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Massimo Bonelli e la favola del Pop

Presentata a Milano “La vera fiaba di Emjay”, opera prima di Massimo Bonelli.

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di Luisella Pescatori

È nell’amalgama tra quel blu, quello del richiamo alla tranquillità emotiva nella ricerca del nuovo e quindi del distacco, e quel rosso tipico della rivoluzione innovativa e provocatoria, ma anche della forza e dell’entusiasmo o per dirla meglio, della voglia di vivere, che si rivela “La vera fiaba di Emjay” di Massimo Bonelli: un incontro fortunato tra arte scrittoria e arte figurativa. In sintesi la sapienza della comunicazione, che si sviluppa tra visioni e immagini, colori e parole.

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Il blu e il rosso sono i colori principali delle stampe che accompagnano questa opera, ne sono parte integrante, e poi c’è il viola, l’unico colore non dichiarato ma che ugualmente vibra e risuona al pari degli altri. Non è visivo ma è presente, nei loro confini e, di più,  nella risultanza dei due, incarna il messaggio della fiaba, la morale: il viola è infatti il colore della malinconia, della tristezza ma anche quello del sogno, del misticismo, della dignità e, nella psicologia della comunicazione, rappresenta l’energia dell’illusione. In questa immaginifica fusione il blu e il rosso si diluiscono, l’uno nella natura dell’altro come fosse un richiamo per la volta stellata e per la materialità della carne, e dalla loro unione avesse vita un pensiero, in assoluta armonia con il creato. Come se dalla consistenza ideale della vita e della morte avesse origine l’equilibro, l’eterno. La ricordanza asintomatica: o la memoria pulita di quell’assoluto che ogni uomo, dall’autentico animo fanciullesco, vorrebbe personificare.

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L’autore Massimo Bonelli, che ha trascorso trentacinque anni nel mondo del marketing e della promozione discografica, scrivendone la storia a capo di un colosso come la Sony, l’altra sera, a Milano, ha presentato “La vera fiaba di Emjay”, per la Casa Editrice Lupetti (di cui avevamo parlato in un precedente articolo), non a caso specializzata in pubblicazioni sulla comunicazione: dal marketing alla pubblicità, alla comunicazione visiva, passando per le strategie di successo di un brand, e sicuramente nuova alla narrativa al romanzo e di più alla favola.

Il libro si colloca perfettamente in un catalogo così ricco di messaggi subliminali veicolati attraverso varie forme e materie. La cifra stilistica di Bonelli, chiara, semplificata, genuina e allo stesso tempo incisiva, è rivelatrice di una comprovata confidenzialità con l’arte comunicatoria, di cui l’arte nella scrittura è solo un aspetto rappresentativo.

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Le parole di Bonelli scorrono limpide così come le immagini oniriche e fiabesche di Gianna Amendola che posa sulla tela un tratto di chagalliana memoria, non solo per la tecnica espressiva utilizzata ma anche per quel sorriso iniziale che avvertiamo e che ci partorisce bambini, ma che svanisce presto lasciando spazio alla riflessione. Sono immagini che richiamano pensieri, intuizioni, emozioni. Il protagonista è Emjay, la rivelazione immaginifica o la personificazione dello spirito puro del re del Pop, Michael Jackson che attraversa tre mondi: parte da Pop il suo regno, poi scopre Rock e infine approda sul pianeta Terra. Nel suo viaggio incontra personaggi reali e di fantasia, da Freddie Mercury a Peter Pan da Atreyu a John Lennon, quest’ultimo a zonzo un po’ ovunque, su un sottomarino giallo, con l’amico George, alla ricerca di nuovi suoni e di nuove contaminazioni musicali.

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E poi c’è Trilly, la vicina di casa nel regno di Pop che chiede a Emjay di aiutarla a trascinare fuori l’arcobaleno per farlo risplendere. Dopo vari incontri con personaggi che hanno lasciato sul pentagramma le note dei più grandi accordi della musica internazionale, Emjay, nell’infinito circolare del tempo, fa ritorno a Pop. È un folletto EmJay, è l’eterno fanciullo che i grandi artisti sanno conservare, vivo. È l’archetipo dell’oltreuomo che diviene se stesso elevando il suo spirito. Non ha super poteri Emjay non sa volare e non è nemmeno tanto forte. Però sa ballare con la leggerezza di una farfalla, sa cantare come la voce di un usignolo e soprattutto, come ci dice lui stesso cerca di “stare sempre dalla parte giusta”.

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L’arcobaleno è il leitmotiv di questa straordinaria crosspollination d’autore, dove blu è il pop, rosso è il rock e nell’arcobaleno tutti i colori sono chiamati in causa nel conseguire un ponte, un collegamento tra mondi, o un festival di incontri, e ci evoca Woodstock, ma è anche la metafora dello stato più elevato della meditazione. Liberatosi dalle ostruzioni terrene l’uomo può raggiungere e sperimentare il corpo arcobaleno o corpo luce, l’ultima e la più elevata delle ascensioni dell’anima. Ne scaturisce una sensazione di pienezza totale, finale, quasi fosse una catarsi nella morte. Da qui il ritorno. E la purificazione. Su una stella, lontana, lontana. E tutto questo Massimo Bonelli ce lo sa raccontare nel modo più bello: quello puro, leggero e inconsapevole del fanciullo.

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Luisella Pescatori
Nella vita uno deve prendere presto coscienza di sé e sapere cosa perseguire, oltre ogni ragionevole ostacolo. A sei anni mi sono innamorata di Massimo Ranieri e senza sosta il mio giradischi arancione inghiottiva "Erba di casa mia", l'unica erba peraltro che io abbia mai assunto, anche negli anni a venire, ma che mi ha creato, parimenti, dipendenza. Da qui il mio sogno: un palcoscenico, un pubblico gli applausi e una grande passione per le operette che seguivo in televisione. Per gli esami di seconda elementare, ho imparato a memoria circa trenta poesie, da declamare alla commissione esterna: ammessa a pieni voti al triennio successivo. ​ I numeri non sono mai appartenuti alle mie determinazioni, ai miei interessi: non ho mai avuto un buon rapporto con loro se non attraverso le mia dita, fedeli complici nei compitini e davanti alla lavagna. Una colossale tonta numerica. Quando al posto dei numeri c'erano le lettere le cose andavamo bene, ero vincente. Nei temi in classe avevo sempre voti alti, ricordo un dieci per aver usato "parole difficili". La professoressa di matematica delle superiori apostrofava me e qualche compagna così: "Signorina lei è una capra", mi trovavo in una dimensione spazio temporale che non mi apparteneva: dov'ero finita? Per uno scherzo del destino: a ragioneria; davvero risuonava estranea alle mie inclinazioni, la materia, ma così era stato deciso. Le ore di tecnica bancaria erano le mie preferite: le parole avevano suoni duri e meccanici, e io mi divertivo a farle risuonare morbide fantasticando su anagrammi improbabili o ripetendole nella mente secondo il verso contrario. Concentravo la vista sullo squarcio di natura che la finestra concedeva, vedevo le lettere animarsi e come soldatini seguire un nuovo ordine. Avevo bisogno di isolarmi da quella materia priva di umanità e di emozioni. Fatto un bilancio: mi interessava altro. Menomale che a salvare la media arrivavano, puntuali, le eccellenze dal professore di italiano che intonava il controcanto, alle colleghe, invocando la salvezza per la "Creatura del Bene". Gli sono riconoscente: ha sostenuto e compreso il mio amore per l'Arte scrittoria. Indirizzo universitario Scienze Letterarie. Ma ancora una volta il destino orienta le scelte. Per me si apre il mondo del lavoro: segretaria contabile. Basta, era chiaro: dovevo fare qualcosa per salvarmi dai numeri. Mi avvicinai all'Arte recitativa. E venne il Teatro. E poi la scrittura.

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