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Edoardo De Angelis e Michele Ascolese escono con “Il cantautore necessario” – INTERVISTA

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di Athos Enrile

E’ stato rilasciato da pochi giorni l’album “Il cantautore necessario”, di Edoardo De Angelis e Michele Ascolese, con la direzione artistica di Francesco De Gregori.

Un disco che diventa il mezzo per stimolare la memoria, per ritornare a perle antiche che rischiano di essere dimenticate, e la cui riproposizione si trasforma in occasione per rivisitare la storia e le vicende personali che fatalmente si intersecano, dando forma e contorni delineati al disegno della società, in un’epoca molto precisa.

La musica e le parole di De Angelis si uniscono alle ouverture di Ascolese, storico chitarrista di De Andrè, e le vite di artisti indimenticabili prendono nuova luce: da Tenco a Jannacci, da Dalla a Lauzi passando per De Andrè e molti altri.
Tutto questo andrà in scena in modo ufficiale il 18 di novembre a Roma, all’Auditorium Parco della Musica.

Ho chiacchierato al telefono con De Angelis, che mi ha aiutato a chiarire i dettagli del nuovo progetto, ma è stato naturale spingersi oltre e l’intervista ha trovato molteplici significati, a mio giudizio interessanti.

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L’intervista…

Prima di chiederti del tuo nuovo lavoro volevo raccontarti che circa un anno e mezzo fa ho conosciuto casualmente Stelio Gicca Palli

E’ stato mio compagno di scuola sin dalle elementari, e devo dire che siamo prima amici e poi anche colleghi. Per quarant’anni è rimasto fuori dal mondo della musica, esercitando un’altra professione, ma ora è ritornato, ha pubblicato un album e ne sta preparando un altro; a volte lo aiuto, visto che sono più dentro al mestiere, ma è l’ausilio dell’amico di una vita.

Entriamo nel tema della chiacchierata, l’album che hai appena realizzato – “Il cantautore necessario”- che presenterai a Roma il 18 di novembre: qual è l’anima del progetto?

E’ il tentativo di riportare alla memoria e all’attenzione del pubblico una serie di canzoni che, nel contesto quotidiano, rischiano di non trovare spazi e di finire nel dimenticatoio. Mario Luzzatto Fegiz, che mi ha intervistato per il Corriere, è stato carino nel pubblicare un aneddoto che era emerso nel corso della telefonata, e che appare come una possibile motivazione alla realizzazione dell’album: una decina di anni fa mi fu chiesto da amici di partecipare ad una rassegna dedicata alla riproposizione del repertorio di Tenco; io canto e cantavo alcune sue canzoni da molti anni ma, per documentarmi ulteriormente, entrai in un grande negozio di musica, il principale di Roma, per poter avere un libro di sue canzoni; il commesso, un trentenne o giù di lì, mi guardò con una faccia un po’ interrogativa e mi rispose: “Luigi… Tenco?”, “Sì, Luigi Tenco!”. Dopo attenta analisi degli scaffali disse che, no, non c’era materiale sul cantautore genovese.
Mi stavo già leggermente inalberando e risposi: “Ma è impossibile… guardi bene!”, e lui un po’ seccato: “Vado a vedere in magazzino…“, tornando poi con un libro tutto spiegazzato e impolverato, sottolineando che almeno uno lo aveva trovato, e assumendo l’atteggiamento di chi aveva fatto di più del dovuto, essendo riuscito a catturare materiale raro di artista sconosciuto. Uscii dalla Ricordi con un groppo in gola e le lacrime agli occhi, perché mi sembrava un affronto enorme verso Tenco, e la cosa mi provocò dolore. E’ probabile che in quel momento sia nata la mia voglia di giustizia musicale, che si è poi materializzata quest’anno, quando parlando del progetto, a tavola col mio amico De Gregori, lui trovò bella l’idea e si propose per l’eventuale produzione artistica, e questo è stato determinante perché la cosa mi avrebbe procurato soddisfazione anche dal punto di vista affettivo, visto che produssi i primi due album di Francesco.

Quindi vi siete invertiti i ruoli…

Sì, ci siamo cambiati le parti a quarant’anni di distanza e questo mi è piaciuto molto…

Hai parlato di Tenco: all’interno dell’album quale tipo di musica e quali autori sono rappresentati?

Ci sono un po’ tutti, ma ovviamente avevo un limite di spazio e quindi ne ho proposti dodici: Modugno, De Andrè, Tenco, Jannacci, Gaber, Ciampi, Endrigo, Paoli, Dalla, Lauzi, De Gregori e Fossati, con le loro canzoni, un brano per ogni artista, scelti tra quelli più attempati, proprio per fare questa operazione legata alla memoria.

Abbiamo accennato ad artisti genovesi… la scuola genovese, romani… la scuola romana… ma tu pensi che il luogo in cui si nasce e in cui si vive possa cambiare l’essenza dell’artista? Se tu fossi nato in altra parte dell’Italia saresti lo stesso De Angelis?

Beh, la mia formazione è stata molto “romana”, a parte che la prima canzone che ho pubblicato è stata “Lella” ed era in dialetto, ma io artisticamente sono nato giocando al Folkstudio, con una serie di giovani che erano Stefano Gicca Palli, Francesco De Gregori, Antonello Venditti, Rino Gaetano e poi Stefano Rosso; questa era in qualche modo una squadra, parallela ad altri artisti con cui lavoravo e che non erano del giro del Folkstudio, come Amedeo Minghi e Vianello, e poi c’era questo fulcro della discografia – quando ancora esisteva una discografia accorta – rappresentato da Vincenzo Micocci, Melis, insomma, se fossi nato in un altro posto… non ti saprei dire, ma è certo che Roma è stata fortemente condizionante per la mia formazione e per ciò che sono diventato nel tempo.

Che cosa andrà in onda il 18? Si tratta della prima presentazione dal vivo?

Sì, anche se abbiamo fatto due anteprime a settembre, una a Palermo e una a Roma, ma questo sarà il primo concerto ufficiale.

E in questa occasione proporrai tutto l’album più altre cose?

No, credo che rimarremo fedelissimi all’album, perché contiene, oltre alla canzoni, sei ouverture strumentali di Michele Ascolese, e poi in realtà il concerto non è fatto di sole canzoni ma esiste un racconto sul palco, che narra dei miei rapporti con gli artisti che porto in scena e dei conseguenti scambi musicali; io ho prodotto due dischi di Endrigo condividendo vent’anni della sua vita, ho lavorato in sala con De Andrè, con Lauzi, con Ciampi, ovviamente con De Gregori e ho avuto rapporti di amicizia con tutti, compreso Modugno, artisti che ho conosciuto molto bene anche dal punto di vista umano.

E allora sei in grado di utilizzare queste amicizie e collaborazioni artistiche per disegnare un epoca e la sua evoluzione…

Certamente, hai inquadrato perfettamente la scena, perché attraverso questi racconti, che possono essere di carattere prettamente professionale, o piccoli aneddoti in grado di delineare caratteri e struttura delle persone, emerge un quadro storico…

E quindi si riesce ad apprezzare il cambiamento della società, a partire da quei giorni lontani sino ad oggi, con tutte le trasformazioni di cui siamo stati testimoni…

Proprio così, queste canzoni ci hanno accompagnato e ci hanno formato, non solo dal punto di vista sentimentale, ma anche da quello sociale, culturale, storico e politico.

Una domanda più “tecnica”: come si integrano le parti strumentali che proponete, tu e Ascolese, con il mestiere del cantautore?

In realtà il disco ha due firme, la mia e quella di Michele Ascolese, che ha condiviso – dal palco e in studio – molti di quei momenti a cui facevo riferimento – pensiamo solo al suo lavoro con De Andrè -, e quindi anche lui ha una parte da protagonista nel progetto legata ai suoi arrangiamenti e alle parti strumentali di chitarra, ma anche al fatto di aver creato questi bridge musicali che si ricollegano al carattere delle canzoni che si susseguono.

Ho vissuto dall’inizio il nascere del movimento cantautorale: che cosa ha di diverso il cantautore del 2016 rispetto a quello di allora? Come racconti le tue storie oggi, rispetto a quanto facevi negli anni ’70?

E’ il tempo in cui viviamo che è diverso, il cantautore di quei giorni raccontava la storia, il movimento ideologico, il fermento del momento; lentamente le ideologie sono sparite, le idee anche, quindi è rimasta la possibilità di descrivere il momento politico, i problemi, i sentimenti, ma gli argomenti offrono indubbiamente una forza ed una elasticità minori…

E cosa dici del pubblico?

Di certo è calata l’attenzione; molti cantautori della vecchia guardia si sono avvicinati un po’ di più a quella che possiamo definire musica commerciale, e forse Venditti è l’esempio più evidente; se penso a quelli che anagraficamente si collocano tra i 40 e i 50 anni, rimangono sugli scudi forse solo Fabi e Bersani, mentre Silvestri e Gazzè strizzano l’occhio ad un genere più spendibile, insomma non è facile rimanere ancorati ad una credibilità autorale importante; penso a Gazzè, che è un artista molto intelligente e lavora in squadra col fratello, però continua a sfornare delle canzoncine un po’ tutte uguali, che si ascoltano anche volentieri in radio, ma dopo tre o quattro volte… sinceramente preferisco l’intelligenza di Bersani e il rigore di Niccolò Fabi…

Insomma, c’è qualcuno che “tiene famiglia”?

Sì, Gazzè partito da una situazione musicale che ricordava Battiato, ma a un certo punto ha dirottato sulla radiofonia, che va benissimo, ma è il segno dei tempi che sono cambiati.

Tra i tuoi ruoli non c’è solo quello di cantautore… fondatore di una casa discografica, giornalista, scrittore: c’è una cosa che ti soddisfa in assoluto più delle altre?

C’è stato un tempo in cui ero molto appassionato al lavoro di studio, passavo lì le giornate e non mi ero reso conto di quanto fosse importante vivere la musica affrontando il pubblico, con una chitarra in mano, cantando e le mie storie; adesso è esattamente l’opposto, in studio passo solo il tempo essenziale e preferisco invece cantare…

Questa è un azione conseguente al tuo bilancio di vita?

Penso di sì… l’avessi fatto prima, forse…

Dopo il concerto dei 18 novembre ci sarà un tour a seguire, come promozione al disco?

Ci stiamo pensando, intanto devo essere compatibile con Michele, e dobbiamo incastrare i nostri impegni; partiremo un po’ a singhiozzo, però abbiamo già a pianificato cose importanti da fare insieme.

Una cosa attualissima… di questa notte! Qualche giorno fa, intervistando Finardi, posi una questione sul dualismo Trump – Clinton ad una settimana dalle elezioni. Ieri abbiamo avuto il responso. Non ti chiedo un giudizio politico, ma esiste una canzone tra quelle che hai scritto, o dei tuoi “colleghi”, che possa riportare ad un momento epocale come questo, come tanti altri vissuti in questo complicato 2016?

Mi vengono in mente delle mie canzoni, delle frasi de “Il mondo sta bruciando” o di un’altra canzone che si chiama “Brutta Storia”, sarebbe lungo enunciarle tutte… e ti costringerei a un lungo lavoro di ricerca!

E’ stato comunque uno shock, da qualsiasi parte si guardi la storia…

Abbastanza, mi devo ancora riprendere, a parte il fatto che il giudizio politico per noi è difficile, perché abbiamo già difficoltà nell’interpretare la società italiana, figuriamoci quella americana che non conosciamo direttamente!

Un’ultima cosa, mi hai fatto nomi e cognomi parlando di cantautori non più giovanissimi, ma riesci a intravedere qualche nuovo elemento che esprime talento e genuinità?

Ce ne sono molti ma perfetti sconosciuti, e ti posso fare un paio di nomi. C’è un cantautore a Roma, molto bravo, di impostazione impegnata, ai confini con la politica, che ha già vinto il Premio Stefano Rosso e ogni tanto bazzica l’edicola di Fiorello, si chiama Simone Avincola; e poi c’è una fantastica cantautrice, davvero innovativa, originale e preparata, sia dal punto di vista musicale che da quello letterario: è di Palermo e si chiama Giulia Catuogno. Propongono entrambi le loro cose, Avincola più concentrato sul sociale, mentre Giulia è un po’ più sul personale, ma capace di confrontarsi col mondo esterno e con la società… una che si dà da fare, una combattente, tanto per usare un aggettivo di attualità musicale.

Un ultimo pensiero sull’album?

Disco fatto con amore, pienamente condiviso con Michele Ascolese, e che ha permesso lo sviluppo di una forte amicizia tra di noi e un feeling che era già latente ma che si è ora consolidato con una certa determinazione.

In quale formato è uscito “I cantautori necessari”?

In CD, e sta arrivando sulle piattaforme digitali.

Niente vinile?

Non ci abbiamo nemmeno pensato però nella grafica del CD il corpo è disegnato come fosse un vinile, quindi il legame, forse inconscio, è abbastanza solido.

 

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