il suo prototipo, nel senso della romanza da camera di fine settecento… cosa lontana… Protagonista la voce, la melodia, con l’accompagnamento di una tastiera, componimenti in forma breve e fruibile da un pubblico più vasto… scavalcando alcuni filtri culturali.

Successivamente ci sono state delle codifiche per così dire “territorial-culturali”: la romanza francese, italiana, i lieder tedeschi, la grande canzone napoletana, per giungere anche alla canzone folk, magari eseguita all’aperto quindi non con un pianoforte ma con l’accompagnamento di strumenti alternativi.

La canzone ha seguito il suo cammino ed è arrivata a noi attraverso compositori colti come Gershwin piuttosto che no, come il famoso “anonimo” che rappresenta tutti oppure chiunque sappia fischiettare una melodia e coniugarla a dei versi. Con la melodia che primeggia, anche in termini di tutela legale, questa forma, senza perdere la sua caratteristica principale, quella di essere un componimento musicale di fruizione e diffusione immediata, diventa con il “pop” ed il mercato che ne sfrutta il valore, un fenomeno mediatico che ci accompagna oramai da diversi decenni.

Di qualsiasi genere si stia parlando, entra poi in gioco la necessità di un’espressione musicalmente efficace, l’armonizzazione della melodia, il contrappunto, la strutturazione e lo sviluppo delle diverse sezioni, la strumentazione, in termini moderni l’arrangiamento, che metta in gioco la personalità e l’originalità di chi opera. Io lo considero un vero e proprio completamento compositivo, tanto è che il mio corso didattico si intitola “composizione di un arrangiamento”. E’ una fase di estrema importanza che deve accompagnare, valorizzare, evidenziare il tema senza stravolgerne il senso e diventare invadente o fuorviante. Quando un allievo comincia il lavoro di laboratorio la mia prima frase è: “cerchiamo innanzitutto di non fare danni…” Per evitare quel che potrebbe fare un cuoco inesperto esagerando nel dosare gli ingredienti o le spezie.

Siamo arrivati ad uno dei nostri punti salienti: l’arrangiamento. Recentemente è mancato Claus Ogerman, mi è stato inevitabile pensare alla sua opera con Jobim, George Benson, Diana Krall; sentendo i prodotti attuali mi è venuto da pensare che effettivamente qualcosa di importante si sia persa per strada, non mi pare sia solo un discorso di tecnologia come alcuni sostengono.

Tempo fa mi sono trovato per caso a sentire “Hotel California”, popolarissima canzone degli Eagles: mi ha colpito tantissimo la lunghezza dell’introduzione strumentale, assolutamente inusuale sia per i paramentri attuali che dell’epoca.

Questo ci offre la possibilità di delineare un aspetto che sicuramente nei tempi è cambiato: lo scopo per cui si fanno le cose in fase di creazione musicale.

La finalità può essere esclusivamente la vendita, il mercato, oppure la volontà di creare qualcosa di artistico o comunque che rifletta il proprio, e sottolineo il proprio, sentire.

Forse per la crisi del settore o forse per un serie di concause, si è passati da una situazione in cui i prodotti avevano un’identità musicale ben precisa in vitù della quale erano loro che determinavano un mercato, ad uno stallo in cui è il mercato che determina il prodotto. Quindi replichiamo quello i dati di mercato e i media ci dicono che produce reddito. Ma resta una replica che si allarga come una epidemia sistemica.

Certo, effettivamente senza andare troppo indietro nel tempo, gli esempi di prodotti musicali fortemente caratterizzati dalla personalità dei suoi autori sono tantissimi, ognuno con una propria importante valenza sia artistica che commerciale: Battisti, De Andrè, Pino Daniele, per citarne solo alcuni italiani, completamente diversi tra loro, di identità inequivocabile.

Pensa al fenomeno Nomadi, ancora in atto, sono proprio l’esempio lampante di cosa significhi “prodotto che crea il proprio mercato”. D’altronde Battisti stesso sintetizzò perfettamente a mio parere questo concetto: “L’artista deve stare avanti al suo pubblico, non andargli dietro”.

Attualmente i Coldplay sono riusciti a fare qualcosa del genere, almeno hanno creato una propria cifra stilistica, una propria identità, che funziona alla grande anche sul mercato, purtroppo non altrettanto hanno fatto gli altri, che anziché cercare una propria identità cercano di imitarli, creando quel magma di prodotti omologati che infatti io definisco “cocacolizzati”.

Esigenze di mercato a parte, tornando al discorso della tecnologia, non pensi che

forse si abusi un po’ di questa? Le generazioni come la nostra erano costrette dai vinili e dalle cassette ad un ascolto ragionato della musica ed al suo studio, la pratica dell’ascolto e l’educazione dell’orecchio musicale determinano anche un affinamento del gusto, un piacere per lo studio, l’approfondimento e la creazione.

La tecnologia è ovviamente utilissima, ha semplificato enormemente dei processi produttivi lunghi e laboriosi, però ha sicuramente provocato delle semplificazioni di carattere musicale dannose per la crescita delle proprie abilità. Mi spiego… il poter registrare e correggere separatamente gli strumenti infinite volte fa arrivare in qualche modo ad un risultato musicalmente accettabile ma non ci stimola a migliorare… quindi poi si finisce col raccontare di mitiche imprese nelle quali quel tal musicista è stato capace di realizzare tutto il “buono” in un unico take piuttosto di quello che è intonato come un campionatore… questo un tempo era la normalità.

Col passare del tempo, grazie alla tecnologia, dismettiamo delle funzioni: affidiamo al cellulare la memoria dei numeri (una volta ricordavo a memoria decine di numeri… oggi non più, solo quelli di allora), accordiamo con l’accordatore digitale al quarzo, quantizziamo le articolazioni ritmiche e intoniamo quello che è stonato.  

Forse questo finisce per generare una perdita del gusto dell’approfondimento del linguaggio musicale e del rapporto con lo sviluppo dello stesso. Operiamo tutti da anni nel settore, ne conosciamo bene le difficoltà, ma non mi sembra una buona strada quella di sottostare solo ed esclusivamente alle volontà del mercato. Oltretutto sai benissimo che ogni mezzo di diffusione detta le proprie condizioni, come diceva MCLuhan ha un solo scopo: nutrire se stesso. Le radio in primis, negli ultimi anni nuovamente le televisioni, ma in modo diverso. E moltissimi discografici pensano di non naufragare aggrappandosi a queste scialuppe. Io li vedo li aggrappati, ma comunque col sedere ancora nell’acqua… giustamente pensano che con l’asservimento a questi meccanismi si può evitare di annegare, ma non può essere una soluzione. Una volta erano loro che avevano il timone tra le mani mentre radio e televisione questuavano per avere nei programmi gli artisti che i produttori musicali avevano allevato.

Non annegano, hanno la scialuppa, ma vedono l’approdo, la terra?

Non so, la casistica è varia, ma sono sicuro che chi fa la sua parte in coerenza e onestà artistica e musicale non solo non affonda ma trova sicuramente un approdo che permetta di riflettere, correggere e proseguire in crescita.

Per concludere: si parla sempre e comunque di mercato, sappiamo che per vari motivi, web, download selvaggio e agonia dei supporti fisici tradizionali gli introiti sono calati enormemente e hanno una vita rischiosa, ma questo non dovrebbe creare omologazione, anzi. Il pubblico ha sempre

gradito la diversificazione, l’identità inconfondibile degli artisti, la novità,

l’evoluzione musicale, cosa sta succedendo secondo te?

Credo che stia progressivamente venendo a mancare la coincidenza tra la

proposta artistica e i gusti del pubblico perché non c’è più il rapporto che c’era prima tra le persone e la musica, non si coltiva più il “proprio” rapporto con la musica. C’è una sovrabbondanza di offerta, confusa, frammentaria, nonché una fruizione superficiale. Anche per l’ascoltatore non è un buon periodo.

Ti ringrazio tantissimo per questa conversazione, prima di salutarci mi dici a cosa ti stai dedicando, ora che hai più tempo essendo chiusa la tua collaborazione con “Amici”?

Ho un mio progetto, per mio gusto e mia soddisfazione, ci sto lavorando da tempo e sta per vedere la luce anche discograficamente, si chiama “Parenti Latini” e l’ho realizzato insieme a “I Solisti del Sesto Armonico”, una cosa particolare di cui ti faccio sentire qualcosa in anteprima, se ti va…   

 

PER VEDERE IL VIDEO CLICCARE SULL'IMMAGINE Il Maestro Peppe Vessicchio con i Solisti del Sesto Armonico
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Il Maestro Peppe Vessicchio con i Solisti del Sesto Armonico

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